Archive | Avvocato Risponde

LOCAZIONE TURISTICA SICURA

Ormai da anni, nelle località più belle e più note del Salento, la maggior parte dei turisti sceglie di trascorrere le proprie vacanze soggiornando in immobili che i privati concedono in locazione abitativa, incrementando, così, notevolmente “il mercato degli affitti”. A fronte delle misure che il nuovo Governo ha introdotto per contrastare il sempre più crescente fenomeno dell’evasione fiscale è divenuto, oltre che consigliabile, necessario, per tutti coloro che intendano affittare il proprio appartamento a fini turistici, rispettare alcune semplici regole per evitare di incorrere in onerose sanzioni.
Per i periodi di locazione inferiori ai trenta giorni è sufficiente emettere una ricevuta fiscale per l’intero importo del canone percepito, la cui copia verrà consegnata al momento del pagamento al conduttore ed è consigliabile, ma non obbligatorio, far sottoscrivere allo stesso un “Contratto di locazione abitativa per finalità turistica”, ai sensi dell’art.1, comma 2, lett. c) Legge n. 431/98; per quelli superiori ai trenta giorni, invece, occorrono la ricevuta fiscale ed il contratto di locazione, che in questo caso deve anche essere registrato. Un buon “Contratto di locazione abitativa per finalità turistica” consente, in ogni caso, di tutelare il proprio immobile, in quanto oltre a permettere di fissare il periodo di locazione e le relative condizioni economiche, autorizza a trattenere temporaneamente una somma di denaro a titolo di deposito cauzionale contro eventuali danni subiti e permette l’inserimento nel testo di un inventario dei beni presenti nell’immobile al momento della consegna; stabilisce, inoltre, la competenza per le spese relative alle utenze ed alle pulizie e riserva al locatore la facoltà di visionare l’immobile durante il periodo di locazione per evitare eventuali “sublocazioni”.
Sicurezza per gli immobili e trasparenza nei rapporti locativi, dunque, sono solo alcuni degli innumerevoli vantaggi del Contratto.

Dott. Donatella Cancella

Dott. Ugo Portaluri

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STOP AL MARKETING TELEFONICO

Tutti certamente hanno ricevuto, almeno una volta, telefonate per scopi commerciali o finalizzate a ricerche di mercato, negli orari più insoliti della giornata. Ebbene, è ora possibile, grazie all’istituzione del cosiddetto “Registro Pubblico delle Opposizioni”, porre fine a questa incresciosa consuetudine.
Il Registro Pubblico delle Opposizioni, istituito con D.P.R. n.178 del 2010, è un nuovo servizio concepito a tutela del cittadino, mediante il quale si intende raggiungere un corretto equilibrio tra le esigenze dei cittadini che hanno scelto di non ricevere più telefonate commerciali e le esigenze delle imprese che in uno scenario di maggior ordine e trasparenza potranno utilizzare gli strumenti del telemarketing.
Il sistema è chiaro e di facile accessibilità. L’unico requisito necessario per poter fruire di tale servizio è che il numero telefonico dell’abbonato sia presente negli elenchi telefonici pubblici. L’Abbonato può accedervi seguendo le indicazioni contenute nel sito web: www.registrodelleopposizioni.it.
L’entrata in vigore del Registro Pubblico delle Opposizioni obbliga l’Operatore a registrarsi al sistema e a comunicare, ogni quindici giorni, la lista dei numeri che intende contattare, pena le sanzioni previste dal Codice della Privacy.
In questo modo, ciascun cittadino avrà la possibilità di scegliere se ricevere o meno le informazioni pubblicitarie rese dagli operatori dei diversi settori commerciali, senza che gli vengano fastidiosamente “imposte”.

Dott. Donatella Cancella

Dott. Portaluri Ugo

donatella.cancella@ordavvle.legalmail.it
ugo.portaluri@ordavvle.legalmail.it

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Affidamento congiunto e adempimenti familiari

Domanda posta agli avvocati dal Sig.ra Angelica:

Salve,

sono separata da un anno il mio ex marito mi fà problemi per quanto riguarda il mio lavoro che comprende tutta la settimana tranne il venerdi lui al contrario ha il sabato e la domenica libera pretende che io tenga comunque mia figlia non avendo nessuno a cui appoggiarmi vivendo a roma da sola con la famiglia a genova.

Abbiamo un affidamento congiunto come devo fare? io lavoro comunque solo 4 ore al giorno poi la vado a riprendere sempre ma a lui non và bene lo stesso e non ho chiesto nemmeno alimenti guadagno 800 euro al mese .. posso muovermi legalmente parlando contro di lui?

grazie mille

L’Avvocato Risponde:

Gentile Signora,

quanto da Lei esposto rappresenta una tipica problematica che investe le coppie separate e con prole.

L’Ordinamento giuridico, quindi, predispone gli strumenti di tutela idonei ed appropriati per risolvere simili intoppi.

Il principio ispiratore dell’intera disciplina dell’affidamento dei figli minori, difatti, è quello del perseguimento del bene del minore, ragion per cui tutti i provvedimenti riguardanti gli stessi e il rapporto tra essi ed i genitori sono per loro natura in costante divenire e soggetti a modificazione.

Quindi Lei ben potrà richiedere al Tribunale – che già in sede di pronuncia della sentenza di separazione, o dei provvedimenti intermedi, ha deciso l’affidamento condiviso del minore ad entrambi i genitori- ai sensi dell’art. 155 ter c.c. una modifica degli stessi accordi (orari, modalità e termini di visita del genitore non convivente) dato il mutare delle condizioni.

Nel medesimo ricorso potrà anche richiedre, ove ricorrano fondati motivi, l’affidamento esclusivo della minore.

Altra questione riguarda la necessità di una effettiva presenza e adempimento degli impegni assunti dall’altro genitore: purtroppo tale circostanza è rimessa alla sensibilità dello stesso genitore atteso che siffatti obblighi non sono coercibili.

In conclusione, quindi, potrà sicuramente trovare tutela legale affidandosi ad un avvocato che La saprà consigliare per il meglio.

Con i miei migliori auguri.

Avv. Andrea Conte

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Recupero di un credito

Domanda posta agli avvocati dal Sig. George:

Salve, dopo tre anni di difficoltà ho ceduto la mia attività commerciale ed il mio commercialista ha sempre percepito l’onorario in “nero” (per contanti) per un tot. di € 4.000,00 tranne che per l’emissione di una sola fattura pari ad € 300,00 nell’arco dei tre anni di consulenza.

Il mio consulente mi minaccia di adire le vie legali in quanto non ci troviamo con i conteggi finali di circa € 1.000,00 che io non voglio assolutamente corrispondere in quanto per me non sono dovuti. Per dovere di cronaca ho la mia compagna, nonchè ex-socia, testimone di questi pagamenti ed ho quasi sempre prelevato subito prima dal bancomat per poi recarmi dallo stesso quando gli corrispondevo il contante. Come posso tutelarmi visto che sono disoccupato ed in forte difficoltà economiche? Sono molto preoccupato di tale situazione che si andrà prospettando.

Ringrazio in anticipo e porgo cordiali saluti.

L’Avvocato Risponde:

Egregio signore,

premesso che le informazioni contenute nella Sua nota sono assai scarse, proverò comunque a fornirLe qualche suggerimento, che dovrà sempre essere valutato e calibrato da chi poi conoscerà nei particolari la vicenda.

Dal Suo resoconto posso ipotizzare che a fronte di una azione volta al recupero del supposto credito da parte del Suo consulente, Lei avrà le argomentazioni (decorso del tempo) e le prove (testimonianza e ricevute dei prelievi allo sportello bancomat) da opporre in maniera sufficientemente valida.

Rimangono, però, alcuni lati oscuri in relazione alla relale entità della somma che il consulente andrà a richiedere formalmente, e se vi sono altre fatture di cui Le non ha la materiale disponibilità (salvo che non Le sia stata consegnata l’intera documentazione di solito conservata dal professionista), dati questi che andranno valutati al momento dell’inizio dell’azione minacciata.

In conclusione, si può supporre di poter impostare una valida difesa, salvo verificare le incognite innanzi dette ed i particolari della vicenda in parola.

Altro discorso si potrà fare in relazione alla mancata fatturazione delle somme corrisposte, denunciando il tutto all’autorità preposta.

Distinti Saluti.

Avv. Andrea Conte

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Il mio matrimonio è da ritenersi un evento pubblico o privato?

Domanda posta agli avvocati dalla Sig.ra Claudia:

Gentile avvocato, tra pochi giorni mi sposo. La cerimonia civile si terrà non nelle sale comunali ma in un luogo adibito a cerimonie civile (pagherò per ottenere la sala). La mia domanda è molto semplice: il mio matrimonio è da ritenersi un evento pubblico o privato? Essendo lo sposo una persona nota in città (imprenditore) posso impedire che fotografi di testate locali facciano foto all’evento? Posso impedire il loro ingresso dal momento che pago e quindi affitto quello spazio che è solitamente da ritenersi ”pubblico”? Può ritenersi una violazione della privacy il caso in cui le foto del mio matrimonio finiscano sulla stampa? E poi ancora: come impedire che amici e parenti mettano le nostre foto (che io ritengo privatissime) su Facebook? Sono una persona molto riservata (sebbene non abbia nulla da nascondere), non ho un profilo sui social network e non capisco perchè le mie immagini (che volontariamente scelgo di tenere per me) debbano essere messe in rete da altri.

La ringrazio

Claudia

L’Avvocato Risponde:

Gentile signora,

Le faccio, innanzi tutto, i miei migliori auguri per l’importante evento.

Passando a dare una risposta alle domande, posso tranquillizzarLa in merito alla possibilità di vietare l’ingresso a persone non desiderate durante la ceriminia civile, ciò a maggior ragione visto che la cerimonia si svolgerà in un locale privato.

La tutela della privacy, esercitabile più o meno facilmente nel caso di persone non incluse nalla lista di invitati da Voi predisposta, sarà invece rimessa necessariamente alla sensibilità dei suoi invitati, magari preavvisati dei Suoi desiderata.

Ovviamente l’ordinamento giuridico predispone gli strumenti di tutela sia interdittivi che risarcitori in caso di violazione della privacy, che Lei ben potrà esercitare in caso si sentirà lesa da determinati comportamenti.

Distinti Saluti

Avv. Andrea Conte

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Rischio la revoca della patente?

Domanda posta agli avvocati dal Sig. Dennis:

Salve sono in terapia metadonica da 10 anni e da 3 anni ho gli esami completamente puliti (cioè solo metadone prendo) penso che continuerò a prendere tale farmaco per molti anni ancora quindi vorrei sapere, siccome ho la patente, posso guidare sotto effetto di tale farmaco? in caso di incidente corro dei seri rischi per la patente (revoca)? la legge non è molto chiara su quest’argomento e neanche al mio sert non sanno darmi alcuna informazione a riguardo…

Grazie mille.

Dennis

L’Avvocato Risponde:

Egregio signore,

il suo quesito è particolarmente interessante sia dal punto di vista giuridico che, per quel che a Lei più conta, pratico.

In realtà, se da una parte la legislazione in materia non tratta specificatamente detto argomento, è pur vero che la lettura  congiunta e sistematica sia dell’art. 187 del codice della starda che l’allegato III bis del testo unico in materia di stupefacenti ( DPR n. 309/90) fornisce un valido aiuto a rispondere al Suo quesito.

Prima di tutto, come noto, la legge vieta, e quindi punisce severamente sia con il carcere che con misure interdittive del tipo revoca della patente, non solo chi guidando provoca un incidente, ma anche che semplicemente si pone alla guida di una vettura in stato di alterazione psico-fisica dopo aver assunto sotanze stupefacenti o psicotrope.

Nel caso dell’assunzione del metadone, essendo detta sostanza inclusa nell’elenco delle sostanze stupefacenti e psicotrope ed avendo un affetto fortemente analgesico, si può verificare l’effetto che dopo aver assunto la sostanza il soggetto abbia una alterazione psico-fisica tale da essere incompatibile alla guida di un mezzo a motore.

In conclusione si può affermare che l’assunzione di metadone produce effetti tali da alterare le condizione psico-fisiche del soggetto assuntore, quindi sino a quando questi effetti si produrranno il soggetto non dovrà porsi alla guida di alcun mezzo. Mentre una volta passati gli affetti di alterazione il medesimo soggetto potrà tranquillamente guidare. Ovviamente sulla durata degli affetti di alterazione la valutazione deve essere solo ed esclusivamente medica – sanitaria, variando i tempi sia in virtù della terapia che delle qualità personali del soggetto.

Spero di averLa aiutata a dare risposta ai Suoi interrogativi.

Distinti saluti.

Avv. Andrea Conte

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Abuso Edilizio

Domanda posta agli avvocati dal Sig. Lorenzo:

In breve: abuso edilizio.

Nel gennaio 2008 denuncio un abuso edilizo al sindaco il quale mi dice che la zona in questione e’ “tutelata” per cui “NON SI PUO’ COSTRUIRE NULLA”. Denuncio quindi alla polizia municipale che fa’ gli accertamenti dovuti.

A distanza di due anni, non solo le costruzioni ci sono ancora, anzi, sono ben evidenti e illuminate (parliamo di centinaia di metri quadri, non si un garage! ).

Faccio una visura catastale e scopro che nel 2009 e’ stato fatto un ampliamento con demolizione parziale e che nel 2010 e’ stato fatto un cambio di destinazione d’uso.

Visto che tutto cio’ e’ avvenuto DOPO la mia denuncia, a questo punto mi chiedo se non sia nel mio diritto denunciare l’amministrazione comunale per aver “RESO POSSIBILE” una sorta di sanatoria in zona in cui NON SI PUO? COSTRUIRE NULLA”

Non solo, sono in corso d’opera ulteriori lavori: mi sembra quasi di sognare.

Cordialissimi saluti e grazie per l’eventuale risposta.

Lorenzo

L’Avvocato Risponde:

Egregio signore,

in primo luogo mi viene da chiederLe se la denuncia che Lei nel 2008 ha sporto al sindaco ed alla Polizia locale è stata orale o scritta: tale distinzione è di rilevante importanza poichè foriera di non poche conseguenze rispetto all’ipotesi di approfondimento da Lei avanzata.

Nel caso in cui la Sua denuncia sia stata solo orale, non avendo altro riscontro alla suddetta se non l’eventuale conferma dell’autorità locale, Le consiglierei di vagliare con prudenza l’ipotesi di denunciare l’autorità comunale in considerazione del fatto che potrebbe trovarsi nell’impossibilità di dimostrare l’avvenuta presentazione della denuncia.

Altra strada, invece, si potrebbe prospettare nel caso in cui la denuncia sia stata vergata di Suo pugno, nel qual caso avendo la prova della ricezione della denuncia, un eventuale inadempimento della Pubblica Amministrazione potrebbe avere un interesse penalmente rilevante, e quindi un esposto contro l’Ente comunale in questione avrebbe una maggiore fondatezza.

Tali considerazioni, si badi bene, si basano sul presupposto che le informazioni sul regime urbanistico del luogo da Lei assunte siano esatte, e comunque Le consiglio, ove voglia coltivare l’intendimento di informare la Procura della Repubblica dei fatti in oggetto, di rivolgersi ad un legale di fiducia che La saprà consigliare al meglio, anche in vista di un approfondimento della situazione specifica.

Distinti saluti.

Avv. Andrea Conte

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A chi spetta l’eredità?

Domanda posta agli avvocati dal Sig. Fabrizio:

Avrei una domanda cortesemente: la zia lascia in testamento ad una nipote (che ha un figlio) un appartamento, muore prima la nipote poi la zia a chi spetta l’eredità? Al figlio della nipote oppure agli eredi naturali che sono le sorelle della zia? Grazie

L’Avvocato Risponde:

Egregio signore,

il quesito in materia di successioni da Lei proposto, e che apprezzo per sinteticità e chiarezza espositiva, richiama le due diverse ipotesi di successioni a causa di morte che il nostro ordinamento giuridico contempla.

La successione testamentaria da una parte e quella c.d. legittima dall’altra.

Il primo tipo di succssione si ha quando una persona dispone delle proprie sostanze ( c.d. patrimonio mobiliare e immobiliare) mediante un atto volontario chiamato contenuto in un atto scritto che prende il nome di testamento. La seconda opera quando non vi è alcun atto di disposizione volontario, e quindi i soggetti legittimati e le relative quote sono prestabilite dalla legge, e precisamente negli artt. del codice civile 565 e seguenti.

Nello specifico Sua zia aveva redatto testamento, lasciando in eredità l’appartamento alla nipote, ma la stessa è pre-morta alla testatrice lasciando un figlio quale proprio erede.

Si deve però premettere che, per poter essere capaci a succedere, ossia per essere eredi testamentari, è necessario essere in vita nel momento della morte della testatrice.

Nel caso di specie la nipote è morta prima e, quindi, l’eredità non è mai entrata nel patrimonio di quest’ultima.

Ciò vuol dire che non avendo la nipote mai acquisito l’eredità al porprio patriminio, il figlio di quest’ultima nulla potrà pretendere in ragione di quella specifica disposizione testamentaria.

Da ciò discende che, nel caso in cui il testamento avesse quella sola disposizione, ed essendo venuta meno l’erede, lo stesso dovrà considerarsi privo di effetti ed opererà la successione legittima, e quindi saranno eredi le sorelle, ove anche gli altri legittimati siano già deceduti (genitori, coniuge o figli della zia defunta).

La materia delle successioni è sicuramente un argomento ostico per tutti, pertanto nel caso in cui i chiarimenti non Le siano sufficientemente chiari, Le consiglio di rivolgersi ad un collega di Sua fiducia che la potrà sicuramente assistere con la perizia che il caso richiede.

Distinti saluti

Avv. Andrea Conte

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Quali sono i passaggi burocratici per poter andare a vivere e lavorare in Inghilterra per un cittadino straniero che vive regolarmente in Italia?

Domanda posta agli avvocati dal Sig. Singh Pardeep:

Buongiorno, io sono un ragazzo cittadino indiano che vive regolarmente da 20 anni in Italia. Ho la carta soggiorno e ho un lavoro a tempo indeterminato. Mi dovrei sposare con una ragazza cittadina inglese. Quali sono i passaggi burocratici che dovrei fare per poi poter andare a vivere e lavorare in Inghilterra?

Grazie,

Cordiali Saluti,

Singh Pardeep

L’Avvocato Risponde:

Egregio signore,

la Sua domanda comparta conoscenze relative all’ordinamento giuridico inglese, che al momento non posso offrirLe, in quanto necessiterebbero di un approfondimento di studio particolare.

Ad ogni modo, per quel che riguarda la parte della vicenda che si svolge in Italia, bisogna distinguere due distinte situazioni:

1. se il matrimonio si terrà in Inghilterra, Lei avendo i documenti (passaporto) necessari potrà raggiungere il paese di origine della Sua futura moglie e lì perfezionare in base alle leggi locali la Sua posizione giuridica e il relativo permesso di soggiorno;

2. se, invece, il matrimonio verrà celebrato in Italia, la legge applicabile sarà, alternativamente, o qualla italiana, o quella nazionale di uno dei due coniugi, oppure la legge dello Stato comune di residenza, tali regole, però, incontrano delle eccezioni dovute a particolari prescrizioni presenti nella legge Italiana che dovranno essere comunque rispettate, come ad esempio il necessario possesso della capacità a contrarre matrimonio che ogni cittadino deve possedere, ossia l’avere lo stato civile “libero” ( non essere sposato con altra donna) e il divieto di sposarsi tra consanguinei come previsto dall’art. 116 c.c.

Spero di essere stato il più esauriente possibile.

Distinti saluti

Avv. Andrea Conte

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Esiste per legge un numero massimo di querele per cui si rischia la reclusione?

Domanda posta agli avvocati dal Sig. Alejandro Cruz:

Buona sera avvocati, vorrei farvi una domanda ed è la seguente, mi piacerebbe sapere se per legge c’è un numero stabilito di querele, il quale una volta superato fa pagare la persona per tutti i reclami precedenti, mi spiego meglio, ho avuto dei problemi con una persona alla quale ho querelato per 6-7 volte, l’ultima volta mi dicevano i carabinieri, che quando viene superato un tot di querele la persona va in galera rischiando dai TRE ai SETTE anni di reclusione, è vero quanto a me riferito dalle forze dell’ordine, dico anche che sono solo querele e che questa persona non è stato condannato in alcuna occasione. Sperando di essermi spiegato al meglio ed aspettando una vostra risposta vi ringrazio e saluto.

L’Avvocato Risponde:

Egregio signore,

dalla lettura del quesito proposto, che Le assicuro essere stato chiaro nella sua linearità, mi porta a svolgere due distinte riflessioni.

Innanzi tutto, ed al fine di sgombrare ogni dubbio, Le confermo che non vi è alcun numero massimo di esposti, denunce o querele che una persona può proporre nel caso si senta leso e danneggiato da una condotta ingiusta altrui.

Pertanto, ed è la logica conseguenza, il nostro codice penale non predeve alcuna sanzione detentiva o di altra natura a carico di chi superi un certo numero di querele.

Ovviamente, anche nel caso da Lei esposto, entra in gioco il principio di responsabilità e ragionevolezza che deve accompagnare ogni nostra azione.

Mi spiego meglio.

Nel caso in cui una serie di querele vangano proposte contro la stessa persona, tra l’altro senza che nel frattempo intervengano decisioni giudiziali a conferma della giustezza dell’ipotesi accusatoria, potrà avvenire che tale condotta (proporre più querele tra le stesse parti) potratta nel tempo assuma un carattere persecutorio o vessatorio tale da consentire, in ipotesi, di configurare un comportamento penalmente rilevante.

Forse in questa ottica si può leggere l’ammonizione che Le hanno rivolto i militari della benemerita, che delle volte risultano particolarmente zelanti nell’interpretare quel ruolo di pacificatori che da prassi di sono assegnati.

Spero di aver chiarito i dubbi proposti e Le porgo

Distinti saluti.

Avv. Andrea Conte

Egregio signore,

dalla lettura del quesito proposto, che Le assicuro essere stato chiaro nella sua linearità, mi porta a svolgere due distinte riflessioni.

Innanzi tutto, ed al fine di sgombrare ogni dubbio, Le confermo che non vi è alcun numero massimo di esposti, denunce o querele che una persona può proporre nel caso si senta leso e danneggiato da una condotta ingiusta altrui.

Pertanto, ed è la logica conseguenza, il nostro codice penale non predeve alcuna sanzione detentiva o di altra natura a carico di chi superi un certo numero di querele.

Ovviamente, anche nel caso da Lei esposto, entra in gioco il principio di responsabilità e ragionevolezza che deve accompagnare ogni nostra azione.

Mi spiego meglio.

Nel caso in cui una serie di querele vangano proposte contro la stessa persona, tra l’altro senza che nel frattempo intervengano decisioni giudiziali a conferma della giustezza dell’ipotesi accusatoria, potrà avvenire che tale condotta (proporre più querele tra le stesse parti) potratta nel tempo assuma un carattere persecutorio o vessatorio tale da consentire, in ipotesi, di configurare un comportamento penalmente rilevante.

Forse in questa ottica si può leggere l’ammonizione che Le hanno rivolto i militari della benemerita, che delle volte risultano particolarmente zelanti nell’interpretare quel ruolo di pacificatori che da prassi di sono assegnati.
Spero di aver chiarito i dubbi proposti e Le porgo

Distinti saluti.

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Eredità e contributo mensile, quali diritti rispetto agli altri eredi?

Domanda posta agli avvocati dalla Sig.ra Mara:

Buon giorno, volevo un chiarimento – siamo in 3 fratelli 2 sposati fuori casa ed 1 in casa non sposato – 2 anni fa e’ deceduto nostro padre la casa al 50% compropietaria nostra madre e’rimasta tutta a lei abbiam orinunciato – la persona che vive con lei versa un contributo mensile per vivere – questa persona ha gli stessi diritti degli altri 2 ( sposati da 10 anni) oppure ci sono delle agevolazioni – grazie

cordiali saluti

L’Avvocato Risponde:

Gentile signora,

il quesito da Lei proposto, sia pure non particolarmente dettagliato, credo possa essere inquadrato nei termini che seguono.

Sicuramente i diritti successori spettanti sia alla moglie che ai figli, nella qualità di eredi del marito e padre deceduto, non trovano alcuna limitazione e mantengono il valore proprio in ragone delle quote stabilite tramite testamento o, se questo non c’è, tramite la legge in materia ( artt. 565 e ss Codice Civile).

In particolare la circostanza che uno degli eredi viva all’interno della casa familiare, che in virtù della morte del genitore è pro-quota stata ereditata dagli altri fratelli non conviventi, non influisce minimamente sui diritti di cui abbiamo innanzi detto.

Inoltre, il fatto che lo stesso figlio convivente versi mensilmente una somma di danaro a titolo di contributo mensile, costituisce un obbligazione derivante non dalla sua qualità di erede e compropriatario pro-quota dell’appartamento, bensì dal fatto stesso di utilizzare l’appartamento e i servizi in esso presenti (acqua, luce, gas etc.); in altre parole detta somma rappresenta una sorte di canone di locazione, e non può avere alcun effetto sull’assetto successorio ad oggi determinato.

Con l’auspicio di aver dato risposta alla domanda proposta, porgo

Distinti saluti.

Avv. Andrea Conte

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Lavoro dipendente e società al 50%

Domanda posta agli avvocati dalla Sig.ra Laura:

Lavoro in una grossa catena di negozi di elettronica con mansioni di assistenza prodotti clienti (in realta su contratto c’è scritto impiegato alle operazioni ausiliari alla vendita). Vorrei aprire una posta privata come socia al 50% mantenendo il mio attuale posto di lavoro (svolgerei l’attività di posta nel tempo libero) il problema è che condividerei lo spazio fisico (per dividere l’affitto del negozio, ma ci sono due banconi diversi per suddividere le due attività) con un’attivita di elettronica (in concorrenza con il mio datore di lavoro se pur in maniera molto minore trattandosi di negozietto) ed il titolare dell’azienda di elettronica minore sarebbe anche socio della posta al 50%. Io ovviamente non avrei nulla a che vedere con l’elettronica ma mi occuperei solo di posta e sarei socia solo della posta. Il mio datore di lavoro potrebbe licenziarmi per concorrenza o presuppore qualcosa di simile?? C’e un modo per ovviare a ciò? Non so se ad esempio non diventassi titolare della posta ma dipendente dell’azienda di elettronica minore (che a questo punto ingloberebbe tutto in unica partita iva) con mansioni di sola posta?

Chiedo un Vostro aiuto

Grazie

L’Avvocato Risponde:

Gentile signora,

le informazioni contenute nel testo del Suo quesito in realtà non sono sufficienti ad avere un quadro completo ed esaustivo della questione.

Pur tuttavia, e in linea meramente teorica tra le due attività lavorative, distinte e separate, non vi è apparente incompatibilità dal punto di vista della c.d. concorrenza con il Suo impiego principale.

Ciò detto, il caso da Lei prospettato merita un approfondimento di studio anche in considerazione del contratto di lavoro individuale da Lei sottoscritto, nonchè del contratto collettivo nazionale di riferimento.

Distinti saluti

Avv. Andrea Conte

 

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