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L’ORA CHE NON VIENE

di Gianluca Conte

Il treno si fermò in una stazione desolata. Non potevo vedere fuori, il vagone-merci era di privo aperture, ma l’avevo capito perché c’era un profondo silenzio. Il tanfo del piscio e delle feci era ancora sopportabile, e questo significava che non eravamo neanche a metà del tragitto. Ci si abituava a tutto, anche ad essere stipati come animali, o cose. Ammucchiati, congestionati, sporchi. Ma eravamo vivi, se vita poteva chiamarsi quella. Io allora ero una bambina minuta, se mi rannicchiavo, potevo ficcarmi ovunque. Il peggio era per i grandi che, schiacciati come sardine, soffrivano l’angustia di quei vagoni. Uomini e donne, giovani e vecchi, sani e malati, benestanti e poveri. Ebrei, però. Solo la dimensione fisica contava adesso. Adesso eravamo soltanto dei corpi, dei pezzi di carne e nulla più. Le nostre identità, l’avrei presto provato sulla pelle, sarebbero state cancellate. Il treno era immobile, di ghiaccio. Quando l’aria diventava irrespirabile e la tosse veniva a graffiare le gole, lì dentro diventava un formicaio di infezioni. I treni-merci trasportavano gli ebrei, gli zingari e gli oppositori del regime che venivano rastrellati ovunque. In Germania questo avveniva già da un pezzo, ma qui in Italia, una cosa del genere non era mai capitata. Mia madre, mi fece cenno di non addormentarmi, che era troppo freddo. Dovevo stare sveglia, avrei dormito una volta a destinazione. In fondo, loro, avevano bisogno di noi, di braccia da lavoro. Nei campi, si andava a lavorare. Che male c’era? Con la povertà che mordeva, era una fortuna, dicevano. Dicevano pure che occorreva passare una visita medica, che solo quelli di sana e robusta costituzione potevano andare a lavorare; degli altri, nessuno sapeva. “Sara” mi richiamava la mamma “sveglia, mi raccomando”. I miei occhi volevano chiudersi, ma dovevo resistere, dovevo tenerli aperti. Non andavo più a scuola da tre mesi, ormai. Da tre mesi ci sbattevamo da una parte all’altra dell’Italia. Roma, Firenze, Milano, la campagna lombarda. Bisognava nascondersi, fuggire come animali braccati. Non dovevano trovarci. Ma ci trovarono. Era buio quella sera. Nello scantinato della casa non era rimasto niente da mangiare. Faceva freddo, sempre freddo. Mortara d’inverno era gelida. Renato Giglio e sua moglie Margherita ci tenevano in casa loro a rischio della vita. Da due giorni eravamo digiuni. Mia madre disse che se non mettevamo qualcosa sotto i denti avremmo fatto la fine dei topi in gabbia. Ma era pericoloso, troppo pericoloso. E i morsi della fame cominciavano a farsi sentire, impietosamente. I Giglio non avevano più nulla nella dispensa, ci avevano pensato i fascisti a ripulire tutto: “Non volete contribuire al sostentamento del valoroso movimento? O dobbiamo pensare che state con i partigiani?”. Renato avrebbe voluto mollargli un pugno sul grugno, ma aveva due figlie. Bisognava pensare a loro. “Margherita” disse mia madre “andiamo noi che siam donne, ci lasciano stare vedrai”. Renato impallidì. Poi si portò l’indice alla tempia come per dire “Siete impazzite?”. Non voleva, il rischio era altissimo.
“La situazione non cambierà” riprese mia madre. “Non possiamo aspettare un miracolo.. dobbiamo uscire e trovare qualcosa da mangiare”. Uscirono. Per fortuna i fasci non trovarono il nascondiglio dei soldi, sotto la mangiatoia dei conigli. Credo che io, Renato e le figlie avevamo più paura di mia madre e Margherita. Il coraggio delle mamme. Pensai che una madre avrebbe dato la vita per i figli senza battere ciglio. Maria e Assunta Giglio ci seguirono sul treno per Ravensbrück. Non tornarono mai più. L’ultima volta che le ho viste abbiamo giocato a raccontarci fiabe. Io ne conoscevo tante. Loro ne sapevano solo tre: Cenerentola, Il brutto anatroccolo e Rosaspina. Erano dolci Maria e Assunta, due bambine. L’orrore che ci aspettava nel campo di sterminio le annientò di schianto. Troppo tenere, creature troppo buone per sopportare il regime disumano del lager. I miei dodici anni non mi erano mai pesati tanto quanto quella sera. Una pattuglia tedesca aveva scoperto mia madre e Margherita, ma non le aveva bloccate subito. Le seguirono, fino a casa di Renato Giglio. Ci scovarono tutti tra grasse risate. “Juden Raus”. L’avrei sentita fino alla nausea quell’esclamazione. Una SS ci disse di seguirli. Al minimo segno di ribellione o anche solo di disappunto ci avrebbero sparato. “Peccato che siete ebree” disse uno di loro rivolgendosi alle ragazze e ficcando la canna della mitraglietta sotto il mento di Assunta, la più piccola. Renato non ci vide più, si scagliò sulla SS e cercò di afferrargli l’arma. Quello però fu più veloce e gli esplose contro una raffica di colpi. Renato cadde a terra in una pozza di sangue. “Dreckiger Jude!” imprecò la SS. Poi si voltò verso di noi che eravamo ammutolite e disse: “Ecco cosa vi aspetta”. Maria e Assunta non riuscivano quasi a respirare. Credo non realizzassero nemmeno di trovarsi lì in quel momento. Ma non ci fu il tempo di pensare. La SS che aveva massacrato Renato ci intimò nuovamente di seguirli: “Wandern, forsch!”. Alla stazione di Milano c’era l’inferno. Un numero impressionante di uomini, cose, mezzi. Il fumo dei treni, il via vai pazzesco dei militari, le urla dei deportati, i gemiti dei bambini piccoli. Spari. Legnate. Pugni. Calci. Tutto era consentito, tutto era proibito: dipende da che parte stavi. Io avevo ancora negli occhi Renato, riverso nel suo stesso sangue. Ma ora c’erano questi altri poveracci: morti, feriti, picchiati, morenti, febbricitanti. Renato era ieri, questi erano l’oggi. Tutti, tutti partivamo al nord, dove si parlava tedesco. Varcata la frontiera i nostri destini si sarebbero risolti nel nulla. Non saremmo più stati esseri umani, ma semplici numeri, sigle tatuate, marchiate sulla pelle. Per sempre. A cosa serviva il nostro pianto? L’acciaio non conosce il dolore. Gli uomini superiori, i puri, gli ariani, avevano un’altra morale. Anzi, erano superiori alla morale stessa. Erano al di là del bene e del male. Cos’ero io, piccola ragazzina ebrea? Che valore poteva avere la mia vita? Fummo spinti sul treno a forza di percosse. Non era necessario, non c’era bisogno di tutta quella violenza. Saremmo comunque saliti su quel treno, nessuno poteva opporsi al proprio destino. Ma la violenza, la cieca brutalità, la crudeltà gratuita, facevano parte dello stesso destino. È questo che mi fa più rabbia ora, l’essere stati privati di ogni diritto, della minima umanità. Le botte, i maltrattamenti, gli stenti, o ti abbruttivano, tirando fuori la bestialità più ottusa che uno covava dentro, oppure ti annientavano, ti facevano sentire sconfitta, rassegnata. Una cosa più grande di noi, una cosa troppo grande per immaginarla con la mente di una bambina. Io, solo dodici anni. Sul treno c’è silenzio. Fuori c’è silenzio. Sembrano secoli che Renato è morto, che ci hanno trovati e messi su questo vagone. Ma era solo ieri. Binario 21. Non lo dimenticherò mai.
Gramzow. Si chiamava così la stazione silenziosa prima di Ravensbrück, quella in cui vidi mia madre per l’ultima volta. In quello scalo ferroviario dalla quiete irreale facevano lo smistamento. A Ravensbrück ci andavano solo le donne. In un locale a due passi dalla biglietteria i tedeschi avevano allestito un’infermeria. Dovevamo scendere. Era lì che eseguivano la prima visita medica. Avrei imparato a caro prezzo cosa significava “visita medica”: vita o morte. Ci divisero. Mia madre tentò di tenermi stretta a sé, ma una SS la colpì in pieno volto col calcio del fucile. “Non aver paura”. Furono le ultime parole che mi disse la mamma con le labbra sanguinanti. Alcune donne cercarono di aiutarla a rialzarsi ma la SS che l’aveva colpita e un’altra sopraggiunta proprio in quel momento picchiarono anche loro. Poi, un ufficiale chiamò i soldati. Mia madre era ancora a terra.
Passarono diverse ore prima che il graduato nazista riapparisse. L’ufficiale e le SS confabulavano. Il tenente Heynrich, così si chiamava l’ufficiale, aveva in mano un foglio. Una lista. Chi doveva morire subito e chi si sarebbe consumato in un campo di concentramento. Mia madre, l’avrei saputo anni dopo, fu giudicata “inabile al lavoro”, il che equivaleva ad una condanna a morte. Forse a causa del suo fisico minuto, forse perché aveva tentato di abbracciarmi. La portarono via insieme ad altre centocinquanta persone. Come può una madre lasciare sola sua figlia? Come può? I suoi capelli, il suo viso, le sue mani su di me. Nulla era più di tutto questo. “Non aver paura”. Il treno partì, sordo al dolore. Strideva, sfiatava, ondeggiava sui binari della follia.

Ravensbrück: un inferno mascherato da zoo. C’erano aiuole piene di fiori, c’erano animali: scimmie, pavoni, un pappagallo. Stranite, camminavamo lungo questo improbabile campo. Attraversammo un prato verde. Al di là del prato, coperto da grandi pini, il centro del lager, teatro degli orrori, ben occultato, lontano dagli occhi di possibili visitatori. Poi, quasi irraggiungibile, il muro di recinzione, su cui passava l’alta tensione.
Appena arrivate le guardie ci dissero subito che lì dentro non eravamo più nessuno: non avevamo più alcun diritto. Eravamo spoglie, indifese, umiliate. Chiunque avesse violato il regolamento avrebbe implorato di morire. Ora sapevo che la morte non era la cosa più brutta che può capitare. L’appello durò quattro ore. Dovevamo stare in piedi, senza azzardare la minima replica. Alcune, sfinite per il lungo ed estenuante tragitto, si accasciarono a terra.  Furono prese a bastonate. Due morirono per la violenza dei colpi, le altre, con uno sforzo sovrumano, si rimisero in piedi. Una SS, come se niente fosse accaduto, lesse ad alta voce i punti del regolamento che dovevamo ficcarci in testa all’istante: “Chi assumeva un contegno ironico nei riguardi delle SS; chi volontariamente ometteva il saluto e chi rifiutava di sottomettersi alla disciplina; chi assaliva una guardia, chi rifiutava di lavorare; chi fomentava la rivolta; chi abbandonava una colonna o si allontanava da un luogo di lavoro; chi durante le attività scriveva, discuteva, o faceva qualsiasi cosa che non fosse prevista dal regolamento, era passibile delle più feroci punizioni, fino alla morte”.
La fredda voce della SS non lasciava nessuna speranza. Fummo portate in un baraccone. Qui subimmo forse la più pesante delle umiliazioni: la rasatura. Provammo un infinito ribrezzo a vedere le nostre teste che pian piano diventavano tonde, lucide. I capelli cascavano lentamente ai nostri piedi ciocca a ciocca, inesorabilmente, sotto i colpi della tosatrice, metallici e gelidi. La macchinetta emetteva un rumore sinistro, agghiacciante, che ancora oggi certe notti credo di sentire quando c’è tanto silenzio. I capelli che cadevano apparivano quasi  metafore delle nostre vite, che poco a poco si spegnevano. Ma non era finita, il peggio doveva ancora arrivare. Ci rasarono anche nelle parti intime. I rasoi usati erano vecchi e avevano lame poco affilate, alcune mezzo arrugginite. È impossibile raccontare il senso di repulsione, di disgusto che si prova quando la propria intimità viene oltraggiata, derisa, violata. Ci marchiarono il braccio sinistro, indelebilmente. Ecco, adesso avevamo veramente cessato di esistere come donne, come esseri umani, per divenire quel segno sul braccio. Non – esseri senza alcun diritto.

Le nostre vite erano scandite dalla sirena del campo. A quel suono inumano dovevamo scattare. Veloci, mute. Le guardie ci urlavano contro di muoverci, ci insultavano, mentre i cani al guinzaglio latravano e ringhiavano. I nostri aguzzini li istigavano, si divertivano a terrorizzarci. Dovevamo metterci in fila e restare così per un’ora, due, tre. Fin quando le SS non dicevano che bastava. Allora ci incamminavamo verso i posti di lavoro.
Noi italiane siamo state le ultime ad arrivare al campo. All’inizio le detenute di altre nazionalità ci discriminarono. Era il prezzo da pagare come alleati e complici dei nazisti. Ma non era solo questo. Noi non parlavamo il tedesco e il polacco, le lingue del lager, e le altre, lì dentro, non conoscevano l’italiano. Nessuna ci avrebbe detto delle minacce che costantemente avremmo sentito addosso, di come evitarle o aggirarle. Avere amici nel campo equivaleva ad avere un appiglio cui aggrapparsi, una speranza di sopravvivenza. Tutte, indistintamente, soffrivamo in quel macello. Soffrivamo per la confusione, l’afflizione di sentirsi esseri subumani, oggetti nelle mani dei nazisti. Ma per noi, italiane, ree di connivenza coi tedeschi, c’era una pena in più: la vergogna del fascismo. Pochissimi a Ravensbrück e nei dintorni erano a conoscenza del rivolgimento della guerra, del passaggio dell’Italia dalla parte degli alleati. Nel lager le notizie non arrivavano, non potevano arrivare. L’astio nei nostri confronti durò poco. Là dentro o ci si aiutava tutte, o non tiravi avanti. Imparammo presto a intenderci a memoria, a difenderci, a farla in barba alle guardie, ad evitare di venir massacrate. La ripugnanza verso i nazisti e il desiderio di farcela fu il collante che tenne insieme noi internate. L’azione disumanizzante che i nazisti perpetravano su di noi, diretta, costante, maligna, ma che alle volte cercava di insinuarsi subdolamente nella testa, logorandoti, stava trovando un’avversaria potente: la voglia di libertà e di riscatto, nonostante tutto. Avevamo sviluppato una forza che non sapevamo di avere. E questo è difficile da capire, perché non passava giorno in cui non subivamo angherie, soprusi, violenze. Lo stesso cammino, uguale per tutte: fame, sfinimento fisico, morte. Non ci lasciammo andare alla voglia d’abbandono.

Nel campo si lavorava in turni di dodici ore, giorno e notte. Bisognava caricare pesi assurdi: legna, ferro, acciaio, pietre. Alle SS non importava se eri una bambina, bastava essere giovani e robuste. Io avevo quasi tredici anni, ma ero esile, minuta. Mi risparmiarono unicamente perché sapevo cucire e tagliare la stoffa. Fui impiegata in sartoria. Occorrevano sempre nuove uniformi per l’esercito tedesco. Le altre mi ritenevano fortunata e paracula a non dover sopportare i lavori estenuanti dei capannoni industriali, ed alcune erano invidiose. Me l’avevano fatto capire. Lo avvertivo nei loro sguardi, in certi loro commenti. Il lavoro durissimo, la mancanza di sonno, la malnutrizione, le pessime condizioni igieniche, il continuo terrore, distruggevano il fisico ma soprattutto la mente. Pian piano ti logoravano, ti uccidevano. Ecco scoppiare allora le piccole gelosie, le piccole meschinità. Nell’insopportabile tragedia umana che vivevamo, c’era anche questo. Potevo capirle, c’era da impazzire, più che per le SS, per le kapò, donne e ragazze come noi, detenute, internate. Nessun’altra ci disprezzava come loro. Nessun’altra ci odiava come loro. Forse perché in noi ritrovavano se stesse, la condizione infima, il peggio del peggio. Una lotta tra disperati. I simili si odiano a vicenda. Invece no. Quelle così erano solo tre in tutto il campo. Tra noi altre eravamo solidali, ci aiutavamo. E ci volevamo bene, ne ero sicura. Forse proprio in quell’inferno abbiamo iniziato ad intuire il senso della parola “democrazia”.
Alcune mi invidiavano, ma non c’era molto da invidiarmi. Avrei pagato un prezzo altissimo per questa mia situazione privilegiata.
Quel giorno dovevano pulirci. La disinfestazione: ci veniva passato dappertutto uno straccio intriso di petrolio. Era una mattinata gelida, e noi in fila, immobili, tremanti come foglie. Le SS godevano nell’umiliarci. Ridevano mentre ci guardavano come si guardano animali impotenti, con gli occhi colmi di disprezzo; ridevano mentre ci sputavano addosso, in faccia, sul collo, sul seno; ridevano mentre brucavano i nostri corpi nudi con i manganelli. Ridevano.
Un sottoufficiale chiamò per la visita. Le visite ci terrorizzavano più di ogni altra cosa. Il camice bianco dei dottori e degli infermieri era ingannevole. Non era il nero delle uniformi SS, ma dietro quel candore si nascondeva l’orrore, la cieca follia. Nude, infreddolite, schiacciate nelle nostre misere spalle, aspettavamo. Alcune furono scartate per delle insignificanti chiazze sulla pelle, nei, pustole, brufoli. Altre perché avevano le gambe storte o semplicemente perché erano strabiche. Le ragazze più carine, soprattutto quelle come noi, arrivate da poco e non ancora rovinate dalle condizioni estreme del lager, finivano nei bordelli. Anche le ragazze-divertimento dei bordelli suscitavano l’invidia di quelle che lavoravano pesante. Le “bamboline” ricevevano spesso regali, molto utili lì dentro: calzini, guanti, mantelline. Roba da niente, cose per lo più vecchie e mezze lacere, ma erano oro colato per chi non si poteva permettere nulla. Le bamboline  a volte morivano per i maltrattamenti, le sevizie. Nessuno dava niente per niente. La bellezza poteva essere un’ulteriore maledizione là dentro. I regali costavano cari.
Alle sei del pomeriggio di quel giorno, il giorno della visita, avrei desiderato morire. Nel revier, l’infermeria, eravamo rimaste solo noi. Ci avevano lasciate per ultime. Dieci ragazze. Non andavamo a lavorare ai capannoni industriali, non ci toccava prostituirci nei bordelli, non ci facevano tornare alle nostre occupazioni, non ci avevano uccise. Un ufficiale medico ordinò alle SS che ci sorvegliavano di portargli due Krouki nella baracca posta dietro l’infermeria. La baracca era segnalata con la sigla NN. Nessuna di noi immaginava, neanche lontanamente, gli orrori che si celavano dietro quella scritta. NN, Nacht und Nebel: Notte e Nebbia. Là dentro i zelanti medici nazisti eseguivano esperimenti sulle fratture ossee. I medici frantumavano a colpi di martello le ossa delle gambe delle internate per poi ricomporne i frammenti. Una realtà spaventosa, raccapricciante. La ragazza entrata prima di me cacciò un urlo disumano, straziante. Si ribellò, iniziò a dimenarsi e tentò di divincolarsi. Due SS le furono subito addosso e la picchiarono selvaggiamente. Il medico intimò loro di farla sparire. Fu gassata l’indomani mattina. Toccava a me. Avrei potuto urlare anch’io, ribellarmi, insultarli magari. Non lo feci. Avevo razionalizzato: ero una Krouki, una cavia umana. Ma potevo vivere, forse. Di Lina, così si chiamava la ragazza che aveva tentato di reagire, non se ne è saputo più nulla. Dal momento in cui mise piede nel lager, e soprattutto dopo essere entrata nella baracca NN, le sue tracce sono andate disperse. Chi oltrepassava la soglia di quella baracca diventava invisibile, del suo destino nessuno doveva sapere più nulla.  Di lei, è rimasta solo la sua vita antecedente quel giorno a Milano. Lina, inghiottita dalla Notte e dalla Nebbia. Il medico fece cenno di avvicinarmi. I miei passi erano impercettibili, felpati, come quelli di un gatto. L’uomo in camice bianco non aveva in mano il martello ma un tubetto di medicinale sul quale potevo scorgere una “B”. In piedi davanti a lui quasi non respiravo. Si fece scivolare sulla mano alcune compresse. Me ne diede una e mi disse di ingoiarla. Esitai, guardando con diffidenza la compressa che avevo in mano. Il medico mi rivolse uno sguardo di fuoco. Le due SS che erano appena dietro di me battevano il manganello sulle mani. Era inutile prendere tempo: dovevo mandare giù quella compressa. Ancora una volta pensavo che mi fosse toccata una sorte migliore delle altre, ancora una volta mi sbagliavo. Fu somministrata una compressa a ciascuna ragazza rimasta nella baracca NN. Appena finito il medico ordinò alle SS di ricondurci alle nostre baracche. Non ebbi modo di appoggiarmi alla branda, un dolore lancinante, incredibile mi prese l’addome. Ero piegata in due, non riuscivo nemmeno a gridare, il fiato mi si strozzava in gola. Così pure le due ragazze che come me avevano ingollato la compressa. Sudavamo freddo, mentre le altre non capivano il perché del nostro stato. Pian piano il dolore acutissimo lasciò il posto ad un intenso bruciore di stomaco. Avvertimmo un prurito alla pancia, mentre un sapore acido e dolciastro ci saliva in bocca. “Cosa vi hanno fatto” disse Emma, la più anziana della baracca. Ma noi non potevamo parlare, non ne eravamo capaci. E poi, tutte ricordavamo il monito del medico: chi avesse parlato delle cose che accadevano alla baracca NN sarebbe stato eliminato, se scoperto. “Qualcosa debbono pur avervi fatto” continuava Emma. Silenzio. Un mortale, innaturale silenzio. Le nostre pene andavano rispettate, fu questo una sorta di messaggio implicito che tutte le altre della baracca recepirono. Il mattino seguente notammo delle macchie rosse e delle piccole abrasioni su più parti del corpo. Fummo prese dal terrore. Ricordavamo bene che per delle cose così ti mandavano a morire. Abbiamo fatto di tutto per coprire quei segni, ma fu inutile. Una dottoressa SS comparve all’improvviso scortata da dieci guardie armate fino ai denti. “È una cosa che non deve riguardarvi” ci urlò contro “fate finta di niente”. Si riferiva a quei segni, che evidentemente erano le conseguenze di quel medicinale. Noi non aspettavamo altro, di far finta di niente. La dottoressa versò nelle caldaie dove preparavano la nostra schifosissima zuppa un prodotto chimico. Sul contenitore notai la stessa “B” del tubetto che avevo visto nella baracca NN. Una volta mangiata la zuppa abbiamo capito che era davvero lo stesso prodotto. Ci aveva causato uguali sintomi di malessere. Avremmo presto scoperto cos’era quel medicinale, serviva a sterilizzarci. L’orrore non aveva fine.
Ogni volta che pensavamo di non poter provare niente di più atroce, l’atrocità superava se stessa. Periodicamente, all’inizio di rado, poi sempre più di frequente, c’erano gli appelli per le visite. E c’erano donne che dovevano morire: malate, stremate, anziane, pazze e soprattutto ebree. Di tutte queste, erano quelle con problemi mentali che mi facevano più pena. Le pazze venivano denudate e chiuse in una piccola stanza, il numero viola dipinto sulla schiena. Tante donne e ragazze innocenti, ridotte a numeri color viola, morivano nella piccola camera a gas predisposta in una baracca degli attrezzi. La baracca aveva un’apertura nel tetto dalla quale immettevano il Cyclon B, un gas velenosissimo.
Istericamente, risi. Pensai che tutte le sigle che cominciavano per “B” erano legate alla morte. Molte di noi morirono in quel modo, oppure morirono di stenti, o fucilate, bastonate, picchiate a mani nude, impiccate. Altre morirono di fame o per gli esperimenti criminali di medici fanatici.

Il tempo passava, ma io non me ne accorgevo. Nel lager il tempo non aveva senso.
Ma qualcosa stava cambiando. Le guardie da qualche giorno erano più nervose e distratte. Iniziava a girare voce che la fine della guerra era vicina e che la Germania avrebbe perso. La cosa andò avanti così per due settimane, finché una mattina, alle prime luci dell’alba, le SS decisero di mettersi in marcia verso nord-ovest. Le donne che ne avevano la forza sarebbero state costrette a camminare. Quelle che invece non ce la facevano, perché come me erano in pessime condizioni di salute, rimasero nel campo. Le SS abbandonarono l’idea di ammazzarci per non sprecare munizioni e tempo. I russi erano vicini i nazisti avevano fretta di sbaraccare. Il 30 Aprile del 1945 fummo liberate dall’Armata Rossa. Eravamo circa tremila, tutte stremate, molte in fin di vita. Molte morirono alcune settimane dopo la Liberazione. Altre, come me, si portarono dietro i segni fisici e mentali della vita nel lager. Di quelle costrette a fare la “marcia della morte”, non abbiamo saputo più niente. Fu un’altra crudeltà, forse l’ultima, dei nazisti: costringere a marciare fino allo sfinimento, senza una meta, le deportate. Io le sento vicine, come solo chi ha provato quell’orrore può sentirle vicino. Non ricordo il nome di tutte, ma di molte ricordo i volti, le voci. Vi abbraccio tutte, vi stringo forte a me. Vi voglio bene, e sempre ve ne vorrò.

1984. Mia figlia Rosa sta ascoltando Forever young degli “Alphaville”, una band tedesca. È bastato un niente per farmi rivivere una vita. I ricordi si accavallano, senza rispettare il tempo, la logica. Appaiono confusi, poi chiari, poi si confondono di nuovo. Un flusso di memoria, infinito, mi sommerge togliendomi il respiro. Un vortice di emozioni, odori, suoni, immagini. Germania. Sono stata a Berlino con mio marito l’anno scorso. Ci siamo fermati proprio sotto la Porta di Brandeburgo. È lì che la celebrazione della follia nazista ha conosciuto l’apice e la fine. Piansi. Finalmente piansi. L’uomo dimentica presto. Forse per non impazzire. Io volevo dimenticare. Per tanto tempo l’ho voluto, cercato, implorato. Un oblio consolatore, oppure solo un modo come un altro per resistere, per rimanere in vita. Per rifarmi un vita, se mai possibile, dopo quell’orrore. Ma come si può dimenticare? Come…
Il miracolo della nascita. Sarebbe bastata un’altra volta, forse, un’altra volta prendere quel maledetto medicinale e non avrei più potuto avere figli. Mi monta la rabbia, una rabbia atroce. Questa volta sì, sono stata fortunata. Molte altre no. Centinaia, migliaia di donne, no. L’orrore è troppo grande per spiegarlo agli uomini. Senti che l’odio vuole appropriarsi di te, l’odio vuole la sua parte. È talmente facile odiare quando hai provato il male supremo. Eppure non odio, non posso odiare. Ancora una volta ho meraviglia della mia forza d’animo. Guardo negli occhi mia figlia e mi rivedo, adolescente. Prima, durante, dopo la prigionia. Non posso dimenticare, non voglio dimenticare. Nonostante tutto, nonostante l’orrore, ho conservato la mia dignità. Non voglio dimenticare, ma ricordare tutto e trarne forza. Si può. Posso farlo. Devo farlo. Voglio farlo. Per mia figlia, per me, per chi non c’è più. Ma non devo rimanere sola nel mio ricordo. La memoria, sì, la memoria di tutti. Non lasciatemi sola nel mio ricordo. Non dimenticate, vi prego. Non dimenticate.
Mia figlia ascolta lo stereo a volume troppo alto, glielo dico sempre.
“Il paradiso può aspettare, noi stiamo solo guardando il cielo, sperando il meglio ma aspettando il peggio, farai scoppiare la bomba o no?”

di Gianluca Conte

Il treno si fermò in una stazione desolata. Non potevo vedere fuori, il vagone-merci era di privo aperture, ma l’avevo capito perché c’era un profondo silenzio. Il tanfo del piscio e delle feci era ancora sopportabile, e questo significava che non eravamo neanche a metà del tragitto. Ci si abituava a tutto, anche ad essere stipati come animali, o cose. Ammucchiati, congestionati, sporchi. Ma eravamo vivi, se vita poteva chiamarsi quella. Io allora ero una bambina minuta, se mi rannicchiavo, potevo ficcarmi ovunque. Il peggio era per i grandi che, schiacciati come sardine, soffrivano l’angustia di quei vagoni. Uomini e donne, giovani e vecchi, sani e malati, benestanti e poveri. Ebrei, però. Solo la dimensione fisica contava adesso. Adesso eravamo soltanto dei corpi, dei pezzi di carne e nulla più. Le nostre identità, l’avrei presto provato sulla pelle, sarebbero state cancellate. Il treno era immobile, di ghiaccio. Quando l’aria diventava irrespirabile e la tosse veniva a graffiare le gole, lì dentro diventava un formicaio di infezioni. I treni-merci trasportavano gli ebrei, gli zingari e gli oppositori del regime che venivano rastrellati ovunque. In Germania questo avveniva già da un pezzo, ma qui in Italia, una cosa del genere non era mai capitata. Mia madre, mi fece cenno di non addormentarmi, che era troppo freddo. Dovevo stare sveglia, avrei dormito una volta a destinazione. In fondo, loro, avevano bisogno di noi, di braccia da lavoro. Nei campi, si andava a lavorare. Che male c’era? Con la povertà che mordeva, era una fortuna, dicevano. Dicevano pure che occorreva passare una visita medica, che solo quelli di sana e robusta costituzione potevano andare a lavorare; degli altri, nessuno sapeva. “Sara” mi richiamava la mamma “sveglia, mi raccomando”. I miei occhi volevano chiudersi, ma dovevo resistere, dovevo tenerli aperti. Non andavo più a scuola da tre mesi, ormai. Da tre mesi ci sbattevamo da una parte all’altra dell’Italia. Roma, Firenze, Milano, la campagna lombarda. Bisognava nascondersi, fuggire come animali braccati. Non dovevano trovarci. Ma ci trovarono. Era buio quella sera. Nello scantinato della casa non era rimasto niente da mangiare. Faceva freddo, sempre freddo. Mortara d’inverno era gelida. Renato Giglio e sua moglie Margherita ci tenevano in casa loro a rischio della vita. Da due giorni eravamo digiuni. Mia madre disse che se non mettevamo qualcosa sotto i denti avremmo fatto la fine dei topi in gabbia. Ma era pericoloso, troppo pericoloso. E i morsi della fame cominciavano a farsi sentire, impietosamente. I Giglio non avevano più nulla nella dispensa, ci avevano pensato i fascisti a ripulire tutto: “Non volete contribuire al sostentamento del valoroso movimento? O dobbiamo pensare che state con i partigiani?”. Renato avrebbe voluto mollargli un pugno sul grugno, ma aveva due figlie. Bisognava pensare a loro. “Margherita” disse mia madre “andiamo noi che siam donne, ci lasciano stare vedrai”. Renato impallidì. Poi si portò l’indice alla tempia come per dire “Siete impazzite?”. Non voleva, il rischio era altissimo.
“La situazione non cambierà” riprese mia madre. “Non possiamo aspettare un miracolo.. dobbiamo uscire e trovare qualcosa da mangiare”. Uscirono. Per fortuna i fasci non trovarono il nascondiglio dei soldi, sotto la mangiatoia dei conigli. Credo che io, Renato e le figlie avevamo più paura di mia madre e Margherita. Il coraggio delle mamme. Pensai che una madre avrebbe dato la vita per i figli senza battere ciglio. Maria e Assunta Giglio ci seguirono sul treno per Ravensbrück. Non tornarono mai più. L’ultima volta che le ho viste abbiamo giocato a raccontarci fiabe. Io ne conoscevo tante. Loro ne sapevano solo tre: Cenerentola, Il brutto anatroccolo e Rosaspina. Erano dolci Maria e Assunta, due bambine. L’orrore che ci aspettava nel campo di sterminio le annientò di schianto. Troppo tenere, creature troppo buone per sopportare il regime disumano del lager. I miei dodici anni non mi erano mai pesati tanto quanto quella sera. Una pattuglia tedesca aveva scoperto mia madre e Margherita, ma non le aveva bloccate subito. Le seguirono, fino a casa di Renato Giglio. Ci scovarono tutti tra grasse risate. “Juden Raus”. L’avrei sentita fino alla nausea quell’esclamazione. Una SS ci disse di seguirli. Al minimo segno di ribellione o anche solo di disappunto ci avrebbero sparato. “Peccato che siete ebree” disse uno di loro rivolgendosi alle ragazze e ficcando la canna della mitraglietta sotto il mento di Assunta, la più piccola. Renato non ci vide più, si scagliò sulla SS e cercò di afferrargli l’arma. Quello però fu più veloce e gli esplose contro una raffica di colpi. Renato cadde a terra in una pozza di sangue. “Dreckiger Jude!” imprecò la SS. Poi si voltò verso di noi che eravamo ammutolite e disse: “Ecco cosa vi aspetta”. Maria e Assunta non riuscivano quasi a respirare. Credo non realizzassero nemmeno di trovarsi lì in quel momento. Ma non ci fu il tempo di pensare. La SS che aveva massacrato Renato ci intimò nuovamente di seguirli: “Wandern, forsch!”. Alla stazione di Milano c’era l’inferno. Un numero impressionante di uomini, cose, mezzi. Il fumo dei treni, il via vai pazzesco dei militari, le urla dei deportati, i gemiti dei bambini piccoli. Spari. Legnate. Pugni. Calci. Tutto era consentito, tutto era proibito: dipende da che parte stavi. Io avevo ancora negli occhi Renato, riverso nel suo stesso sangue. Ma ora c’erano questi altri poveracci: morti, feriti, picchiati, morenti, febbricitanti. Renato era ieri, questi erano l’oggi. Tutti, tutti partivamo al nord, dove si parlava tedesco. Varcata la frontiera i nostri destini si sarebbero risolti nel nulla. Non saremmo più stati esseri umani, ma semplici numeri, sigle tatuate, marchiate sulla pelle. Per sempre. A cosa serviva il nostro pianto? L’acciaio non conosce il dolore. Gli uomini superiori, i puri, gli ariani, avevano un’altra morale. Anzi, erano superiori alla morale stessa. Erano al di là del bene e del male. Cos’ero io, piccola ragazzina ebrea? Che valore poteva avere la mia vita? Fummo spinti sul treno a forza di percosse. Non era necessario, non c’era bisogno di tutta quella violenza. Saremmo comunque saliti su quel treno, nessuno poteva opporsi al proprio destino. Ma la violenza, la cieca brutalità, la crudeltà gratuita, facevano parte dello stesso destino. È questo che mi fa più rabbia ora, l’essere stati privati di ogni diritto, della minima umanità. Le botte, i maltrattamenti, gli stenti, o ti abbruttivano, tirando fuori la bestialità più ottusa che uno covava dentro, oppure ti annientavano, ti facevano sentire sconfitta, rassegnata. Una cosa più grande di noi, una cosa troppo grande per immaginarla con la mente di una bambina. Io, solo dodici anni. Sul treno c’è silenzio. Fuori c’è silenzio. Sembrano secoli che Renato è morto, che ci hanno trovati e messi su questo vagone. Ma era solo ieri. Binario 21. Non lo dimenticherò mai.
Gramzow. Si chiamava così la stazione silenziosa prima di Ravensbrück, quella in cui vidi mia madre per l’ultima volta. In quello scalo ferroviario dalla quiete irreale facevano lo smistamento. A Ravensbrück ci andavano solo le donne. In un locale a due passi dalla biglietteria i tedeschi avevano allestito un’infermeria. Dovevamo scendere. Era lì che eseguivano la prima visita medica. Avrei imparato a caro prezzo cosa significava “visita medica”: vita o morte. Ci divisero. Mia madre tentò di tenermi stretta a sé, ma una SS la colpì in pieno volto col calcio del fucile. “Non aver paura”. Furono le ultime parole che mi disse la mamma con le labbra sanguinanti. Alcune donne cercarono di aiutarla a rialzarsi ma la SS che l’aveva colpita e un’altra sopraggiunta proprio in quel momento picchiarono anche loro. Poi, un ufficiale chiamò i soldati. Mia madre era ancora a terra.
Passarono diverse ore prima che il graduato nazista riapparisse. L’ufficiale e le SS confabulavano. Il tenente Heynrich, così si chiamava l’ufficiale, aveva in mano un foglio. Una lista. Chi doveva morire subito e chi si sarebbe consumato in un campo di concentramento. Mia madre, l’avrei saputo anni dopo, fu giudicata “inabile al lavoro”, il che equivaleva ad una condanna a morte. Forse a causa del suo fisico minuto, forse perché aveva tentato di abbracciarmi. La portarono via insieme ad altre centocinquanta persone. Come può una madre lasciare sola sua figlia? Come può? I suoi capelli, il suo viso, le sue mani su di me. Nulla era più di tutto questo. “Non aver paura”. Il treno partì, sordo al dolore. Strideva, sfiatava, ondeggiava sui binari della follia.

Ravensbrück: un inferno mascherato da zoo. C’erano aiuole piene di fiori, c’erano animali: scimmie, pavoni, un pappagallo. Stranite, camminavamo lungo questo improbabile campo. Attraversammo un prato verde. Al di là del prato, coperto da grandi pini, il centro del lager, teatro degli orrori, ben occultato, lontano dagli occhi di possibili visitatori. Poi, quasi irraggiungibile, il muro di recinzione, su cui passava l’alta tensione.
Appena arrivate le guardie ci dissero subito che lì dentro non eravamo più nessuno: non avevamo più alcun diritto. Eravamo spoglie, indifese, umiliate. Chiunque avesse violato il regolamento avrebbe implorato di morire. Ora sapevo che la morte non era la cosa più brutta che può capitare. L’appello durò quattro ore. Dovevamo stare in piedi, senza azzardare la minima replica. Alcune, sfinite per il lungo ed estenuante tragitto, si accasciarono a terra.  Furono prese a bastonate. Due morirono per la violenza dei colpi, le altre, con uno sforzo sovrumano, si rimisero in piedi. Una SS, come se niente fosse accaduto, lesse ad alta voce i punti del regolamento che dovevamo ficcarci in testa all’istante: “Chi assumeva un contegno ironico nei riguardi delle SS; chi volontariamente ometteva il saluto e chi rifiutava di sottomettersi alla disciplina; chi assaliva una guardia, chi rifiutava di lavorare; chi fomentava la rivolta; chi abbandonava una colonna o si allontanava da un luogo di lavoro; chi durante le attività scriveva, discuteva, o faceva qualsiasi cosa che non fosse prevista dal regolamento, era passibile delle più feroci punizioni, fino alla morte”.
La fredda voce della SS non lasciava nessuna speranza. Fummo portate in un baraccone. Qui subimmo forse la più pesante delle umiliazioni: la rasatura. Provammo un infinito ribrezzo a vedere le nostre teste che pian piano diventavano tonde, lucide. I capelli cascavano lentamente ai nostri piedi ciocca a ciocca, inesorabilmente, sotto i colpi della tosatrice, metallici e gelidi. La macchinetta emetteva un rumore sinistro, agghiacciante, che ancora oggi certe notti credo di sentire quando c’è tanto silenzio. I capelli che cadevano apparivano quasi  metafore delle nostre vite, che poco a poco si spegnevano. Ma non era finita, il peggio doveva ancora arrivare. Ci rasarono anche nelle parti intime. I rasoi usati erano vecchi e avevano lame poco affilate, alcune mezzo arrugginite. È impossibile raccontare il senso di repulsione, di disgusto che si prova quando la propria intimità viene oltraggiata, derisa, violata. Ci marchiarono il braccio sinistro, indelebilmente. Ecco, adesso avevamo veramente cessato di esistere come donne, come esseri umani, per divenire quel segno sul braccio. Non – esseri senza alcun diritto.

Le nostre vite erano scandite dalla sirena del campo. A quel suono inumano dovevamo scattare. Veloci, mute. Le guardie ci urlavano contro di muoverci, ci insultavano, mentre i cani al guinzaglio latravano e ringhiavano. I nostri aguzzini li istigavano, si divertivano a terrorizzarci. Dovevamo metterci in fila e restare così per un’ora, due, tre. Fin quando le SS non dicevano che bastava. Allora ci incamminavamo verso i posti di lavoro.
Noi italiane siamo state le ultime ad arrivare al campo. All’inizio le detenute di altre nazionalità ci discriminarono. Era il prezzo da pagare come alleati e complici dei nazisti. Ma non era solo questo. Noi non parlavamo il tedesco e il polacco, le lingue del lager, e le altre, lì dentro, non conoscevano l’italiano. Nessuna ci avrebbe detto delle minacce che costantemente avremmo sentito addosso, di come evitarle o aggirarle. Avere amici nel campo equivaleva ad avere un appiglio cui aggrapparsi, una speranza di sopravvivenza. Tutte, indistintamente, soffrivamo in quel macello. Soffrivamo per la confusione, l’afflizione di sentirsi esseri subumani, oggetti nelle mani dei nazisti. Ma per noi, italiane, ree di connivenza coi tedeschi, c’era una pena in più: la vergogna del fascismo. Pochissimi a Ravensbrück e nei dintorni erano a conoscenza del rivolgimento della guerra, del passaggio dell’Italia dalla parte degli alleati. Nel lager le notizie non arrivavano, non potevano arrivare. L’astio nei nostri confronti durò poco. Là dentro o ci si aiutava tutte, o non tiravi avanti. Imparammo presto a intenderci a memoria, a difenderci, a farla in barba alle guardie, ad evitare di venir massacrate. La ripugnanza verso i nazisti e il desiderio di farcela fu il collante che tenne insieme noi internate. L’azione disumanizzante che i nazisti perpetravano su di noi, diretta, costante, maligna, ma che alle volte cercava di insinuarsi subdolamente nella testa, logorandoti, stava trovando un’avversaria potente: la voglia di libertà e di riscatto, nonostante tutto. Avevamo sviluppato una forza che non sapevamo di avere. E questo è difficile da capire, perché non passava giorno in cui non subivamo angherie, soprusi, violenze. Lo stesso cammino, uguale per tutte: fame, sfinimento fisico, morte. Non ci lasciammo andare alla voglia d’abbandono.

Nel campo si lavorava in turni di dodici ore, giorno e notte. Bisognava caricare pesi assurdi: legna, ferro, acciaio, pietre. Alle SS non importava se eri una bambina, bastava essere giovani e robuste. Io avevo quasi tredici anni, ma ero esile, minuta. Mi risparmiarono unicamente perché sapevo cucire e tagliare la stoffa. Fui impiegata in sartoria. Occorrevano sempre nuove uniformi per l’esercito tedesco. Le altre mi ritenevano fortunata e paracula a non dover sopportare i lavori estenuanti dei capannoni industriali, ed alcune erano invidiose. Me l’avevano fatto capire. Lo avvertivo nei loro sguardi, in certi loro commenti. Il lavoro durissimo, la mancanza di sonno, la malnutrizione, le pessime condizioni igieniche, il continuo terrore, distruggevano il fisico ma soprattutto la mente. Pian piano ti logoravano, ti uccidevano. Ecco scoppiare allora le piccole gelosie, le piccole meschinità. Nell’insopportabile tragedia umana che vivevamo, c’era anche questo. Potevo capirle, c’era da impazzire, più che per le SS, per le kapò, donne e ragazze come noi, detenute, internate. Nessun’altra ci disprezzava come loro. Nessun’altra ci odiava come loro. Forse perché in noi ritrovavano se stesse, la condizione infima, il peggio del peggio. Una lotta tra disperati. I simili si odiano a vicenda. Invece no. Quelle così erano solo tre in tutto il campo. Tra noi altre eravamo solidali, ci aiutavamo. E ci volevamo bene, ne ero sicura. Forse proprio in quell’inferno abbiamo iniziato ad intuire il senso della parola “democrazia”.
Alcune mi invidiavano, ma non c’era molto da invidiarmi. Avrei pagato un prezzo altissimo per questa mia situazione privilegiata.
Quel giorno dovevano pulirci. La disinfestazione: ci veniva passato dappertutto uno straccio intriso di petrolio. Era una mattinata gelida, e noi in fila, immobili, tremanti come foglie. Le SS godevano nell’umiliarci. Ridevano mentre ci guardavano come si guardano animali impotenti, con gli occhi colmi di disprezzo; ridevano mentre ci sputavano addosso, in faccia, sul collo, sul seno; ridevano mentre brucavano i nostri corpi nudi con i manganelli. Ridevano.
Un sottoufficiale chiamò per la visita. Le visite ci terrorizzavano più di ogni altra cosa. Il camice bianco dei dottori e degli infermieri era ingannevole. Non era il nero delle uniformi SS, ma dietro quel candore si nascondeva l’orrore, la cieca follia. Nude, infreddolite, schiacciate nelle nostre misere spalle, aspettavamo. Alcune furono scartate per delle insignificanti chiazze sulla pelle, nei, pustole, brufoli. Altre perché avevano le gambe storte o semplicemente perché erano strabiche. Le ragazze più carine, soprattutto quelle come noi, arrivate da poco e non ancora rovinate dalle condizioni estreme del lager, finivano nei bordelli. Anche le ragazze-divertimento dei bordelli suscitavano l’invidia di quelle che lavoravano pesante. Le “bamboline” ricevevano spesso regali, molto utili lì dentro: calzini, guanti, mantelline. Roba da niente, cose per lo più vecchie e mezze lacere, ma erano oro colato per chi non si poteva permettere nulla. Le bamboline  a volte morivano per i maltrattamenti, le sevizie. Nessuno dava niente per niente. La bellezza poteva essere un’ulteriore maledizione là dentro. I regali costavano cari.
Alle sei del pomeriggio di quel giorno, il giorno della visita, avrei desiderato morire. Nel revier, l’infermeria, eravamo rimaste solo noi. Ci avevano lasciate per ultime. Dieci ragazze. Non andavamo a lavorare ai capannoni industriali, non ci toccava prostituirci nei bordelli, non ci facevano tornare alle nostre occupazioni, non ci avevano uccise. Un ufficiale medico ordinò alle SS che ci sorvegliavano di portargli due Krouki nella baracca posta dietro l’infermeria. La baracca era segnalata con la sigla NN. Nessuna di noi immaginava, neanche lontanamente, gli orrori che si celavano dietro quella scritta. NN, Nacht und Nebel: Notte e Nebbia. Là dentro i zelanti medici nazisti eseguivano esperimenti sulle fratture ossee. I medici frantumavano a colpi di martello le ossa delle gambe delle internate per poi ricomporne i frammenti. Una realtà spaventosa, raccapricciante. La ragazza entrata prima di me cacciò un urlo disumano, straziante. Si ribellò, iniziò a dimenarsi e tentò di divincolarsi. Due SS le furono subito addosso e la picchiarono selvaggiamente. Il medico intimò loro di farla sparire. Fu gassata l’indomani mattina. Toccava a me. Avrei potuto urlare anch’io, ribellarmi, insultarli magari. Non lo feci. Avevo razionalizzato: ero una Krouki, una cavia umana. Ma potevo vivere, forse. Di Lina, così si chiamava la ragazza che aveva tentato di reagire, non se ne è saputo più nulla. Dal momento in cui mise piede nel lager, e soprattutto dopo essere entrata nella baracca NN, le sue tracce sono andate disperse. Chi oltrepassava la soglia di quella baracca diventava invisibile, del suo destino nessuno doveva sapere più nulla.  Di lei, è rimasta solo la sua vita antecedente quel giorno a Milano. Lina, inghiottita dalla Notte e dalla Nebbia. Il medico fece cenno di avvicinarmi. I miei passi erano impercettibili, felpati, come quelli di un gatto. L’uomo in camice bianco non aveva in mano il martello ma un tubetto di medicinale sul quale potevo scorgere una “B”. In piedi davanti a lui quasi non respiravo. Si fece scivolare sulla mano alcune compresse. Me ne diede una e mi disse di ingoiarla. Esitai, guardando con diffidenza la compressa che avevo in mano. Il medico mi rivolse uno sguardo di fuoco. Le due SS che erano appena dietro di me battevano il manganello sulle mani. Era inutile prendere tempo: dovevo mandare giù quella compressa. Ancora una volta pensavo che mi fosse toccata una sorte migliore delle altre, ancora una volta mi sbagliavo. Fu somministrata una compressa a ciascuna ragazza rimasta nella baracca NN. Appena finito il medico ordinò alle SS di ricondurci alle nostre baracche. Non ebbi modo di appoggiarmi alla branda, un dolore lancinante, incredibile mi prese l’addome. Ero piegata in due, non riuscivo nemmeno a gridare, il fiato mi si strozzava in gola. Così pure le due ragazze che come me avevano ingollato la compressa. Sudavamo freddo, mentre le altre non capivano il perché del nostro stato. Pian piano il dolore acutissimo lasciò il posto ad un intenso bruciore di stomaco. Avvertimmo un prurito alla pancia, mentre un sapore acido e dolciastro ci saliva in bocca. “Cosa vi hanno fatto” disse Emma, la più anziana della baracca. Ma noi non potevamo parlare, non ne eravamo capaci. E poi, tutte ricordavamo il monito del medico: chi avesse parlato delle cose che accadevano alla baracca NN sarebbe stato eliminato, se scoperto. “Qualcosa debbono pur avervi fatto” continuava Emma. Silenzio. Un mortale, innaturale silenzio. Le nostre pene andavano rispettate, fu questo una sorta di messaggio implicito che tutte le altre della baracca recepirono. Il mattino seguente notammo delle macchie rosse e delle piccole abrasioni su più parti del corpo. Fummo prese dal terrore. Ricordavamo bene che per delle cose così ti mandavano a morire. Abbiamo fatto di tutto per coprire quei segni, ma fu inutile. Una dottoressa SS comparve all’improvviso scortata da dieci guardie armate fino ai denti. “È una cosa che non deve riguardarvi” ci urlò contro “fate finta di niente”. Si riferiva a quei segni, che evidentemente erano le conseguenze di quel medicinale. Noi non aspettavamo altro, di far finta di niente. La dottoressa versò nelle caldaie dove preparavano la nostra schifosissima zuppa un prodotto chimico. Sul contenitore notai la stessa “B” del tubetto che avevo visto nella baracca NN. Una volta mangiata la zuppa abbiamo capito che era davvero lo stesso prodotto. Ci aveva causato uguali sintomi di malessere. Avremmo presto scoperto cos’era quel medicinale, serviva a sterilizzarci. L’orrore non aveva fine.
Ogni volta che pensavamo di non poter provare niente di più atroce, l’atrocità superava se stessa. Periodicamente, all’inizio di rado, poi sempre più di frequente, c’erano gli appelli per le visite. E c’erano donne che dovevano morire: malate, stremate, anziane, pazze e soprattutto ebree. Di tutte queste, erano quelle con problemi mentali che mi facevano più pena. Le pazze venivano denudate e chiuse in una piccola stanza, il numero viola dipinto sulla schiena. Tante donne e ragazze innocenti, ridotte a numeri color viola, morivano nella piccola camera a gas predisposta in una baracca degli attrezzi. La baracca aveva un’apertura nel tetto dalla quale immettevano il Cyclon B, un gas velenosissimo.
Istericamente, risi. Pensai che tutte le sigle che cominciavano per “B” erano legate alla morte. Molte di noi morirono in quel modo, oppure morirono di stenti, o fucilate, bastonate, picchiate a mani nude, impiccate. Altre morirono di fame o per gli esperimenti criminali di medici fanatici.

Il tempo passava, ma io non me ne accorgevo. Nel lager il tempo non aveva senso.
Ma qualcosa stava cambiando. Le guardie da qualche giorno erano più nervose e distratte. Iniziava a girare voce che la fine della guerra era vicina e che la Germania avrebbe perso. La cosa andò avanti così per due settimane, finché una mattina, alle prime luci dell’alba, le SS decisero di mettersi in marcia verso nord-ovest. Le donne che ne avevano la forza sarebbero state costrette a camminare. Quelle che invece non ce la facevano, perché come me erano in pessime condizioni di salute, rimasero nel campo. Le SS abbandonarono l’idea di ammazzarci per non sprecare munizioni e tempo. I russi erano vicini i nazisti avevano fretta di sbaraccare. Il 30 Aprile del 1945 fummo liberate dall’Armata Rossa. Eravamo circa tremila, tutte stremate, molte in fin di vita. Molte morirono alcune settimane dopo la Liberazione. Altre, come me, si portarono dietro i segni fisici e mentali della vita nel lager. Di quelle costrette a fare la “marcia della morte”, non abbiamo saputo più niente. Fu un’altra crudeltà, forse l’ultima, dei nazisti: costringere a marciare fino allo sfinimento, senza una meta, le deportate. Io le sento vicine, come solo chi ha provato quell’orrore può sentirle vicino. Non ricordo il nome di tutte, ma di molte ricordo i volti, le voci. Vi abbraccio tutte, vi stringo forte a me. Vi voglio bene, e sempre ve ne vorrò.

1984. Mia figlia Rosa sta ascoltando Forever young degli “Alphaville”, una band tedesca. È bastato un niente per farmi rivivere una vita. I ricordi si accavallano, senza rispettare il tempo, la logica. Appaiono confusi, poi chiari, poi si confondono di nuovo. Un flusso di memoria, infinito, mi sommerge togliendomi il respiro. Un vortice di emozioni, odori, suoni, immagini. Germania. Sono stata a Berlino con mio marito l’anno scorso. Ci siamo fermati proprio sotto la Porta di Brandeburgo. È lì che la celebrazione della follia nazista ha conosciuto l’apice e la fine. Piansi. Finalmente piansi. L’uomo dimentica presto. Forse per non impazzire. Io volevo dimenticare. Per tanto tempo l’ho voluto, cercato, implorato. Un oblio consolatore, oppure solo un modo come un altro per resistere, per rimanere in vita. Per rifarmi un vita, se mai possibile, dopo quell’orrore. Ma come si può dimenticare? Come…
Il miracolo della nascita. Sarebbe bastata un’altra volta, forse, un’altra volta prendere quel maledetto medicinale e non avrei più potuto avere figli. Mi monta la rabbia, una rabbia atroce. Questa volta sì, sono stata fortunata. Molte altre no. Centinaia, migliaia di donne, no. L’orrore è troppo grande per spiegarlo agli uomini. Senti che l’odio vuole appropriarsi di te, l’odio vuole la sua parte. È talmente facile odiare quando hai provato il male supremo. Eppure non odio, non posso odiare. Ancora una volta ho meraviglia della mia forza d’animo. Guardo negli occhi mia figlia e mi rivedo, adolescente. Prima, durante, dopo la prigionia. Non posso dimenticare, non voglio dimenticare. Nonostante tutto, nonostante l’orrore, ho conservato la mia dignità. Non voglio dimenticare, ma ricordare tutto e trarne forza. Si può. Posso farlo. Devo farlo. Voglio farlo. Per mia figlia, per me, per chi non c’è più. Ma non devo rimanere sola nel mio ricordo. La memoria, sì, la memoria di tutti. Non lasciatemi sola nel mio ricordo. Non dimenticate, vi prego. Non dimenticate.
Mia figlia ascolta lo stereo a volume troppo alto, glielo dico sempre.
“Il paradiso può aspettare, noi stiamo solo guardando il cielo, sperando il meglio ma aspettando il peggio, farai scoppiare la bomba o no?”

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Quelle vecchie, sane abitudini

Di Paolo Colavero

E inizio a portarmi in giro le mie abitudini. Come una professione. Non che sia un momento semplice questo, no. Ma appunto, aiutano le abitudini. Aiutano. Non lasciano soli. Si spostano, di pochi centimetri al massimo. Ruotano, ti fanno vedere il culo, le abitudini. Mai volgari: che culo, quello delle abitudini.

Salvagenti delle forme più varie e irregolari, ma sempre le stesse, che ci si possa aggrappare, che le si riconosca. Che le si possa vedere anche al buio, tastarne i contorni e farsene scialuppa.

Allora, ho ripreso la villa delle panchine e l’ingresso degli studenti alle otto di mattina. Il caffé da Orazio, che ora è quasi solo il nome del bar. E Gerardo e signora che cambiano veloci quasi come i libri in vetrina. Tutti molto, ma molto bravi a scrivere. Scrivere. Non a scriverne, perchè per scriverne occorre viverne, che per non farti sbattere la vita in faccia devi proprio volerlo, devi scansarti al momento giusto.

Viverne di strade e turaccioli e zoccole sull’asfalto sotto casa. Di citofoni stranieri e buste che arrivano aperte. Di serate ventose, di frutta matura. Birra scaduta.

Ho quindi ripreso in mano il parchimetro, come qualcuno mai lo controllasse. Il mare e le spiagge che non avevo ancora mai frequentato.

Sì, lo so, si perde il tempo, le occasioni. Lasci gli amici a bere una birra e a ordinare una crepe, a Otranto, e te li ritrovi con un mutuo in via Spezia a Milano e un lavoro ben pagato in banca. Assicurati, telefono e tutti i confort. Sì, ma, era una birra doppio malto, ti fanno certi come a giustificare. Non voglio sapere cosa beveva, allora, quell’altro amico che ora gestisce un albergo a quattro stelle sul lungomare, quattro solo quelle che si vedono. Almeno un amaro doveva bere. Una serie da competizione di amari.

Passa un tipo, da solo. Pantaloncino e camicia chiara, qualche riga come a darsi delle arie. Sorride anche, sempre da solo. “Questo è il centro… di Maglie?”, e sorride. Mi starà certo prendendo per il culo.

Tossiscono in un’auto che passa di fronte.

Rispondo di sì, che anche e soprattutto dall’altro lato. Indico le mie spalle. Lui sorride, soddisfatto, e annuisce: “Ah, ah. Non di qua quindi!”. “No, in quella direzione si va a Otranto!”, faccio io. Va via soddisfatto del nostro incontro. La buona azione della giornata. Stronzo.

La vera questione, tornando alle abitudini, è che le cazzo di vere abitudini non sono del singolo. Questo, ecco, questo ho pensato. Non mie, non tue e neanche su, per dire. Nemmeno nostre. Gli italiani non hanno abitudini, gli svedesi neppure.

Le abitudini invece sono del posto. Sono legate come alla terra e ai cestini della spazzatura della villetta, all’acquario di Patrick o al calzone di Menicuccio. Alla sabbia degli Alimini come ai pezzetti di Pierino e ai bicchieri colmi di Martini Bianco di Enzo. Quest’ultimo è anche un consiglio. Sono nelle aiuole che restano, direbbe don Giuseppe, restano a tenere la posizione. Restano come a significare il nostro movimento e di conseguenza la domanda mai risolta, nel mio caso di meridionale adriatico: “Ma dove cazzo stai andando? Torna!”.

E rendi ricca la tua terra, mi disse poi Vincenzo una volta. Torna. Che cazzo aspetti. A farti rapinare.

Così ho preso a prendere appunti, intestarmi strade, angoli di città e scaffali alcolici di Della Stella, vini pregiati e caffé, qualche libro quando ero a studiare in zona. Che si abituino anche loro al posto, all’aria salmastra da venti chilometri di distanza. Prepararmi alla rincorsa, lo slancio dei tempi migliori.

Sarà una Waterloo, lo so. Come di ritorno. Il mio personale rinculo leccese, potrei dire così. Eccomi, sono tornato a casa. Me la sono presa dritta nel rinculo.

Intanto è come mi sentissi modestamente felice di essere giunto a tali conclusioni con sulle labbra il gusto del caffé, seduto dalle dieci alla villetta, sul muretto di fianco la buca rossa delle lettere che porta, sono sicuro che c’è, ancora la mia firma. Sono indeciso tra un amaro d’erbe e due parole con qualche tipo spregiudicato che venti anni fa mi avrebbe fatto davvero paura: “Non frequentare le cattive compagnie”. Solo troppo tardi poi ci si accorge che nessuno può farci più male di noi stessi. Quindi, di contro, nessuno può fare più male alle cattive compagnie delle cattive compagnie stesse. Non frequentatevi, potrebbe finire davvero molto male.

Mi muovo intanto in attesa di Totò e Roberto, da sempre addetti al mio taglio e alle basette. In attesa delle loro maleparole, dei loro trucchi ai capelli, le forbici e gli asciugamani stretti al collo. Le riviste con le donne e i calciatori. I discorsi che se non ci andavo non lo sapevo. C’arrivo alla fine, le undici circa. Passa il tipo dei giornali, la mia stima per la Gazzetta del Mezzogiorno. Ordiniamo un altro caffé. Arriva trafelato il cameriere della Piazza.

Paolo”, mi fa Totò, “tu che hai studiato forse lo sai. Ma com’è che quando mio cugino telefona passeggia sempre, cammina avanti e indietro. Non si ferma no, finché non ha finito di parlare. Fa i chilometri”.

“Sarà nervoso!”, faccio io come a smarcarmi.

Eh, Paolo, senti qui”, mi fa questa volta Roberto, tirandosi indietro minaccioso il ciuffo, “visto che te ne intendi, -appunto- come caaazzo è che quando mi chiamano al telefono io castimo. Bestemmio, Paolo, te lo devo dire, bestemmio forte, davvero. Tutti li santi castimu. Com’è questa cosa? Che fenomeno è. Che nome gli diamo?”.

Ma no, non me lo chiedere Roberto, no. Forse è solo questione, come dire, di abitudine. Chiedo della Toma Maglie, allora. La promozione mi salva la mattinata. Ne vengo fuori dopo circa un’ora. Torno indietro e mi fermo a osservare. Da quando le panchine della villetta si sono fatte estoni e lettoni, quasi scandinave, mi sento, devo ammetterlo, molto meglio. O sarà il nuovo taglio.

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Questione di stile

di Valentina Luberto

Benvenuto! Sì, dico a te che sei inciampato tra i miei pensieri,

magari sei in pausa come me.

Accomodati, non far caso al disordine, a tutte queste

impressioni distratte che ciondolano dal soffitto, alle parole che

spintonano per uscire e a quelle che si lasciano dimenticare

nascondendosi, senza andar via sul serio.

Ormai ci sei e ci sono anch’io, almeno credo!

Lascia che mi presenti, anche se, è molto probabile tu mi

conosca. Avrai sicuramente avuto modo di scorgere il mio volto

sulle locandine di qualche importante teatro nazionale o

internazionale; sono un fine interprete di Shakespeare, sai?

Chi prendo in giro!

Sì, lo so che non è per questo che mi conosci, ma per

quell’odiosa reclame delle suolette deodoranti per scarpe che

spopola su tutti i canali TV.

Che si sappia: Neri Bruno ha calcato i più grandi palcoscenici

del Paese e di tutta Europa!

Prima che tu me lo dica: no, non mi presento anteponendo il

cognome al nome, lo so che non si fa.

Neri è il nome, Bruno, il cognome.

Tutta colpa del mio agente. Arturo Biondi non gli stava bene,

diceva che era troppo comune e che i miei capelli di pece non

s’intonavano a quel cognome inzuppato nel sole.

“Neri è un bel nome, Arturo. Originale, sintetico, un nome che

lascia il segno!”, diceva il mio agente battendo il suo indice

contro la mia spalla.

A te posso dirlo, tanto sei di passaggio: quanto odiavo e odio,

visto che lo fa sempre, quei colpetti sulla spalla. Quel dito

impertinente sarebbe da mozzare!

Detto questo, credo, non ti sarà difficile venire a capo di come

il mio cognome abbia cambiato tonalità senza neppure dover

fare ricorso al parrucchiere.

“Bruno! Sì, a me pare un cognome perfetto, fa pendant con il

nome. Che ne dici, Arturo? Sbrighiamoci a uscire, prima di

andare in ufficio dobbiamo passare dalla tipografia per ritirare i

tuoi biglietti da visita con i tuoi nuovi nome e cognome.” E lo

aveva detto tutto d’un fiato, senza permettermi neppure di

indossare per una breve prova la mia nuova identità, fare un

giro e vedere se ci stavo comodo.

Non avevo osato oppormi, forse, non avevo neppure i mezzi

per farlo.

Quella volta Attila, il mio agente, almeno si era risparmiato gli

odiosi colpetti sulla spalla. Aveva invece optato per un

vigoroso colpo sulla scrivania del mio studio. Forse per

riacciuffare i miei occhi ormai lontani, forse si era accorto che,

mentre radeva al suolo la mia identità, io, già non c’ero più.

È così che Arturo Biondi, promettente interprete

shakespeariano, diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica e

indimenticabile visitatore dei più importanti personaggi del

drammaturgo inglese, è andato via.

So cosa stai per dire: “Perché non hai rifiutato?”

Avevo bisogno di soldi, non potevo permettermi più il lusso di

scegliere. Dovevo sopravvivere, vivere come più mi piaceva

era un optional di cui dovevo fare a meno.

No, non avere quello sguardo triste, anche la pubblicità ha i

suoi vantaggi. Adesso tutti mi riconoscono, ho allargato anche

la mia cerchia d’ammiratori, sapessi quanti bambini si

ricordano di me e come ci tengono, poi, a mostrare ai loro

genitori che sanno riconoscermi: “Mamma, mamma, corri. C’è

il signore con i piedi puzzolenti: guarda!”, dicono a gran voce,

mentre mi puntano il dito contro.

“Neri, vieni. Siamo pronti per girare.” è la voce che interrompe

quest’amabile confessione affidata a te, visitatore d’occasione

dei miei pensieri.

Credo proprio la mia pausa sia finita, ma, se vuoi, assisti pure

alla scena.

“Oh, mia amata, buona e bella. A te, che sei la più sfavillante

stella, chiedo d’accettare, come pegno d’amore, questo anello

nuziale. Mi vuoi sposare?”, dico impostando la voce a dovere e

sperando che il mio tono studiato possa distrarre

dall’improponibile contenuto della battuta.

“Oh, mio amato amore, una dichiarazione così mi lascia senza

parole! Ah, no, aspetta! Qualche parola l’ho trovata. Infilerò

quell’anello solo se mi prometti che infilerai per sempre nelle

tue scarpe la suoletta “Puzzavia”. Sono buona sì, ma con un

olfatto altrettanto buono!”, dice una stridula voce femminile,

vanificando ogni mio tentativo di conferire a quell’insulso

scambio di battute idiote una parvenza di stile.

“Te lo prometto, mia cara: le suolette “Puzzavia” saranno nelle

mie scarpe per tutti i giorni della mia vita”, e cerco di dirlo con

la stessa intensità con cui ho declamato il dubbio amletico nella

mia ultima tournée.

Serve a poco.

In silenzio ripeto: “Essere o non essere, questo è il problema”.

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Picasso e lampioni

di Valentina Luberto

Questa è una storia vera. No, non storcere il naso, è vera, posso

assicurartelo e te l’assicuro con la stessa convinzione con cui

ho addentato il mio pane e marmellata questa mattina.

Ascolta, c’era una volta uno schizzo, sì, uno schizzo.

Era scappato dalle grinfie d’un pittore da quattro soldi, era uno

schizzo raffinato, lui, e un giorno disse: ”Basta! Non posso

continuare ad essere torturato da questo incapace dal tratto

rozzo e indelicato”.

Come dargli torto? Lui al tratto ci teneva e anche alla sua

reputazione.

Un bel giorno, approfittando del fatto che il pittore pasticcione

non trovasse più i tappi dei colori, schizzò via!

Che bella la vita dello schizzo libero, quante cose nel mondo

ancora da colorare e, soprattutto, quante parole, parole,

parole… insomma, parole.

Lo schizzo, dopo tanto vagare, si trovò sotto un lampione.

“Che strano questo giallo, io un giallo così non l’ho mai visto!

Magari sta male: lampione, stai male?”, disse lo schizzetto

sgranando i colori.

Lo schizzo era raffinato, ma spontaneo, qualcuno direbbe quasi

un idiota.

Idiota nel senso più alto del termine, s’intende. Fatto sta che il

lampione non la prese proprio bene, questa domanda, e per tutta

risposta disse allo schizzetto impertinente: “Chi saresti tu,

piccolo ciuffo di colore andato a male? Questo è un “giallo

lampione”, un tipico “giallo lampione” !”.

Lo schizzo divenne tutto rosso e si sentì male, soprattutto,

perché il rosso con il giallo ci faceva proprio a pugni. Era

sempre uno schizzo raffinato, lui!

“Scusa, ma ti ho visto così, giallo, tutto storto, insomma,

credevo avessi mal di pancia e ti contorcessi, che avessi fatto

indigestione”, sibilò lo schizzetto, temendo le ire del lampione

che non tardarono ad arrivare.

“Idiota!” disse a gran voce il lampione.

“Lo so!” rispose fiero lo schizzetto.

“Io non sono un lampione qualsiasi, io sono stato creato da

Picasso”, ci tenne a precisare, borioso, il lampione.

Lo schizzetto divenne ancora più rosso: non aveva riconosciuto

un Picasso!

Cercò subito di rimediare: “Picasso e lampioni?”, ma qualcosa

gli diceva che avesse peggiorato più che migliorato!

“Cos’avresti da dire? Picasso fa ciò che vuole, un giorno ha

pensato a me e mi ha creato, così contorto perché in quel

periodo ero un po’, come dire, sì, proprio contorto”, precisò il

lampione che diventava ancora più giallo e si contorceva

sempre più!

“Ah, ecco perché non riuscivo a capirti, sai, io le cose contorte

non le capisco, perdo sempre il filo e, quando lo ritrovo è

troppo tardi. Sento, però, di darti un consiglio per migliorare il

tuo look: secondo me con un tono di giallo più chiaro staresti

meglio!”, osò proporre lo schizzetto che intanto volgeva

all’arancio per l’imbarazzo!

Il lampione non accettò certo di buon grado il consiglio

spontaneo dello schizzetto e diventava sempre più giallo,

contorcendosi ancora di più.

Lo schizzetto, che era sempre uno schizzetto esteta, ma anche

un po’ idiota, non sapeva più come fare per stemperare quella

tinta che i suoi occhi raffinati proprio non riuscivano a

tollerare, così, a gran voce, senza esitazione e con tutta la

sicurezza di cui era capace, esclamò: “Ti consiglio di

tranquillizzarti, il giallo così carico non è assolutamente

elegante e non lo sei neppure tu con quel tuo fare arrogante e

pittoresco!”

“Non capisci un lampione!” sentenziò il lampione ormai

sull’orlo di una crisi di nervi!

Lo schizzetto si fece pensieroso, il suo colore adesso era blu,

pensò che forse era vero, che i lampioni non li aveva mai

capiti, quelli di Picasso, poi, non tentava neppure di provare a

capirli, però una cosa la sapeva, il “giallo lampione” proprio

non gli piaceva. Picasso l’avrebbe perdonato e lui sarebbe

schizzato via alla ricerca di qualcos’altro da colorare, magari

meno giallo e meno contorto. Era sempre uno schizzo raffinato

e anche un po’ idiota, lui!

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Gustavo, il ranocchio rosso, che aveva un amore rosso, più rosso di lui

di Valentina Luberto

C’era una volta, e forse c’è ancora, un ranocchio rosso che si

chiamava Gustavo. Gustavo era un ranocchio con gli occhiali e

la cravatta blu. Era sempre solo perché era un po’ strano. Era

strano perché, tutte le volte che doveva fare un passo avanti,

prima faceva la ruota e, quando si trovava in situazioni

imbarazzanti, balbettava e alzava la zampina.

A Gustavo era successa una cosa bellissima: si era innamorato!

Amava, con tutto il cuore e nonostante il suo sangue freddo,

una giraffa di nome Guendalina.

La giraffa si chiamava così perché i suoi genitori erano indecisi

tra Guenda e Lina. In verità, speravano nella nascita di un

maschietto, in quel caso, l’avrebbero chiamato Astrolabio,

nome molto comune tra le giraffe. Nonostante i vari rituali,

allestiti dalle streghe giraffe del posto, per far nascere un

giraffo, nacque una femminuccia e, dopo una intensa contesa

tra il papà giraffo e la mamma giraffa, il giudice, perché

dovette intervenire lui per definire la questione, decise per

Guendalina.

Gustavo amava segretamente Guendalina. Si appostava

sull’albero più alto per riuscire a guardarla negli occhi e, con

tutti i problemi di timidezza che aveva, era difficile riuscire a

stare in equilibrio, per non parlare di quel fastidioso

inconveniente di balbuzie che gli impediva di fare discorsi

d’amore in tempi ragionevolmente rapidi.

Più di una volta, infatti, era successo che la ruota o l’alzata di

zampa l’avessero fatto precipitare giù.

“Non ci riuscirai mai a conquistarla!”, gli dicevano gli

scoiattoli che, nonostante l’aspetto inoffensivo, erano parecchio

antipatici!

Gustavo, però, era sicuro del suo grande amore per Guendalina.

Sapeva d’amarla d’un amore rosso, più rosso di lui, talmente

rosso che quasi s’imbarazzava anche solo a pensarlo.

Guendalina, dal canto suo, non l’aveva mai neppure notato e

continuava a vivere serena anche senza sapere dell’intenso

sentimento rosso che ardeva nel cuore di Gustavo.

Un giorno Gustavo, nel tentativo di scorgere i meravigliosi

occhi di Guendalina, si arrampicò, come sempre, sull’albero

più alto, cercando di stare in equilibrio per evitare i soliti

ruzzoloni.

Tutto sembrava tranquillo, anche un po’ troppo tranquillo, così

tranquillo che gli scoiattolini antipatici decisero di rompere

questo stato di calma e non solo!

“Ehi, Gustavo! Ranocchio rosso e fesso, perché non la fai finita

e ti dichiari?”, dissero gli scoiattoli canzonando, irrispettosi, il ranocchio rosso.

Gustavo, nonostante fosse timido, non era fesso, come

pensavano gli scoiattolini antipatici. Così, senza dire una

parola, soprattutto per non perder tempo, e

decisione di cui era capace, prese un ramo, lo tirò verso di sé,

più forte che potesse, e lo lasciò in direzione degli scoiattoli

che, a seguito del colpo, stramazzarono al suolo ammutoliti.

Il caso volle che Guendalina si trovasse a passare da quelle

parti e, dopo aver assistito alla prodezza di Gustavo, esclamò:

“Che forza! Chi sei? Come mai non ti ho mai visto?”.

Gustavo sembrava aver dimenticato tutti i suoi problemi di

timidezza. Il duro colpo inferto agli odiosi scoiattolini gli

aveva dato una tale sicurezza che, adesso, era perfettamente in

equilibrio e a suo agio sul ramo dell’albero e guardava

Guendalina dritto negli occhi.

Era tanto sicuro che non esitò neppure un minuto a risponderle,

senza più balbettare: “Sono Gustavo, il ranocchio rosso, e ti amo

d’un amore rosso più rosso di me. Tu mi piaci e vorrei che ci

fidanzassimo. Anzi no, vorrei ci sposassimo e avessimo dieci

girafforospi. Che ne dici? Ci stai?”

Guendalina, senza pensarci un secondo rispose: “Sì! Eccome se

ti voglio sposare!”.

A Gustavo non sembrò vero. Solo a lui, perché tutto il resto

degli animaletti conosceva bene Guendalina e sapeva come si

innamorasse facilmente di chiunque.

Tutti vissero felici e contenti: gli scoiattolini riuscirono a

rimettersi in poco tempo tornando a essere, con loro grande

soddisfazione, più antipatici che mai; Gustavo superò per

sempre i suoi problemi di timidezza vivendo, finalmente, il suo

amore rosso più rosso di lui e Guendalina non pianse più al

pensiero che non avrebbe mai trovato qualcuno disposto a

sposarla e passar sopra alla sua facilità a innamorarsi.

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MalTempo UlTeriore

di Gianluca Conte

 

in questo grigio fossile

strati di nuvole si ammassano / incolpevoli / della mia tristezza

marzo.

 

verde e marrone azzannano

/ brezza mattutina /

rumori di auto squarciano – radi.

 

parole incerte guadagnano metri sulla terra

sfiorita

inguardabile.

 

tabacco secco – fumare

passare il tempo

guardare indietro.

 

il rosso del cancello sbiadisce lentamente

piccole ruggini si allargano

c’ero anch’io.

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Tutto ha un tempo (Claudio Giannetta)

C’è tempo…

e il tempo chiede tempo!

E’ buio…

il tempo vuole luce!

C’è il sole…

la terra vuole acqua!

Ed io, come il tempo ho bisogno di te!

Vivo il tempo come il tempo vive in me,

non c’è tempo per fermare questo viaggio,

non ho tempo per pensare a quel che faccio,

tutto ha un tempo e nel tempo ci sei te!

Lascio tempo al tempo,

prendo tempo

e nel tempo ci sei te!

Che sei la più bella,

piena di attenzioni,

tu non sei comune agli altri,

neanche quando ti abbandoni,

nel tuo buio vi è una luce,

non facile da vedere,

se qualcuno ti ha delusa,

un consiglio, lascia andare,

tu lo sai che tutto ha un tempo…

amati…e lasciati amare!

Lascia tempo al tempo,

prendi tempo

e dentro il tempo ci sei te,

con il tuo IO, con il tuo SE,

non ha orgoglio il tempo,

vive dentro e fuori,

nel suo buio, ci sono i tuoi colori,

non fermare il tempo…

è solo lui che ferma te!

Anche se sei la più bella,

tutta piena di attenzioni,

perchè non sei comune agli altri,

neanche quando ti abbandoni,

nel tuo buio, vi è una luce,

non facile da vedere,

se qualcuno ti ha delusa,

un consiglio, lascia andare,

tu lo sai che tutto ha un tempo…

amati… e lasciati amare!

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AL TRAMONTO – TEOREMA DEGLI ACCORDI

AL TRAMONTO (Vincenzo Ampolo)

 

Prestami

parti di te

al tramonto

ho in corso

lavori di restauro

nella mia anima.

 


TEOREMA DEGLI ACCORDI (Marta Ampolo)

ricordi?

 

ricordo…

 

e a filo teso

stringere ciliege

per eguagliare il peso

 

ricordi?

 

ricordo…

 

e all’alba del lunedì

si cancellavano le pareti

e le polaroid

 

ricordi?

 

ricordo…

 

e quando troppi suoni nella testa

e dita

e appigli

nessuno vuole giocare con me

 

ricordi?

 

…e ricordi se

m’amavi?

 

non ricordo

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