Categoria | Cronaca, Primo Piano

Giovanni Paolo II nel 1980 a Otranto: e nulla fu più come prima

Giovanni Paolo II nel 1980 a Otranto: e nulla fu più come prima

Giovanni Paolo II, il 5 ottobre del 1980, giunse ad Otranto in visita pastorale in occasione del V centenario dei Beati Martiri idruntini. La visita del Santo Padre fu un evento chiave per il Salento, segnò uno spartiacque importante, fu il segno di una rinascita che dura fino ai nostri giorni.

Oggi siamo abituati a conoscere il Salento, la terra amata da turisti provenienti da tutto il mondo, studiata per le sue tradizioni popolari, celebre per la sua enogastronomia. Ma, fino al 1980, non esisteva nulla di tutto questo.

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI GIOVANI

Otranto, 5 ottobre 1980

Carissimi giovani!

1. Alla conclusione di questa intensa e splendida giornata del pellegrinaggio, che mi ha condotto alla vostra Otranto, per venerare gli 800 martiri nel V centenario della loro testimonianza di fede e di sangue, mi incontro con voi, che siete e rappresentate il futuro della vostra città, della vostra patria, della Chiesa, e portate nel cuore, come una preziosissima eredità, il mirabile esempio di quegli otrantini, che il 14 agosto del 1480 – all’alba di quello che viene considerato storicamente l’“evo moderno” – preferirono sacrificare la vita stessa anziché rinunciare alla fede cristiana.

È questa una pagina luminosa e gloriosa per la storia civile e religiosa dell’Italia, ma, specialmente, per la storia della Chiesa pellegrina in questo mondo, la quale deve pagare, attraverso i secoli, il suo tributo di sofferenza e di persecuzione per mantenere intatta ed immacolata la sua fedeltà allo sposo, Cristo, uomo-Dio, redentore e liberatore dell’uomo.

Voi, carissimi giovani, siete legittimamente fieri di appartenere ad una stirpe generosa, coraggiosa e forte, che si specchia con compiacimento in quegli 800 otrantini i quali, dopo aver difeso con tutti i mezzi la sopravvivenza, la dignità e la libertà della loro diletta città e delle loro case, seppero anche difendere, in maniera sublime, il tesoro della fede, ad essi comunicato nel battesimo.

(…)

Erano forse degli illusi, degli uomini fuori del loro tempo? No, carissimi giovani! Quelli erano uomini, uomini autentici, forti, decisi, coerenti, ben radicati nella loro storia; erano uomini, che amavano intensamente la loro città; erano fortemente legati alle loro famiglie; tra di loro c’erano dei giovani, come voi, e desideravano, come voi, la gioia, la felicità, l’amore; sognavano un onesto e sicuro lavoro, un santo focolare, una vita serena e tranquilla nella comunità civile e religiosa!

E fecero, con lucidità e con fermezza, la loro scelta per Cristo!

In 500 anni la storia del mondo ha subìto molti mutamenti; ma l’uomo, nella sua profonda interiorità, ha mantenuto gli stessi desideri, gli stessi ideali, le stesse esigenze; è rimasto esposto alle stesse tentazioni, che – in nome dei sistemi e delle ideologie di moda – cercano di svuotare il significato ed il valore del fatto religioso e della stessa fede cristiana.

Di fronte alle suggestioni di certe ideologie contemporanee, che esaltano e proclamano l’ateismo teorico o pratico, io chiedo a voi, giovani di Otranto e delle Puglie: siete disposti a ripetere, con piena convinzione e consapevolezza, le parole dei beati martiri: “Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo”?

Essere disposti a morire per Cristo comporta l’impegno di accettare con generosità e coerenza le esigenze della vita cristiana, cioè significa vivere per Cristo.

3. I beati martiri ci hanno lasciato – e in particolare hanno lasciato a voi – due consegne fondamentali: l’amore alla patria terrena; l’autenticità della fede cristiana.

Il cristiano ama la sua patria terrena. L’amore della patria è una virtù cristiana; sull’esempio del Cristo, i primi suoi discepoli hanno manifestato sempre una sincera “pietas”, un profondo rispetto e una limpida lealtà nei confronti della patria terrena, anche quando erano oltraggiati e perseguitati a morte dalle autorità civili.

I cristiani hanno portato, durante il corso di due millenni, e continuano a portare oggi il loro contributo di lavoro, di dedizione, di sacrificio, di preparazione, di sangue per il progresso civile, sociale, economico della loro patria!

La seconda consegna lasciataci dai beati martiri è l’autenticità della fede.

Il cristiano dev’essere sempre coerente con la sua fede. “Il martirio – ha scritto Clemente Alessandrino – consiste nel testimoniare Dio. Ma ogni anima che cerca con purezza la conoscenza di Dio e obbedisce ai comandamenti di Dio è martire, sia nella vita che nelle parole. Essa, infatti, pur se non versa il sangue, versa la sua fede, poiché per la fede si separa dal corpo già prima di morire” (Clemente Alessandrino, Stromata, 4,4,15).

(…)

La vostra fede sia forte; non tentenni, non vacilli dinanzi ai dubbi, alle incertezze, che sistemi filosofici o correnti di moda vorrebbero suggerirvi; non venga a compromessi con certe concezioni, che vorrebbero presentare il cristianesimo come una semplice ideologia di carattere storico e quindi da porsi allo stesso livello di tante altre, ormai superate.

La vostra fede sia gioiosa, perché basata sulla consapevolezza di possedere un dono divino.

La vostra fede sia operosa, si manifesti e si concretizzi nella carità fattiva e generosa verso i fratelli, che vivono accasciati nella pena e nel bisogno; si manifesti nella vostra serena adesione all’insegnamento della Chiesa, madre e maestra di verità; si esprima nella vostra disponibilità a tutte le iniziative di apostolato, alle quali siete invitati a partecipare per la dilatazione e la costruzione del regno di Cristo!

Affido questi miei pensieri ai beati martiri, la cui intercessione invoco oggi, in modo particolare, per voi, giovani, perché, come loro, sappiate vivere con rinnovato impegno le esigenze del messaggio di Gesù.

Con la mia benedizione apostolica.

Amen!

La Cassa del Mezzogiorno finanziò, tramite una felice intuizione di Aldo Moro, i villaggi Club Mediterranée e Valtur: erano i primi tentativi di imprimere una vocazione turistica a un territorio privato dello sviluppo industriale che aveva baciato Taranto, Brindisi e Bari. Nel Salento dimenticato si poteva fare turismo. Una scelta geniale che stava per essere affondata sul nascere dal disastro della Cavtat, la prima, celebre “nave dei veleni” del Mediterraneo.

Fu organizzato un pellegrinaggio a Roma, furono fatti gli inviti di rito per il Santo Padre in vista dell’imminente anniversario del Martirio. Nessuno avrebbe scommesso sull’accettazione dell’invito fatto al Santo Padre. Nel 709, il Papa Costantino, nel suo viaggio verso Costantinopoli, si fermò ad Otranto per quasi un anno. Ma si trattava di un epoca così remota, quando la città era una delle celebri tappe della via Francigena, che nessuno avrebbe immaginato di rivedere mai più un pontefice qui. Invece, Giovanni Paolo II avrebbe fatto uno dei suoi tanti gesti in grado di lasciare stupefatti. Una visita pastorale che segnava l’inizio del percorso di un “papa pellegrino” in grado di compiere oltre cento viaggi in tutto il mondo. Fu così che, il 5 ottobre del 1980, Otranto si preparò a ospitare il Papa. Un evento fuori scala per questa terra del Salento che al massimo vedeva la sporadica visita di qualche ministro della Repubblica in occasione di qualche inaugurazione. Il sindaco dell’epoca, Totò Miggiano, ancora ricorda il terrore degli addetti alla sicurezza: “Nessuna strada, l’unica percorribile è la Otranto-Maglie, nessuno spazio abbastanza grande. Il prefetto”, ricorda ancora Miggiano, “si mise le mani nei capelli ripetendo “il Papa, il Papa, ma voi siete pazzi”. Non c’era nulla di pronto, di adatto per un evento del genere”. Nulla, neanche un’azienda pronta per creare il palco ed approntare l’area. Così ci fu un impegno corale: “la signora Starace mise gratuitamente a disposizione i terreni”, ricorda Miggiano. “Gli operai della ditta che si occupava della costruzione dei villaggi turistici, la Sacea, montarono il palco e le transenne, e lavorarono anche tutta la notte della vigilia per adeguare gli spazi alle esigenze”. Poi fu un successo

indimenticabile: oltre 300.000 persone all’evento, una diretta ininterrotta, nessun incidente. Ma fu soprattutto la prima volta in cui si comprese quanto fosse straordinaria, forte ed incisiva la capacità di comunicazione di questo Pontefice. La sua presenza, la capacità di dialogo, la profondità dell’azione pastorale. L’occasione della visita fu un omaggio “ai luoghi del Martirio”, ma il Papa colse anche l’opportunità per lanciare un ponte, un dialogo con le regioni del vicino Oriente. Furono proprio alcuni passaggi dei suoi discorsi che resero importante, anche storicamente, la visita di Wojtyla a Otranto, in particolare i momenti in cui riprese le comuni radici tra chiesa d’Oriente e d’Occidente: “Va, in questo momento, un pensiero deferente e cordiale alla Chiesa in Bisanzio, che ebbe storici legami con la Chiesa locale di Otranto”. Un ponte verso il Mediterraneo orientale lanciato da Otranto, “da questa antica terra di Puglia protesa come una testa di ponte verso il Levante, noi guardiamo con attenzione e simpatia alle regioni dell’Oriente, e particolarmente là dove ebbero origine storica le tre grandi religioni monoteistiche, cioè il Cristianesimo, l’Ebraismo e l’Islam”. Tra centinaia di migliaia di fedeli assiepati tra l’Orte e Calamuri, in diretta televisiva, Giovanni Paolo II a Otranto lanciò l’appello contro le filosofie ateistiche e un richiamo alla vicina Albania, oltre ai temi ancora attualissimi della necessità di dialogo tra Oriente ed Occidente e della pace nelle regioni mediorientali. “Noi preghiamo perché Gerusalemme, anziché essere, come è oggi, oggetto di contesa e di divisione, divenga il punto d’incontro verso cui continueranno a volgersi gli sguardi dei cristiani, degli ebrei e dei musulmani, come al proprio focolare comune; intorno a cui essi si sentiranno fratelli, nessuno superiore, nessuno debitore agli altri; verso cui torneranno a dirigere i loro passi i pellegrini, seguaci di Cristo, o fedeli della legge mosaica, o membri della comunità dell’islam”.

Elio Paiano

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