Professor Boero, nel suo articolo pubblicato su “Sette” del Corriere della Sera, il 21 aprile scorso, lei lancia un chiaro e importante messaggio: “Difendiamo l’ultimo Eden dell’uomo”. Qual è la situazione del Mediterraneo oggi? È vero che in mare ci sono pochi pesci? Perché accade questo?
“Il motivo è semplicissimo: noi preleviamo pesci da popolazioni naturali in modo industriale. Industriale significa che esiste una tecnologia molto avanzata per catturare i pesci. A terra, quando Buffalo Bill iniziò a uccidere i bisonti in modo industriale (con fucili a ripetizione), i bisonti arrivarono in pochi anni alla soglia dell’estinzione. Gli indiani li cacciavano in modo artigianale, e lo fecero per migliaia di anni, ma quando noi cominciammo a farlo in modo industriale la specie arrivò molto vicina all’estinzione. In mare siamo come Buffalo Bill, prendiamo i pesci in modo industriale. E li prendiamo più rapidamente di quanto loro riescano a riprodursi. Stiamo facendo al mare quel che abbiamo fatto alla terra tanto tempo fa: stiamo distruggendo tutte le popolazioni naturali di grossi animali. Poi, oltre alla pesca industriale, ci mettiamo anche l’inquinamento, la distruzione degli habitat e tanti altri impatti che esercitiamo sull’ambiente. Ci aggiriamo nella natura come elefanti in un negozio di cristalli”.
L’altro fenomeno di cui si parla molto a proposito del Mediterraneo è la cosiddetta “tropicalizzazione”. Che cos’è e quali sono i segnali più evidenti?
“Il riscaldamento globale, un altro regalo che stiamo facendo al pianeta con il nostro dissennato stile di vita, altro non è che l’aumento della temperatura media dell’atmosfera e del mare. Se la temperatura aumenta, le specie ad affinità tropicale tendono ad espandere la loro distribuzione, e arrivano anche da noi. Il Mediterraneo sta ricevendo centinaia di specie tropicali che, oramai, si stanno insediando nelle sue acque. Tropicalizzazione, quindi, significa che la sua fauna e la sua flora stanno assumendo caratteristiche sempre più tropicali”.
In che misura il fenomeno riguarda il Basso Adriatico, e cosa dovremmo fare per una reale inversione di marcia su questo?
“Il Basso Adriatico è influenzato da questo come tutti gli altri mari e non c’è niente che possiamo fare a livello locale. Si tratta di un fenomeno globale. Paradossalmente, noi stiamo contribuendo meno al riscaldamento globale, perché è in corso una diminuzione delle attività. In Italia le fabbriche chiudono, e vengono riaperte in Paesi come la Cina, l’India o la Malesia. In questi paesi non ci sono leggi molto severe a proteggere l’ambiente e si può inquinare impunemente. Noi abbiamo leggi che difendono l’ambiente, e allora trasferiamo le nostre industrie dove non ci sono, per diminuire i costi. Ma l’inquinamento è un fenomeno glo-ba-le! I suoi effetti poi arrivano anche da noi”.
L’Adriatico, per la sua particolare conformazione, è davvero il ricettacolo dell’inquinamento che viene da tutta l’Italia?Come si pone la politica nei confronti di questi problemi?
“Nel nostro Paese chi difende l’ambiente è visto come un fanatico avversario del progresso. Non inquinare costa, e quindi è considerato una pratica antieconomica. Ovviamente i costi che derivano dal disinquinamento e i costi che si devono pagare per curare chi si ammala di inquinamento non vengono attribuiti a chi ha causato questi danni ma, invece, alla collettività. Se gli inquinatori dovessero pagare i danni che fanno, andrebbero falliti immediatamente e, quindi, forse starebbero un pochino più attenti. La BP, che ha causato il disastro petrolifero in Florida, è sull’orlo del fallimento per i danni che deve e dovrà pagare”.
E il cittadino comune come può contribuire a risolvere questi problemi?
“I comportamenti individuali sono importanti. Noi, per esempio, pensiamo di risolvere il problema del riscaldamento globale installando l’aria condizionata. Così facendo consumiamo sempre più energia che, per essere prodotta, causa ulteriore riscaldamento. Capire questi fenomeni, farli entrare nella nostra cultura, significa iniziare a porre le premesse per risolvere i problemi. Nella Costituzione italiana la parola Natura non esiste. Intanto chiediamo a chi si candida alle elezioni quale sia la sua posizione nei confronti dell’ambiente, e votiamo chi dà segno di preoccuparsene, qualunque sia il suo colore politico”.
Che rapporti ha il Salento con il suo mare, anche dal punto di vista strettamente “affettivo”, diciamo così? E’ vero che i salentini vivono questo rapporto in maniera un po’ contraddittoria, mare come risorsa ma anche come luogo da cui possono arrivare i pericoli???
“Certo. I grandi insediamenti del Salento sono lontani dal mare. Solo Otranto e Gallipoli sono sul mare, e sono circondate da mura, il resto si è sviluppato a terra. Poi si sono fatti i “porti” e le “marine”: Tricase Porto, Castro Marina. I motivi sono essenzialmente due: i pirati (come testimoniano le torri di avvistamento e i Martiri di Otranto) e la malaria delle paludi costiere (poi bonificate e ora parchi preziosissimi). La costa del Salento, a parte l’estate, è poco frequentata dai salentini. L’amore per il mare è un amore recente ed è limitato all’estate, squisitamente effimero, passeggero. Chi ha la casa al mare d’inverno la dimentica. Un vero peccato, perché il mare del Salento è tra i più belli d’Italia, ed è bello tutto l’anno”.
Annalisa Gentile


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