di Valentina Luberto
Benvenuto! Sì, dico a te che sei inciampato tra i miei pensieri,
magari sei in pausa come me.
Accomodati, non far caso al disordine, a tutte queste
impressioni distratte che ciondolano dal soffitto, alle parole che
spintonano per uscire e a quelle che si lasciano dimenticare
nascondendosi, senza andar via sul serio.
Ormai ci sei e ci sono anch’io, almeno credo!
Lascia che mi presenti, anche se, è molto probabile tu mi
conosca. Avrai sicuramente avuto modo di scorgere il mio volto
sulle locandine di qualche importante teatro nazionale o
internazionale; sono un fine interprete di Shakespeare, sai?
Chi prendo in giro!
Sì, lo so che non è per questo che mi conosci, ma per
quell’odiosa reclame delle suolette deodoranti per scarpe che
spopola su tutti i canali TV.
Che si sappia: Neri Bruno ha calcato i più grandi palcoscenici
del Paese e di tutta Europa!
Prima che tu me lo dica: no, non mi presento anteponendo il
cognome al nome, lo so che non si fa.
Neri è il nome, Bruno, il cognome.
Tutta colpa del mio agente. Arturo Biondi non gli stava bene,
diceva che era troppo comune e che i miei capelli di pece non
s’intonavano a quel cognome inzuppato nel sole.
“Neri è un bel nome, Arturo. Originale, sintetico, un nome che
lascia il segno!”, diceva il mio agente battendo il suo indice
contro la mia spalla.
A te posso dirlo, tanto sei di passaggio: quanto odiavo e odio,
visto che lo fa sempre, quei colpetti sulla spalla. Quel dito
impertinente sarebbe da mozzare!
Detto questo, credo, non ti sarà difficile venire a capo di come
il mio cognome abbia cambiato tonalità senza neppure dover
fare ricorso al parrucchiere.
“Bruno! Sì, a me pare un cognome perfetto, fa pendant con il
nome. Che ne dici, Arturo? Sbrighiamoci a uscire, prima di
andare in ufficio dobbiamo passare dalla tipografia per ritirare i
tuoi biglietti da visita con i tuoi nuovi nome e cognome.” E lo
aveva detto tutto d’un fiato, senza permettermi neppure di
indossare per una breve prova la mia nuova identità, fare un
giro e vedere se ci stavo comodo.
Non avevo osato oppormi, forse, non avevo neppure i mezzi
per farlo.
Quella volta Attila, il mio agente, almeno si era risparmiato gli
odiosi colpetti sulla spalla. Aveva invece optato per un
vigoroso colpo sulla scrivania del mio studio. Forse per
riacciuffare i miei occhi ormai lontani, forse si era accorto che,
mentre radeva al suolo la mia identità, io, già non c’ero più.
È così che Arturo Biondi, promettente interprete
shakespeariano, diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica e
indimenticabile visitatore dei più importanti personaggi del
drammaturgo inglese, è andato via.
So cosa stai per dire: “Perché non hai rifiutato?”
Avevo bisogno di soldi, non potevo permettermi più il lusso di
scegliere. Dovevo sopravvivere, vivere come più mi piaceva
era un optional di cui dovevo fare a meno.
No, non avere quello sguardo triste, anche la pubblicità ha i
suoi vantaggi. Adesso tutti mi riconoscono, ho allargato anche
la mia cerchia d’ammiratori, sapessi quanti bambini si
ricordano di me e come ci tengono, poi, a mostrare ai loro
genitori che sanno riconoscermi: “Mamma, mamma, corri. C’è
il signore con i piedi puzzolenti: guarda!”, dicono a gran voce,
mentre mi puntano il dito contro.
“Neri, vieni. Siamo pronti per girare.” è la voce che interrompe
quest’amabile confessione affidata a te, visitatore d’occasione
dei miei pensieri.
Credo proprio la mia pausa sia finita, ma, se vuoi, assisti pure
alla scena.
“Oh, mia amata, buona e bella. A te, che sei la più sfavillante
stella, chiedo d’accettare, come pegno d’amore, questo anello
nuziale. Mi vuoi sposare?”, dico impostando la voce a dovere e
sperando che il mio tono studiato possa distrarre
dall’improponibile contenuto della battuta.
“Oh, mio amato amore, una dichiarazione così mi lascia senza
parole! Ah, no, aspetta! Qualche parola l’ho trovata. Infilerò
quell’anello solo se mi prometti che infilerai per sempre nelle
tue scarpe la suoletta “Puzzavia”. Sono buona sì, ma con un
olfatto altrettanto buono!”, dice una stridula voce femminile,
vanificando ogni mio tentativo di conferire a quell’insulso
scambio di battute idiote una parvenza di stile.
“Te lo prometto, mia cara: le suolette “Puzzavia” saranno nelle
mie scarpe per tutti i giorni della mia vita”, e cerco di dirlo con
la stessa intensità con cui ho declamato il dubbio amletico nella
mia ultima tournée.
Serve a poco.
In silenzio ripeto: “Essere o non essere, questo è il problema”.


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