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Uggiano La Chiesa: “Il giorno della memoria”, per non dimenticare

Uggiano La Chiesa: “Il giorno della memoria”, per non dimenticare

L’Olocausto al centro di un incontro promosso dal Comune di Uggiano la Chiesa e il locale istituto comprensivo. Si tiene infatti domani “La giornata della memoria”, ricorrenza istituita dall’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, allo scopo di ricordare le vittime della Shoah, ma anche tutti coloro che hanno vissuto l’orrore dei campi di concentramento, come dissidenti del regime nazifascista, comunisti, diversamente abili, omosessuali, testimoni di Geova e prostitute. Tutto quello che i nazisti volevano nascondere al mondo con un mostruoso piano di sterminio di massa, il tutto basato sulla filosofia hitleriana contenuta nella “Mein kampf”, libro ancora oggi idolatrato da naziskin e neonazisti. Ogni anno dalla sua istituzione come ricorrenza, il 27 gennaio diventa un simbolo, quello del ricordo, anche se a volte, i genocidi, in forme più sottili, continuano purtroppo ad accadere, come afferma Woody Allen, regista ebreo che nei suoi lungometraggi fa spesso cenno alla tragedia degli ebrei nella Shoah, nel film “Hannah e le sue sorelle”. L’incontro, durante il quale saranno proiettati dei documentari sul tema, si tiene domani alle 10,30 presso l’auditorium della scuola media di Uggiano. Si parlerà anche di Tullia Zevi, scrittrice di origine ebrea che ha raccontato gli orrori della Shoah, nell’ottica che il ricordo debba essere vivo affinché non accada mai più. L’incontro rientra in una serie di dibattiti promossi e organizzati dall’amministrazione comunale guidata dal sindaco Salvatore Piconese, allo scopo di stimolare le coscienze critiche dei ragazzi di Uggiano e della vicina frazione Casamassella. Incontri come questo però sono consigliati non solo ai giovani, ma anche a tutti coloro che continuano a chiudere gli occhi, a voltare la testa di fronte a qualcosa che ancora oggi molti tendono a negare, e a chi vuole tenerli aperti, per vedere ancora una volta di quali orrori sia stato capace di macchiarsi l’uomo.

L’ultima neve

Lu Cielu osci pe mmie nu ttene stelle”.

Nestore Bandello

La neve cadeva fitta su Lecce quel giorno. Sembrava quasi il 1987, o forse prima. Il vecchio avvocato era alla sua scrivania come sempre, mattiniero. Da poco compiute le novanta primavere, viveva un mondo di ricordi lontani, di pagine di quotidiano, di cioccolatini andati a male. Si avvicinava il Natale, ma per lui non era un giorno felice, come non lo era stato nel ’44, l’annus horribilis della sua prigionia. Se lo sarebbe sempre portato appresso il campo di sterminio, quello di Wietzendorf Bergen Belsen, in cui era stata anche Anna Frank, là dove l’assenza di pietà degli aguzzini si era trasformata in una meravigliosa statua della Vergine con un’aureola di filo spinato. Non era ebreo, era solo un italiano capitato lì, un italiano che odiava i tedeschi, gli occupanti. Non era ebreo, come i tanti italiani che non avevano scelto la Repubblica Sociale per salvarsi la pellaccia. Non era ebreo come tanti altri, comunisti, omosessuali, testimoni di Geova, prostitute, detrattori del regime nazista. Si accarezzava il braccio, ogni tanto, l’avvocato Alberto, quel braccio che non portava, come era accaduto ai suoi compagni di sventura, i segni della prigionia. Non un tatuaggio che ne testimoniasse la lunghissima permanenza nel lager. Un caso, dettato dalla sua forza di volontà. Non volle mai accettare quei segni, che ne avrebbero rinnovato ulteriormente il dolore, ora.

La porta bussò, era sua nipote Luisa, che gi portava il giornale fresco.

“Ciao nonno”.

“Ciao piccinna”.

“Come stai oggi?”.

“Come al solito, vecchiareddhru”.

Un copione che si ripeteva ogni mattina. Che si trattasse di un parente o di un vecchio amico di famiglia, l’avvocato rispondeva sempre allo stresso modo, con un sorriso. Nessuno che non lo conoscesse avrebbe potuto immaginare l’intensa vita, la sofferenza da lui vissuta.

“Sai, nonno, mi hanno assegnato un compito sui campi di concentramento. Ma non so da dove cominciare. Ho trovato questo su internet”.

“Butta tutto nel fuoco, non serve a nulla”.

“Perché?”.

“Perché quello che devi sapere posso raccontartelo io. Devo raccontartelo io, perché la memoria non si perda dopo noi che siamo sopravvissuti all’Olocausto”.

“Ero con quel mio amico ufficiale – iniziò a raccontare Alberto – Si instaura un nuovo spirito di solidarietà tra chi soffre delle stesse pene. Non accade a tutti, in verità. Molti diventano più egoisti che non nella società del benessere. Ma tra vecchi amici questo non vale.

Il mio amico era fidanzato con la figlia diciottenne di un ricco banchiere ebreo, Elisabetta. Una bellissima ragazza, florida, con dei riccioli biondi che le incorniciavano il viso rosa pieno di salute. La guerra e i nazisti li avevano divisi. Erano passati due anni ormai da quando era successo, eppure lui l’amava ancora, neppure gli stenti terribili che sopportava ogni giorno gli avevano permesso di dimenticarla. Grazie a una confidenza di uno dei nostri guardiani, scoprimmo che era anche lei a Wietzendorf, e sempre grazie a lui riuscimmo a entrare, seppure per pochi momenti, nell’area destinata alle donne, alla quale, normalmente, non potevamo avere accesso.

Entrammo in una stanza lercia, non più della nostra. Avevamo degli stanzoni enormi in cui dormire, sulle pareti ognuno di noi aveva il proprio loculo con quelle quattro cose che era riuscito a salvare. Non avevamo carta per scrivere, ma non ci avevano ancora rubato la fantasia per sognare un mondo diverso, migliore.

Raccontiamo questo genere di cose perché gli altri non dimentichino, eppure si parla tanto dei campi di sterminio nazisti, ma non delle forme differenti e crudeli che ha la storia di ripetersi con i suoi corsi e ricorsi.

Intorno a noi, c’erano tante, che un tempo potevano dirsi donne, ma ora non ne avevano più l’aspetto. Chiedemmo di Elisabetta e una di loro ci indicò un animaletto rannicchiato su una coperta sporca e strappata. Il mio amico le si avvicinò, sussurrando il suo nome. Lei alzò il viso e lo vide. Lui vide lei. Non aveva più un capello in testa, non restava traccia di quei riccioli tanto graziosi che la rendevano unica. Il suo volto era pieno di rughe come avesse avuto settant’anni. Non aveva più i denti. Iniziò a urlare, a piangere isterica, a tirare deboli pugni contro il mio amico. I nazisti le avevano riservato la sofferenza più atroce. Per loro gli ebrei erano solo cavie da laboratorio. Gli esperimenti genetici su di lei avevano avuto effetti devastanti. Le altre donne ci chiesero di allontanarci, il dolore di non essere riconosciute dai propri amati era anche troppa. Avevano sopportato di tutto, ma non volevano ricordarsi di com’era la serenità. Non potevano, non lì.

Io e il mio amico uscimmo dalla camerata per raggiungere la nostra. Un fiocco di neve si posò su quello che indossavo e che poteva definirsi abito solo perché ero costretto a indossarlo sempre. La neve, bianca e silenziosa, coprì rapidamente l’orrore. Era così bella quella neve, che ci ricordò che non ci avevano tolto l’umanità. Da quel giorno, non sapemmo più niente di Elisabetta, ma non credo che la sua esistenza sia durata molto più a lungo.

Eppure io, ogni rara volta che vedo la neve, ho un pensiero per lei.

Sono scampato, è vero, ma a quale prezzo?”.

“La consolazione è continuare a raccontare. Tutti lo devono sapere. Oggi, ci sono persone pericolose che credono di poter negare che tutto ciò sia accaduto”.

“È vero. Salverò la mia memoria, dopo essere riuscito a salvare me stesso”.

Alberto e Luisa guardarono la neve fuori dalla finestra ancora una volta. Si abbracciarono, sollevati entrambi di aver avuto la possibilità di incrociare le proprie vite.

http://giuseppedeluca-art.blogspot.com/

Angela Leucci

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