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L’Olocausto nella cultura cinematografica


Il 27 gennaio, come istituito durante la presidenza della Repubblica di Carlo Azeglio Ciampi, si ricorda il Giorno della Memoria. In questo giorno, nel 1945 infatti, le truppe dell’Armata Rossa entrarono a liberare Auschwitz, il campo di concentramento diventato simbolo dell’Olocausto degli ebrei, operato dal regime nazista, e che vediamo ritratto in questa bellissima immagine del fumettista Giuseppe De Luca. In quegli anni, furono uccisi circa sei milioni di ebrei, ma anche dissidenti, testimoni di Geova, rom, omosessuali, prostitute, comunisti. È stata la più grande persecuzione organizzata della storia, anche se non è stata la sola. Per bocca di Max von Sydow, Woody Allen dice nel film “Hannah e le sue sorelle”, che si parla tanto dell’Olocausto affinché non accada più, e invece si dovrebbe parlare di come questo si ripresenti, in forme più sottili. Un argomento simile che può essere caro agli idruntini è proprio quello della persecuzione italiana in Albania, quando, dopo la seconda guerra mondiale, molti ex soldati furono torturati, perseguitati e chiusi in campi di lavori forzati, riuscendo a tornare in patria solo nel 1991, in occasione dei primi sbarchi, restando comunque degli stranieri in patria e ispirando la piece teatrale “Italianesi”.

Tornando al cinema, sono tanti i film che parlano dell’Olocausto e del nazismo, in forme molto differenti. Citiamo soprattutto “Schindler’s list” e “La vita è bella”, ma per conoscere al meglio il fenomeno bisognerebbe guardare sia i film che hanno un approccio drammatico come “Il bambino con il pigiama a righe”, ma anche quelli che tendono ad avere uno sguardo ironico. “Il bambino con il pigiama a righe” parla di un’amicizia tra un bambino tedesco, figlio di un gerarca nazista, e un piccolo ebreo rinchiuso in un campo di concentramento: i bambini vedono solo le differenze fisiche e d’abbigliamento tra loro, ma non comprendono perché devono odiarsi solo per una stupida ripicca degli adulti.

Su un fronte maggiormente ironico è sicuramente da segnalare il film d’essai “Train de vie”, che racconta di un villaggio di ebrei, che guidati dallo scemo del paese si fingono tedeschi per sfuggire alla deportazione. Con tante risate e un finale assolutamente a sorpresa, che non sminuisce la portata drammatica del fatto storico.

Restando in ambito ironico, non si può non vedere “Mein Fuhrer – la veramente vera verità su Adolf Hitler”, che racconta del dittatore nazista in un periodo di introspezione. Hitler deve pronunciare un discorso, in un momento in cui la guerra sta dando contro ai nazisti, ma è demotivato e dovrà ricorrere a un attore ebreo per poter parlare di fronte al suo popolo. L’attore e il dittatore si ritroveranno faccia a faccia, a nudo, e scopriranno di essere fragili entrambi, ma questo non impedirà all’ebreo di meditare vendetta, in nome del suo di popolo.

Di una bizzarra vendetta parla anche “This must be the place” di Paolo Sorrentino. Un film di un anno fa che ritrae uno Sean Penn in versione rockstar, che deve vendicare il padre ebreo morto di vecchiaia e in gioventù torturato da un gerarca ora negli Stati Uniti. Il protagonista, annoiato e avulso dall’Olocausto, scoprirà il valore del contrappasso, conoscerà qualcosa di più sull’odio dalle parole della moglie dell’uomo che sta cercando (“Perché i nazisti perseguitavano gli ebrei?” “Non lo so” “Ma lei è un’insegnante, una storia, dovrebbe saperlo…” “Era per i loro soldi” “Ma non tutti gli ebrei erano ricchi” “Tutti possedevano qualcosa”), troverà se stesso, anche se è in New Mexico e non in India.

Infine, come non citare “Il grande dittatore”, nel cui monologo finale Charlie Chaplin invoca l’umanità e allo spettatore non può che sfuggire una lacrima e pensare se fosse andata davvero come nel film: “Mi dispiace – dice il protagonista – ma io non voglio fare l’imperatore: non è il mio mestiere, non voglio governare né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca, è sufficiente per tutti noi, la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca fra le cose più abbiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l’avidità ci ha resi duri e cattivi, pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità, più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà nell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità. Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente. A coloro che mi odono, io dico: non disperate! L’avidità che ci comanda è solamente un male passeggero, l’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori e il potere che hanno tolto al popolo ritornerà al popolo e, qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa. Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie. Non vi consegnate a questa gente senza un’anima, uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore. Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini!”.

C’è chi ritiene scorretto scherzare sull’Olocausto, perché è come cadere sul politicamente scorretto, ma di questi tempi non è una risata che ci seppellirà, piuttosto una risata ci salverà. Un grande regista ebreo come Woody Allen ci scherza sempre, in maniera estremamente autoironica, e se lo fa lui che è un genio…

Last but not least, consigliamo “The producers – Una gaia commedia nazista”, che racconta di due produttori che per arricchirsi decidono di portare un flop a Broadway, uno show tanto politicamente scorretto da suscitare lo sdegno di tutti. Ma ingaggiano un regista omosessuale, che rovescerà l’apologia di nazismo espressa nella commedia, trasformandolo in una macchietta sul genere “Il vizietto”, in cui Hitler sculetta mentre si autoproclama il migliore dittatore della terra.

La gazzella

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“Una risata ci salverà”. Andrea Baccassino, il Salento e l’arte della comicità


Il suo “Sergiu, ti spriculu” è diventato ormai un tormentone per molti salentini. Sì, è proprio lui: Andrea Baccassino, comico e “mesciu di qualità” nella comicità, che porta nei locali la sua arte del far ridere, con degli ingredienti speciali quali il quotidiano, tradizioni popolari, vecchi ricordi di come siamo e come eravamo. I suoi spettacoli sono davvero un must, pieni di intuizioni divertenti e ironiche sulla nostra identità culturale, a partire dal dialetto, in cui sono realizzati tutti gli sketch, in cui traspone i suoi personaggi. Che sono il trentenne alle prese con il suo essere eterno ragazzo; il sedicenne che fa gli scubidù per la fidanzata e litiga con il rivale in amore; i fidanzatini degli anni ’80 che vanno al mare; la famiglia che cerca di vedere la processione che passa per le strade della città; i vecchi cartoni animati.

Come nasce l’idea della comicità in dialetto?

“Spontaneamente. Dietro il marchio Andrea Baccassino ci sono in realtà tre persone, io e i miei cugini, con cui da piccoli realizzavamo questi sketch. Io poi l’ho fatto diventare un mestiere, è stato naturale per me passare dal gioco al lavoro”.

Il cabaret dialettale le preclude palchi nazionali?

“Purtroppo sì, perché anche se ogni tanto capita di trovare qualche non salentino che ride ai miei spettacoli, lo fa per simpatia, ma non potrei andare oltre San Pietro Vernotico o Grottaglie”.

Come sono nati i personaggi più significativi?

“Nascono come accade sempre: lo scrittore va in giro, capta e riporta sulla carta. Sono tutte persone che ho conosciuto singolarmente e in qualche personaggio ci sono più caratteri messi insieme”.

Qual è lo sketch in cui si rivede maggiormente?

“Credo nessuno, perché la mia personalità è completamente diversa, anche da me stesso addirittura (ride, ndr). Quello che si vede sul palco è differente da come sono nel resto della giornata. Forse mi rivedo nell’intonacatore, perché mio padre era intonacatore e allora mi sento un po’ ‘figlio d’arte’”.

C’è qualcuno che si è mai offeso?

“Sì, ma è stata solo una persona. Una volta, quando ho fatto lo sketch della notte di Natale, una signora mi disse: “Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi”. Eppure l’avevo eseguito in tutte le parrocchie”.

Qual è il personaggio più amato?

“Il giovane trentenne”.

Facendo delle limature, il suo cabaret salentino potrebbe essere esportabile?

“Il vero problema non è la lingua, ma l’elemento extratestuale: parlo del Salento ai salentini, su molte cose posso alludere soltanto e la gente riderebbe comunque, perché si rivede in quelle situazioni. I non salentini potrebbero non riconoscersi, e non ritrovandosi non ridere. Come quei film francesi, che in Francia fanno ridere e in Italia no, semplicemente perché non siamo francesi”.

Cos’è la comicità?

“Credo che sia far ridere, ma in maniera intelligente, senza la parolaccia e senza rubare la battuta agli altri. La mia età non mi ha permesso di vedere Renato Rascel o Enrico Montesano in teatro, li ho visti in Dvd, ma lì si ride, senza volgarità e con intelligenza, acume e un po’ di cultura che forse i nostri giovani non hanno, e neppure i cabarettisti”.

Si può scherzare con tutto, anche con le tragedie? In “Crimini e misfatti” Woody Allen dice: “La comicità è tragedia più tempo”. L’Olocausto e Hitler possono essere cose da ridere come in “The producers”?

“Sono d’accordo con Allen, bisogna far passare un po’ di tempo per poter far ridere su certe cose. Sull’Olocausto era possibile farlo, poi uscì “Schindler’s list” e ci fu un accoramento su certi temi, e non si è tornati a fare battute sugli ebrei. Non credo che le tragedie degli antichi romani fossero meno terribili di quelle di oggi, ma possiamo far tranquillamente divertire parlando di Attila, più che della Guerra del Golfo”.

In conclusione, “una risata vi seppellirà”, o la risata è ciò che ci permette di continuare a vivere?

“Penso che il pubblico sopravvivrà grazie a una risata, sarà il comico a morire ucciso da una battuta”.

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