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Intervista a don Pietro Marti: “I Beati, esempio da seguire”


Otranto e la sua comunità si preparano ad accogliere l’evento più importante dell’anno, la festa dei Beati Martiri. Un appuntamento annuale che prende il via il 13 agosto, ma come da tradizione già dal 31 luglio ha inizio la cosiddetta tredicina, con l’esposizione dell’urna dei Beati, una teca in argento contenente una piccola parte dei resti dei Martiri. Sul valore della festa dal punto di vista religioso abbiamo chiesto un parere autorevole, quello del parroco della Cattedrale di Otranto, don Pietro Marti.

Da quanto tempo lei è a capo di questa importante parrocchia?

“Venti anni. Il 14 agosto del 1991. Scade quest’anno il ventennio come parroco qui a Otranto. Anche se prima lavoravo insieme con don Grazio che, pur avendo lasciato la responsabilità di parroco, tuttavia era una preziosissima presenza qui in Cattedrale, non soltanto nella divulgazione degli elementi culturali, ma anche nell’accoglienza dei numerosi turisti. Perché poi l’estate questa diviene una parrocchia molto allargata ed è una esperienza veramente bella, perché ti accorgi che al di là di quello che appare, del turismo come fenomeno di massa, c’è una ricerca religiosa incredibile, un bisogno di Dio forte nelle persone. E molte volte proprio da chi meno te lo aspetti. Oppure da gente che, visitando la Cattedrale, si sente attraversare da problemi esistenziali e da problemi di fede, perché poi in fondo, vita e fede sono legatissimi”.

Secondo lei cos’è cambiato dall’inizio del suo insediamento a oggi, in merito a questi festeggiamenti?

“Ѐ un appuntamento annuale. Si cerca di ridimensionare, nel senso che bisogna fare spese non più lunghe della propria gamba. Quindi, ovviamente, si risente anche delle varie crisi che attanagliano tutti. Però l’appuntamento rimane importante, al di là dell’ampiezza o meno dei programmi nei festeggiamenti. E si è cercato sempre di accontentare tutti. Si è cercato soprattutto di creare, nell’ambito della tredicina in particolare, sempre questa comunione tra le varie parrocchie, tra i vari vicariati. Per cui ogni anno, durante questo periodo, vengono anche commentati documenti importanti emanati dal Papa oppure dall’Episcopato italiano. Quest’anno, in particolare, si presta attenzione agli orientamenti che riguardano l’educare alla vita buona nel Vangelo e che accompagneranno la Chiesa italiana nei prossimi dieci anni”.

Quindi questa festa, nonostante il benessere diffuso e la cosiddetta modernità, ha ancora la valenza spirituale di un tempo?

“C’è sempre da distinguere i due aspetti. Perché quando parliamo di modernità ci riferiamo a tutti quei mezzi di comunicazione di massa che creano l’industria del divertimento. Però nello spirito della festa va sempre salvaguardato l’aspetto profondo, spirituale. Certo, tutte le feste hanno un doppio aspetto, e molte volte bisogna armonizzare e cercare di rendere proporzionati entrambi, in modo tale che l’uno non sovrasti l’altro. Per cui, se per esempio prevale l’aspetto commerciale o quello consumistico, ciò può essere a detrimento anche dell’aspetto spirituale. L’uomo è fatto di corpo e di spirito. Questo è un punto fondamentale, e anche la dimensione sociale che hanno sempre avuto le feste patronali parte sempre da lì. Occorre sempre equilibrare bene, perché non sempre uno spreco di risorse è segno di fede. Molte volte può anche essere segno di fanatismo o di altro che non ha niente da spartire con la fede. Qui a Otranto i due aspetti sono tenuti abbastanza in equilibrio o per lo meno, per quanto mi riguarda, in riferimento al comitato della festa”.

Sempre in merito ai festeggiamenti, cosa manca secondo lei e cosa, invece, dovrebbe essere più sentito in occasioni come questa?

“Noi siamo un po’ prigionieri della cultura che ci circonda, prevalentemente consumistica e secolarizzata, e laddove l’aspetto spirituale è soffocato tu devi sforzarti di liberarti dagli orpelli in eccesso attraverso il tuo senso critico. Lo vedo anche nel fenomeno turistico, soprattutto nel mese di agosto, quando c’è un turismo un po’ più caotico e superficiale. Certamente c’è anche chi viene in chiesa e prega, ma poi ci sono persone alle quali bisogna ricordare le norme più semplici, come ad esempio l’avere un abbigliamento più consono e decoroso quando entrano in chiesa”.

A quando risalgono i primi festeggiamenti in onore degli 800 Martiri?

“Mi ricordo di aver letto anche una stampa di un manifesto del 1880, quando venne celebrato il quarto centenario. I Martiri sono stati festeggiati sempre, ovviamente con i mezzi dell’epoca. Anzi, un elemento particolare per la beatificazione, proclamata nel 1771, è stato proprio questo culto continuo, ininterrotto. Una volta forse era prevalente l’aspetto esterno, chiassoso e un po’ meno accentuato. Ma, come dicevo prima, le feste portano sempre un bisogno di esprimere questo segno della gioia collettiva attraverso vari mezzi, dall’abito che indossi fino alla mensa più ricca. Non dimentichiamo poi che questi anniversari sono un momento di incontro e unione all’interno della famiglia, specialmente con il fenomeno della migrazione. Quindi, le feste patronali sono un’occasione di riscoperta della propria identità anche dal punto di vista sociale, oltre che spirituale. E questo è un aspetto essenziale cui la Chiesa è attenta, perché nessun aspetto della vita dell’uomo è estraneo alla vita della Chiesa stessa”.

Non tutti sanno che una parte delle reliquie è presente nelle chiese di varie città italiane come Napoli, Milano, Salerno, Bari e anche all’estero. Questo ci fa capire come i Martiri siano venerati altre i confini della Terra d’Otranto.

“Certamente, e una parte di reliquie la possiamo ritrovare anche all’estero, come ad esempio a Panama, in Brasile, in Africa e dovunque ci siano stati missionari o dei nunzi apostolici. Consideriamo che le reliquie vengono richieste da comunità e da chiese. Oggi la tendenza anche da parte del vescovo è quella di distribuire le reliquie non tanto a singole persone, quanto a comunità, parrocchie o chiese. Bisogna tener presente che il martirio proietta la persona che lo ha subìto e affrontato con coraggio e fede a un livello che travalica i confini del luogo e del tempo. E ciò ci mostra l’umanità nella sua massima realizzazione, perché l’uomo si realizza amando e l’amore, a sua volta, si realizza donando, e non c’è amore più grande di chi dà la vita. Questo è indipendente dal livello religioso o culturale che uno ha. E la testimonianza di chi dà la vita per qualcuno, con la lettera maiuscola, ha una risonanza universale. Quindi la venerazione delle reliquie tende proprio a unire, a dare forza e coraggio, perché c’è un martirio quotidiano da affrontare, ed è quello individuale e lento che molte volte non fa notizia, ma che non è meno prezioso dell’altro”.

Alessandro Conte

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Il sacrificio dei Martiri tra storia, leggende e fede


Era un venerdì e tirava un forte vento di tramontana, quel lontano 29 luglio 1480. Avrebbero dovuto sbarcare a Brindisi, ma a causa delle avverse condizioni del mare si fermarono al di là delle mura della città più a oriente della penisola. Erano una flotta composta da ben oltre 150 imbarcazioni, per un totale di 18mila uomini, e sbarcarono in una piccola spiaggia a nord della città che oggi porta il nome di “Baia dei Turchi”. Otranto era una città ricca e fiorente, ma non godeva di fortificazioni tali da poter respingere un simile attacco, anche in virtù del numero degli abitanti – non superiore ai 6mila uomini – e la crisi in cui versavano all’epoca gli stati italiani fece sì che non gli si contrapponesse alcuna forza militare. Gli abitanti abbandonarono il borgo in mano ai Turchi comandati dal pascià Ahmet, ritirandosi nel castello, la cittadella. A difendere la città vi erano solo quattrocento uomini che risposero con la vita in cambio della resa. La difesa si protrasse per due settimane, ma l’11 agosto il pascià ordinò l’attacco finale: il castello fu espugnato in un batter d’occhio, le donne e i bambini furono ridotti in schiavi e tutti gli uomini al di sopra dei quindici anni furono barbaramente uccisi. I pochi superstiti e il clero si erano rifugiati nella Cattedrale. Si racconta che Ahmet impose loro di rinnegare la fede cristiana, e il loro rifiuto generò martiri, razzie e barbare uccisioni. Emblematico l’assassinio dell’anziano arcivescovo Stefano Pendinelli, che incitava i suoi confratelli di rivolgersi a Dio in punto di morte: fu fatto a pezzi e il suo capo mozzato fu portato a spasso per le vie della città. Il 14 agosto la cattedrale venne trasformata in una stalla e i superstiti furono trasportati sul colle di Minerva: qui ne vennero decapitati almeno ottocento sotto gli occhi dei familiari. A capo degli otrantini vi era un certo Antonio Pezzulla, detto Primaldo: fu il primo a essere decapitato e si narra che, seppure senza capo, rimase in piedi ad assistere al martirio dei suoi uomini, tanto che uno dei Turchi rimase talmente impressionato da tale prodigio di fede che decise di convertirsi al Cristianesimo, scegliendo la morte. Dopo tredici lunghi mesi Alfonso d’Aragona, figlio del re di Napoli, riuscì a riprendersi le chiavi della città. I corpi degli otrantini trucidati sul colle di Minerva, trovati incorrotti a un anno dal martirio, furono poi traslati nella Cattedrale. Dopo un lungo processo canonico iniziato nel 1539 e terminato il 14 dicembre del 1771, papa Clemente XIV ne autorizzò il culto dichiarandoli beati. Trecento anni dopo, nella notte della loro festa, i martiri, divenuti già nel Settecento i protettori della città, furono visti da tutta la popolazione recarsi in processione sul colle.

È nel ricordo del loro sacrificio eroico, della loro fede e del messaggio di speranza che si è tramandato nei secoli che la città si appresta ogni anno a festeggiarli, aprendo il 31 luglio la tredicina con la solenne esposizione in cattedrale dell’urna dei Martiri, e animando ogni sera la festa con momenti di fede e preghiera fino al 13 agosto, giornata della veglia diocesana, per poi culminare nella celebrazione del solenne pontificale del 14 presieduto dall’arcivescovo della città e nella processione delle reliquie. Sono passati solo quattro anni da quando, su richiesta dell’Arcidiocesi di Otranto, il processo di canonizzazione è stato riaperto, e nel cuore di tutti gli otrantini e di tutti i fedeli e devoti, ogni anno in questo periodo, si apre ancor più la speranza che venga loro riconosciuto il motivo del martirio, sul quale vi sono non poche versioni contrapposte, e che possano perciò essere ufficialmente ritenuti santi.

Alessandra Ragusa

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