La Tavola di San Giuseppe, oltre ad essere una espressione religiosa profondamente radicata nella popolazione e densa di significati, rappresenta anche il simbolo di valori universali che sono peculiari della nostra civiltà e sui quali siamo chiamati quotidianamente a riflettere e a riferirci: la convivialità e la condivisione. Convivialità, ossia tutti siamo ospiti e pellegrini sulla terra e come tali ci accostiamo alla “tavola”, aperta a tutti, per assaggiare qualcosa; condivisione, ossia condividere con altri il cibo.
Non esiste una Tavola senza coinvolgimento. Il coinvolgimento è necessario in quanto momento di socializzazione, non di idee, ma del concreto. Le pietanze sono povere, sobrie e dignitose, preparate con compartecipazione. Gli alimenti, solo prodotti della terra, parlano di una pacificazione tra l’Uomo, il Creato e Dio. Le Tavole quindi sono la preparazione alla mensa divina ed esprimono non la tradizione, ma la nostra identità legata alla fede, a cui il fedele arriva a Dio attraverso il Santo, che non deve essere personificato, ma rappresentato, per condividere tutto ciò che Dio ci porta. Preparazione alla mensa di Dio assumendo così un valore escatologico: Tavole – fede – fedele che arriva a Dio attraverso il Santo; fiori non comprati dal fioraio, ma colti dal proprio giardino o donati della vicina, poiché rappresentano l’essenzialità.
Purtroppo oggi si assiste a un imbastardimento e ad una affinazione del rito, per renderlo soltanto un prodotto commerciale e vendibile, a cominciare dalla trasformazione del nome che da Tavole (ossia assi di legno= taule) sono diventate – in molti casi – “Tavolate”, falsandone ovviamente il vero significato. La conservazione del rito e la sua salvaguardia dovrà essere un impegno sentito e costante a tutti i livelli, civili e religiosi, delle comunità. Necessaria, quindi, non è la conservazione del rito fine a se stessa, ma un suo corretto uso. E l’unico modo che abbiamo per proteggere e valorizzare questo patrimonio è quello di dare coscienza di tale risorsa soprattutto alle giovani generazioni. E’ necessario concentrare il suo focus non nell’oggetto, ma nel messaggio che questo comunica. Non dobbiamo dimenticare che ogni cosa che esiste oggi ha un perché antico quanto la sua origine.
Ed ecco perché dobbiamo essere sì liberali, ma contemporaneamente conservatori o tradizionalisti. Liberali perché amiamo le libertà, per noi e per gli altri. Tradizionalisti e conservatori perché vogliamo e dobbiamo conservare e rispettare la nostra identità, senza la quale quelle libertà non hanno senso e prospettiva. Conservatori perché dobbiamo liberalizzare la nostra società e conservare i nostri costumi, la nostra cultura, i nostri valori, la nostra tradizione. Inoltre, liberali perché vogliamo la società libera, e conservatori perché vogliamo custodire la casa dei nostri padri e trasmetterla più vivibile ai nostri figli.
Si è aperta una profonda discussione e un proficuo confronto sulla riaffermazione e sul rilancio delle radici storiche e culturali, della nostra tradizione, in cui trova solide basi la nostra identità e da cui scaturisce l’unica possibilità di fronteggiare senza soccombere le sfide che ci stanno di fronte, impreviste o inesistenti fino a pochi anni fa; constatato che aspetti peculiari sono la difesa, la tutela, la riaffermazione delle radici spirituali e morali della nostra cultura, il recupero delle tradizioni, con particolare attenzione per quelle manifestazioni anche riconducibili alla sfera religiosa che, trasposte nella vita quotidiana, laica, richiamano ai valori fondanti di una società eticamente e moralmente forte. Il nostro obiettivo è quindi quello di contrastare il relativismo culturale che cancella l’identità, la nostra civiltà e i suoi simboli, perfino quelli religiosi.
Anna Daniela Vizzino


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