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Cassazione: redditometro, presunzione semplice. D’Agata: “Sentenza importante”


Il nuovo redditometro è stato bocciato dalla giurisprudenza prima di essere applicato. È questo, in sintesi, il nocciolo dell’importante sentenza n. 23554 del 10/07/2012, depositata il 20/12/2012 dalla Corte di Cassazione, sezione Tributaria, che accogliendo la tesi difensiva dell’avvocato tributarista Maurizio Villani, ritiene il redditometro presunzione semplice e non presunzione legale.

Questo giudizio, importante anche perché in contrasto con altre precedenti sentenze, per la prima volta in Italia, ritiene il redditometro una semplice presunzione e non inverte l’onere della prova a carico del contribuente che, in sede contenziosa, può avere grandi difficoltà a difendersi soprattutto perché nel processo tributario non è ammessa né la testimonianza né il giuramento. Invece, la Corte di Cassazione, accogliendo le motivazioni addotte nel controricorso del cittadino difeso dall’avvocato Villani, ritiene che debba essere sempre l’Agenzia delle Entrate a provare il maggior reddito derivante da redditometro e non deve basarsi esclusivamente sulle presunzioni previste dai decreti ministeriali.

Questa decisione, la prima in Italia, per Giovanni D’Agata, fondatore dello Sportello dei Diritti, è importante anche in vista del nuovo redditometro pubblicato pochi giorni fa dall’Agenzia delle Entrate e che sarà utilizzato da marzo per tutti gli avvisi di accertamento riferiti al periodo d’imposta a partire dal 2009.

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Hotel e B&B, decreto in vigore. D’Agata sottolinea i benefici


Cambiano le modalità e i tempi per la registrazione dei dati degli ospiti per hotel e Bed & Breakfast. In sostanza viene modificato il sistema di comunicazione con l’autorità di pubblica sicurezza tramite il quale si certificava l’arrivo dei nuovi ospiti alloggiati in strutture ricettive come alberghi e B&B. Non più la classica schedina d’albergo che doveva essere compilata ogniqualvolta si pernottava; d’ora in avanti la comunicazione avverrà per via telematica.

Entra, infatti, in vigore un decreto ad hoc del ministero dell’Interno, dopo aver ricevuto il via libera dal Garante della privacy, che modifica la disciplina precedente individuando significative modalità tecniche per le comunicazioni telematiche. A segnalarlo è Giovanni D’Agata, fondatore dello Sportello dei Diritti, che sottolinea i benefici di queste nuove procedure sia in termini di tutela della privacy che della pubblica sicurezza.

D’ora in avanti, infatti, i gestori di alberghi e B&B dovranno comunicare i dati delle persone ospitate alle questure competenti entro ventiquattro ore dal loro arrivo per mezzo di un servizio dedicato attivato sul web dal Cen – centro elettronico nazionale della polizia. Non cambiano, invece, le informazioni sensibili da fornire che sono: generalità, estremi del documento di riconoscimento e numero dei giorni di permanenza.

Al fine di garantire la riservatezza dei dati sono previste particolari procedure e misure di sicurezza per gli esercenti e per gli operatori di pubblica sicurezza. In particolare, tutte le strutture ricettive dovranno adoperarsi per richiedere un apposito certificato elettronico per abilitarsi al servizio di trasmissione in rete. Nel caso di malfunzionamento del servizio i dati potranno essere inoltrati mediante fax o posta elettronica certificata.

Le informazioni inviate dovranno essere cancellate immediatamente dopo l’invio, mentre le ricevute di trasmissione conservate per cinque anni per consentire eventuali controlli. I dati in questione verranno memorizzati presso una struttura informatica del Cen, in aree di memoria separate in base all’ufficio territoriale competente, in modo da consentire un accesso selettivo al personale della polizia espressamente autorizzato.

Per quindici giorni i dati potranno essere consultati dai soli operatori incaricati per finalità di prevenzione, di accertamento e repressione dei reati oltre che di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica. Decorso tale termine, le informazioni sulle persone ospitate potranno essere consultate esclusivamente dagli ufficiali di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza addetti ai servizi investigativi con profilo di accesso a livello nazionale. Infine, trascorsi cinque anni dalla registrazione, le schedine d’albergo dovranno essere definitivamente cancellate anche dal Cen.

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Manutenzione stradale e danni: sentenza significativa


È colpevole di omicidio colposo il responsabile della manutenzione della strada se l’incidente è stato conseguenza di un guard-rail che non ha retto all’urto. È quanto stabilito dalla quarta sezione penale della Cassazione con sentenza 48216/12: condanna per il funzionario che in un sopralluogo effettuato in precedenza sul tratto di strada dove si verificò l’incidente non aveva notato alcuna anomalia. Anche se il reato è risultato prescritto, sono comunque salvaguardate le richieste civili.

“Una sentenza significativa che dovrebbe far innalzare la soglia di sicurezza da parte di tutti i manutentori e gestori delle strade proprio per evitare conseguenze fatali per gli utenti della strada e pesanti condanne”.

È quanto sostiene Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, associazione nazionale senza fini di lucro, che si interessa della tutela dei diritti a 360° di tutti, cittadini italiani e non, (www.sportellodeidiritti.org).

Nel caso in questione, il sinistro ebbe conseguenze fatali: dopo un terribile testacoda, l’automobilista perse la vita a causa delle lamiere del guard-rail. La perizia effettuata verificò che era stata l’assenza dei bulloni di collegamento fra le lame sovrapposte delle barriere a impedire la resistenza all’urto, che in caso contrario sarebbe stata garantita, evitando così le tragiche conseguenze dell’incidente.

Peraltro, proprio quindici giorni prima dell’incidente, il responsabile della manutenzione, che in base all’articolo 10 del Dpr 1126/81 deve coordinare il personale addetto e ispezionare spesso i tronchi stradali che rientrano nella zona di sua competenza, aveva provveduto a controllare il tratto dove poi accadde l’incidente senza ritenere opportuno l’intervento di manutenzione.

 

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Alcol in aumento tra le donne di mezza età, D’Agata: “Intervengano le Istituzioni”


Le festività sono anche tempo di grandi abbuffate e bevute ma per molti, forse troppi, le libagioni sono diventate ordinarie e non si fermano ai periodi di festa. Tra le fasce maggiormente aduse a un consumo eccessivo di alcol non solo i giovani, come da tempo lo Sportello dei Diritti riporta nelle sue campagne contro l’abuso di alcolici, ma le donne di mezza età. Secondo alcune statistiche a livello europeo pare che bevano anche più delle loro figlie; a tal proposito, in alcuni Paesi dell’UE tra cui la Gran Bretagna, si parla di una vera e propria epidemia silenziosa da alcool.

Sarebbero, infatti, le ultraquarantacinquenni a bere più di qualsiasi altra fascia d’età, anche più dei giovani. E, moltissime, sarebbero le professioniste del ‘bere per dimenticare‘ e superare le infelicità della vita con conseguenti gravi rischi per la salute, pur non presentando i tipici segni dell’alcolismo. In Gran Bretagna gli esperti hanno sottolineato come le donne di questa età stanno diventando l’onere più importante per il Servizio Sanitario Nazionale a causa di patologie alcol-correlate, tra cui ictus, malattie del fegato e tumori. L’indagine svolta nel Regno Unito ha rilevato che le donne dai 45 ai 64 bevono in media, 8,8 unità di alcol a settimana: l’equivalente di una bottiglia di vino. Tuttavia, tra le diverse categorie le professioniste sono più propense a rilassarsi con l’alcool alla fine della giornata lavorativa, e bevono in media 9,1 unità a settimana. Tali cifre, ovviamente, comprendono anche tutte coloro che sono astemie o devono relativamente poco. Ciò significa che sono molte coloro che consumano molto più del livello massimo indicato, che per gli inglesi è pari a 14,1 unità a settimana.

L’indagine in questione ha rilevato anche che le campagne di governo che dedicano più attenzione alle donne più giovani in relazione ai pericoli connessi al binge-drinking – la stupida pratica di bere solo per stordirsi – sembrano funzionare. A tal proposito è stato confermato che le donne di età compresa fra i 16 e i 24 anni consumano in media 8,4 unità di alcol alla settimana, ossia circa il 20 % in meno di quanto facevano diversi anni fa. Allo stesso tempo, gli uomini consumano circa due volte la quantità di alcol che viene ingerita in media dalle donne.

Questi dati hanno spinto le autorità sanitarie d’Oltremanica a improntare specifiche campagne contro il consumo eccessivo di alcol, dedicate alle donne di età superiore ai 45 anni, al fine di aumentare la consapevolezza circa i rischi connessi all’abuso di alcol perché, come detto, cresce il numero di quelle che bevono costantemente ogni sera ma che non mostrano segni evidenti di alcolismo. In considerazione di tali preoccupanti dati, Giovanni D’Agata, fondatore dello Sportello dei Diritti, pur rilevando che in Italia le stime circa il consumo pro capite per fasce di età di alcolici e i costi sociali connessi alle malattie correlate con l’alcol sono inferiori a quelle di altri paesi europei, sottolinea come ciò non vuol dire che le nostre concittadine siano meno esposte all’alcolismo o comunque a un consumo eccessivo di alcolici; troppo spesso vengono sottovalutate le loro condizioni e i rischi di eventuali patologie.

Per tali ragioni, lo Sportello dei Diritti continua ad appellarsi alle autorità sanitarie e alle istituzioni competenti, a partire dal prossimo Ministro della Salute, affinché incentivi le campagne di sensibilizzazione troppo spesso connesse al solo rischio d’incidenti stradali a seguito del consumo di alcol. Lo scopo è salvare tante vite umane di donne e madri e ridurre i costi sociali a carico del Servizio Sanitario Nazionale.

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Istat, i laureati lasciano l’Italia. D’Agata: “Italia, Paese d’emigrazione”


I laureati lasciano l’Italia, è quanto emerge dai dati forniti dall’Istituto nazionale di statistica (Istat). Dunque, per la prima volta dopo anni il numero degli emigrati ha superato quello degli immigrati. Il fondatore dello Sportello dei Diritti, Giovanni D’Agata, ha commentato lo studio statistico che rappresenta una fotografia sui movimenti migratori in entrata e in uscita dall’Italia nel decennio compreso tra il 2002 e il 2011.

“Se la matematica e i numeri non sono un’opinione, il rapporto “Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente” dell’Istat non lascia spazio a dubbi: la crisi inverte i flussi migratori e l’Italia da Paese dell’immigrazione sta diventando Paese non più attrattivo e addirittura d’emigrazione, specie tra i laureati.
Se è vero che nell’arco di questi dieci anni sono entrati in Italia per risiedervi 3.563.379 stranieri, è pur vero che tra il 2002 e il 2011 si sono registrate 580mila partenze, di cui 175mila relative a cittadini stranieri.
Venendo al dettaglio dei dati più significativi, l’immigrazione femminile riguarda soprattutto i paesi dell’Est Europa (risultano essere donne il 74,9% dei cittadini ucraini residenti nel nostro Paese, mentre le moldave, le bulgare e le rumene superano abbondantemente il 50%), mentre quella maschile è originaria dell’India (oltre il 70% degli indiani sono uomini) e dai paesi africani.
Per quanto concerne i flussi migratori in entrata nello stesso periodo, in termini di nazionalità al primo posto vi è quella rumena che sfiora quasi il milione. Ciò vuol dire che oltre un immigrato su quattro di quelli arrivati negli ultimi dieci anni in Italia ha come paese d’origine la Romania. A seguire gli albanesi (278mila), i marocchini (258mila), gli ucraini (215mila) e i cinesi (150mila). Com’era prevedibile le regioni con i maggiori flussi in entrata sono Lazio e Lombardia.
L’effetto tangibile della crisi economica viene dal dato sul numero di italiani che lasciano la madrepatria. L’anno appena passato ha visto, infatti, l’accadimento di un fatto che non accadeva da tempo: ci sono stati più espatri che rimpatri. Basti verificare che a fronte di 31.500 cittadini italiani rientrati, ne sono andati all’estero 50mila. La maggior parte dei nostri concittadini ha scelto paesi europei, con al primo posto la Germania – solo nel 2011 ha accolto 5mila immigrati italiani – e a seguire la Svizzera (tremila) e il Regno Unito (duemila).
Altro elemento significativo, in diretto collegamento con la situazione economica che stiamo vivendo, è quello relativo al livello d’istruzione degli italiani che espatriano. La percentuale di titolari di laurea sale dall’11,9% del 2002 al 27,6% del 2011, mentre la quota di emigrati con titolo fino alla licenza media passa dal 51% del 2002 al 37,9% del 2011.
Infine, tra i laureati al primo posto viene scelto il Regno Unito, che riceve l’11,9% di questi nostri connazionali, seguito da Svizzera (11,8%), Germania (11%) e Francia (9,5%).”

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Maglie: lo Sportello dei Diritti su uno strano caso di presunte molestie


La cronaca giudiziaria fornisce spesso notizie interessanti e alcune anche insolite. Come quella di un ragazzo magliese condannato a un risarcimento di 50 euro per aver inviato un SMS di troppo alla ex. Ora, questa storia, che risale al 2011 torna alla ribalta grazie anche allo Sportello dei Diritti, guidato da Giovanni D’Agata. Ecco il comunicato ricevuto:

Ferisce più la penna che la spada: un proverbio ritornato di moda con l’avvento delle nuove tecnologie che hanno visto sostituire la classica biro e il taccuino con gli sms, i messaggi di posta elettronica ed i social network. È chiaro che un’offesa può costare cara, anche 50 euro, secondo le motivazioni addotte dal Tribunale di Lecce che nel febbraio 2011 aveva condannato ad una multa per molestie un giovane magliese di 26 anni reo di aver inviato alla propria ex che lo aveva da poco lasciato nell’aprile del 2008, un sms ritenuto offensivo dal giudice di merito per “petulanza” e “biasimevole motivo costituito dalla gelosia e dalla volontà di infliggere alla ex fidanzata una punizione per avere interrotto la relazione sentimentale con lui”. Il giovane ha quindi proposto ricorso in Cassazione argomentando che si trattava non di un messaggio offensivo, bensì di un semplice scherzo tra amici. La prima sezione penale della Suprema Corte ha accolto il ricorso rinviando la causa ad altro giudice dello stesso Tribunale per un nuove esame del caso. Gli ermellini hanno, infatti, rilevato che “il reato di molestia o disturbo alle persone non ha natura di reato necessariamente abituale, sicchè può essere realizzato anche con una sola azione ovvero con una sola telefonata effettuata dopo la mezzanotte, ma di questo occorre dare una esaustiva motivazione, nel caso in esame del tutto omessa, anche con riferimento alle finalità di petulanza o di altro biasimevole motivo”. Una vicenda che per Giovanni D’Agata, fondatore dello Sportello dei Diritti può far sorridere ma deve far riflettere sull’abuso dell’utilizzo delle moderne tecnologie che in non rari casi possono essere addirittura foriere di conseguenze di natura penale.

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Maglie: due pericolosi cordoli segnalati allo Sportello dei Diritti


Maglie, il pericolo anche sulle strade urbane è dietro l’angolo. Questa la segnalazione ricevuta da Giovanni D’Agata, responsabile dello Sportello dei Diritti di Lecce:

Basta vedere le fotografie che ci hanno inoltrato alcuni cittadini per farsi venire più di un interrogativo sulle motivazioni che hanno spinto l’amministrazione comunale di Maglie in provincia di Lecce a realizzare un’opera di tal tipo. Si tratta di due cordoli a mo’ di marciapiedi posti sorprendentemente e per ragioni sconosciute sull’asse longitudinale della carreggiata di via Ginnasio nella fascia riservata al parcheggio delle autovetture ma che costituiscono evidenti pericoli per la sicurezza stradale. Giovanni D’Agata, fondatore dello Sportello dei Diritti, dopo aver ricevuto la segnalazione chiede numi sull’opera all’amministrazione comunale di Maglie e invita gli utenti della strada a prestare la massima attenzione nel tratto di strada indicato.

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