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I cinghiali a Lecce sono storia vecchia


La questione cinghiali non è nuova, ma parte dal 2007. L’allora presidente della Provincia di Lecce Giovanni Pellegrino, intervenne il 17 ottobre 2007, sulla questione cinghiali per mezzo di una lettera indirizzata al Comandante del Corpo Forestale dello Stato.

In località Ramanno e Torre Veneri le colture subivano ingenti danneggiamenti ad opera di questi suini selvatici, la cui presenza fu stata segnalata anche dalla Polizia provinciale. La soluzione al problema dal comandante della stazione di Lecce del Corpo forestale e richiesta al Prefetto e al presidente della Provincia Pellegrino fu quella dell’abbattimento selettivo.

Pellegrino all’epoca ripose con parere negativo, fermo restando “il diritto degli agricoltori a essere risarciti dei danni subiti, secondo le procedure di indennizzo che la normativa prevede. Per la legislazione regionale e per il calendario venatorio regionale il cinghiale è specie cacciabile nella Regione Puglia, però in periodi limitati della stagione venatoria e secondo regole particolari. Potrebbe la Provincia, che presiede alla legalità dell’esercizio venatorio nel suo territorio, assumere iniziative in deroga alla disciplina, come da lei sembra volersi auspicare? E’ vero che si tratta di una specie da molti secoli non più facente parte della fauna selvatica salentina e che l’insediamento di alcuni esemplari nella zona deve collegarsi ad animali sfuggiti a situazioni di cattività e riprodottisi in loco, ma il cinghiale non può ritenersi specie non autoctona in una logica che, a mio avviso deve necessariamente essere regionale. E tenendo presente che è una specie che, come molti ungulati, si va diffondendo sempre di più sul territorio nazionale, occupando posti dai quali era scomparsa da secoli”.

Ecco quanto accadeva nel 2007, ma nel marzo 2009 furono ritrovati vivi tre lattonzoli ibridi maiale-cinghiale, nei pressi della masseria La Lizza, strada per San Ligorio. In seguito al trasporto presso il centro faunistico del museo naturalistico di Calimera, l’ipotesi fu che i tre piccoli non fossero animali nati in natura, considerando che nel Salento non vi è presenza di maiali domestici allo stato brado, probabilmente, secondo gli esperti veterinari di fauna omeoterma i piccoli provenissero da qualche allevamento della zona, avvalorando l’ipotesi di Pellegrino del 2007.

Secondo la polizia provinciale gli esemplari si sarebbero poi estinti in seguito all’incendio del bosco di Torre Veneri di quest’anno, durante il quale alcuni cacciatori approfittarono per uccidere gli esemplari in fuga.

Secondo la forestale branchi numerosi di cinghiali sono stati avvistati recentemente intorno alla zona militare di Torre Veneri.

Alla paura degli ambientalisti dell’estinzione della specie e dell’immoralità della caccia incontrollata, si aggiunga che la fertilità dei cinghiali accresce proporzionalmente alla pressione venatoria subita dalla specie. Se la femmina dominante viene uccisa, il gruppo si disperde, gli animali irrompono nei campi. Causando relazioni sociali disordinate ed estri non coordinati,vi sarebbe l’effetto opposto alla limitazione del numero.

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Allarme cinghiali, che fare?


E il cinghiale dove lo metto? La domanda, all’apparenza bizzarra, è balzata agli onori delle cronache nei giorni scorsi dopo la denuncia del proprietario di Masseria Scusi, Ubaldo Cannoletta, che nella sua azienda situata tra San Cataldo e Lecce non può coltivare più nulla a causa della presenza dell’ingombrante suino. Secondo Cannoletta, si tratta di branchi di diverse decine di animali che ogni notte scorrazzano come vandali per gli orti della proprietà. Un danno notevole non solo per le colture ma anche per l’allevamento di animali da cortile che nel corso degli anni ha subito un drastico ridimensionamento. La causa? La voracità dei cinghiali che non permette di coltivare grano, orzo, verdure, ortaggi di nessun tipo. Si tratta di una specie ibrida, nata dall’incrocio con maiali comuni: vive nascosta nei boschi allo stato semi brado e di notte si aggira per i campi alla ricerca di cibo. Gli agricoltori hanno sollecitato più volte l’intervento della Provincia di Lecce affinché si trovi una soluzione definitiva. Il primo passo è stato quello di chiedere un risarcimento dei danni per la distruzione delle colture e l’abbandono degli allevamenti: Palazzo dei Celestini ha risposto che l’indennizzo dovrebbe essere a carico di chi gestisce l’azienda faunistico venatoria Bosco Fiore, area in cui ricade Masseria Scusi. Richiesta però respinta dai responsabili dell’azienda faunistica che si sono fatti forti del fatto che, secondo la legge, il privato è tenuto a pagare in caso di danni procurati da fauna selvatica stanziale e non da specie ibride semi domestiche. Questo per quanto riguarda i danni.

Per limitare le scorribande dei cinghiali invece l’azienda faunistico venatoria ha chiesto alla Provincia di realizzare un piano di abbattimento controllato. La notizia arrivata alle associazioni ambientaliste nazionali ha però scatenato un putiferio con tanto di petizione per evitare l’eliminazione fisica degli animali. Email a iosa sono state inviate all’Urp della Provincia di Lecce, a Telerama che ha raccolto le lamentele di Cannoletta e agli altri organi di informazione locali: nel testo si chiede di evitare “un comportamento violento e inammissibile da un punto di vista etico e inutile da un punto di vista pratico” perché, come dimostrerebbero alcuni studi francesi e tedeschi, la riduzione dei capi aumenta la fertilità e quindi paradossalmente incrementerebbe il numero di cinghiali .

Maurizio Tarantino

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