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Lo “strappo” di Mantovano nel caos della gestione immigrati

Le dimissioni di Alfredo Mantovano da sottosegretario agli Interni sono giunte nella serata di ieri, a margine di una giornata a dir poco convulsa per il governo. Lo show mediatico di Berlusconi a Lampedusa prima, la bagarre con insulti di Montecitorio (degna delle peggiori democrazie), poi ed infine le dimissioni del vice di Maroni al Viminale fotografano, con estremo realismo, la confusione che regna nel nostro Paese in merito alla gestione della crisi umanitaria causata dal crollo dei regimi politici nordafricani.

Nei giorni scorsi Mantovano, magistrato leccese e sottosegretario agli Interni dal 2008 con l’attuale governo Berlusconi, aveva dato la sua parola che Manduria avrebbe accolto esclusivamente quei 1500 immigrati già presenti sul territorio per volontà del governo, non uno in più. Così non è stato. La rassicurazione dell’ex sottosegretario è stata scavalcata da una direttiva del Ministro degli Interni che, nella giornata di ieri, ha predisposto una nave con 1450 profughi da Lampedusa pronta ad attraccare nel porto di Taranto, in vista di un loro trasferimento nella tendopoli salentina, assolutamente non in grado di ricevere un numero così elevato di immigrati. A quel punto si è giunti all’inevitabile strappo, non si sa ancora quanto sanabile, che ha visto Mantovano compiere un gesto di coscienza dettato dalla reale consapevolezza della situazione. Le dimissioni del braccio destro di Maroni sono state seguite poco dopo da quelle del sindaco di Manduria, Paolo Tommasino (Pdl).

Incassata la solidarietà bipartisan da parte di numerosi esponenti politici, bisognerà valutare nelle prossime ore la disponibilità del magistrato leccese a fare un passo indietro, a patto ovviamente che venga rivalutata con attenzione l’intera situazione.

Il gesto di Mantovano è certamente sintomatico di un malcontento diffuso nel Meridione, ma non solo.

Si tratta infatti di una questione tecnica e soprattutto politica che va al di là delle competenze locali e statali.

Nell’approccio alla crisi umanitaria l’Ue ha palesato nuovamente tutti i suoi limiti, non sapendo superare la logica delle frontiere nazionali.

Soprattutto la Francia di Sarkozy, pioniera nel voler muovere guerra alla Libia di Gheddafi, si sta dimostrando in queste ore quanto mai riluttante nella considerazione di un piano condiviso per la risoluzione del dramma dell’immigrazione. Non a caso alla frontiera transalpina di Ventimiglia assistiamo da giorni a tentativi di attraversamento del confine da parte dei profughi tunisini giunti in Europa che, con l’intento di raggiungere la Francia, vengono puntualmente respinti dalla Gendarmerie francese.

Tornando invece agli affari di casa nostra, è giusto sottolineare che si sta perdendo per l’ennesima volta la possibilità di agire al di là delle logiche politiche e di partito.

E’ sotto gli occhi di tutti, infatti, come il dibattito sulla crisi in atto venga strumentalizzato dalle forze politiche in campo per poter proseguire in una becera logica ostruzionistica da propaganda elettorale, decisamente fuori luogo viste le drammatiche circostanze.

Appurato ciò, risulta più che lecito porsi almeno un paio di domande: è soltanto un caso che i centri di accoglienza predisposti dal Ministro degli Interni Maroni, noto esponente della Lega, stiano al momento sorgendo esclusivamente dalla Toscana in giù, e conseguentemente, è giusto che il fardello della crisi umanitaria venga riversato quasi interamente sulle spalle di un Mezzogiorno già alle prese con numerosi problemi mai risolti?

In considerazione di quanto detto, sarebbe dunque fortemente auspicabile che concetti e parole legati all’unità nazionale e alla cooperazione comunitaria non vengano rispolverati e riproposti unicamente nel facile momento delle celebrazioni istituzionali, ma che trovino effettiva attuazione nel quotidiano, come adesso, nel momento del bisogno.

Andrea Ambrosino

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Anche il Consiglio comunale di Palmariggi vota la solidarietà agli Lsu

Anche il Consiglio comunale di Palmariggi si concentra sulla questione degli ex Lsu, che protestano, ormai da mesi, presso il presidio posto presso il marciapiede antistante l’istituto magistrale “Aldo Moro” di Maglie. Nel Consiglio che si è tenuto nei giorni scorsi, infatti, i componenti si sono espressi all’unanimità a favore della protesta, forti anche dei nove ex Lsu palmariggini (su 1200 in tutta la provincia) che stanno vivendo la grave questione del precariato da ben sedici anni; cui si aggiungono una parte, i lavoratori della ditta Intini, che stanno percependo il salario a singhiozzo. In altre parole, la ditta eroga i salari in maniera non regolare, come invece è accaduto sempre in passato, motivando il disagio con la mancata erogazione dei contributi da parte dello Stato. Palmariggi, così, si pone in un’azione simile a quella intrapresa dal comune di Uggiano la Chiesa nella scorse settimane. Gli ex Lsu, disperati a causa della loro situazione, cercano nel frattempo risposte dalla politica che in effetti, senza distinzione di parte, sta dimostrando attenzione verso i loro problemi. Anche presso la Regione Puglia, il Consiglio ha approntato un ordine del giorno che prevede il problema degli ex Lsu all’ordine del giorno: tutto però sembra fermo, nonostante la buona volontà della politica. Una delle possibilità allo studio è che siano i presidi in prima persona a riassumerli dopo la data del 30 giugno, quando scadrà il loro contratto che pure, inizialmente, era a tempo indeterminato. Ma gli ex Lsu non vedono garanzie in questa soluzione, e preferirebbero essere assunti direttamente dallo Stato: facendo un po’ di conti, questa sarebbe anche un’ipotesi che farebbe risparmiare non poco denaro pubblico. Ma per ora gli ex Lsu restano nel presidio a ribadire la loro situazione. Tutto il resto è rumore.

Angela Leucci

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Otranto. Giù le palme uccise dal “punteruolo rosso”. A un anno dalla loro morte, il Comune interviene nella villa comunale Hidrusa. E sul restyling si riapre il dibattito

Finalmente, a circa un anno dalla loro morte, le “scomode carcasse” delle palme saranno eliminate. Decapitate, una a una. Partendo dall’alto…, come tradizione vuole. D’altronde, siamo nella Città dei Martiri e le piante tropicali infette colpite a morte sono state 800, proprio come gli eroi cristiani vittime dell’armata turca. Uno sterminio. Lento, inesorabile, spietato. Anche loro uccise per mano dell’invasore, Il rhynchophorus ferrugineus, alias “punteruolo rosso”, un coleottero curculionide, originario dell’Asia meridionale, tanto piccolo quanto letale. Problema serio. Che l’Europa ha scoperto dal 1994; l’Italia conosce dal 2005, anno in cui il micidiale insetto è stato avvistato in Puglia; e Otranto subisce da lunghi, lunghissimi mesi.

Lo skyline della città dalle molte acque è radicalmente mutato senza gli esotici abitanti. Con buona pace di chi, a quei monconi tramutati in simboli totemici pericolanti, si era abituato. Anche se, nel tempo intercorso tra la loro morte e lo smaltimento, i problemi non sono mancati, come hanno a più riprese denunciato alcuni cittadini allarmati dal pericolo legato alla caduta delle fronde.

Problema vecchio. Oggi la ditta incaricata dall’Amministrazione ha iniziato il taglio dei palmizi marcescenti della villa comunale Hidrusa. Non molto tempo fa, era toccato allo storico fusto in piazza D’Aragona, ora al suo posto c’è un leccio.

Resta da capire come il vuoto lasciato possa essere colmato. Non solo nell’immaginario di chi aveva negli occhi e nel cuore quel tipo di verde pubblico. Per mesi gli otrantini hanno discusso sulle ipotesi post-palme, utilizzando anche il social network. Nell’etere si sono ipotizzati colture di agrumi, un parco con specie autoctone come le mele cotogne o ulivi ;e si è pensato persino alla nascita di orti pubblici.

Insomma, le idee non mancano. Anche se – va detto – La comunità sta riponendo molta speranza nello studio delle essenze da piantumare, dopo l’incarico assegnato dal Comune alla facoltà di Agraria dell’università di Bari. Di certo, il parco cambierà aspetto. E il merito – o la colpa, si vedrà – va a questo colorato esserino che ha animato la vita di piazza e i Consigli comunali dove spesso, e a lungo, è stato protagonista. Portando vivacità in una città che spesso è accusata di non avere nulla da dire. O, peggio, da fare.

Jenny De Cicco


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Gli immigrati a Manduria? “Niente vacanze a Otranto”. Prime disdette dei “lumbard”

I clandestini, che poi sono richiedenti asilo, che infine sono migranti, che scappano sotto la minaccia delle armi, sono coloro che il nostro mondo civilizzato ha deciso – da secoli – di ospitare e proteggere. Ma per alcuni turisti tutto ciò è sbagliato. Cartesio si rifugiò nei Paesi Bassi, Voltaire in Inghilterra, Hobbes in Francia, Mazzini in Inghilterra e gli esempi in tal senso potrebbero essere infiniti. Ma in questo mondo globalizzato artificialmente, i diritti e le distanze sono compressi allo stesso modo e tutto appare vicinissimo, così come tutto può essere ridiscusso e ridotto. Ecco come, per qualche migrante ospitato a Manduria, tutta la Puglia diventa invasa dai clandestini. La Puglia è lunga un terzo dell’Italia, ma tutto sembra vicino, e una intera regione diventa un unico luogo, indistinto. Oltretutto ospitare i migranti diventa una colpa che ricade su tutti i cittadini della regione e sul suo governatore. “Alla terza mail in poche ore non ho pensato più ad un caso isolato”, spiega infatti Enza da uno degli hotel di Otranto. Può sembrare incredibile, ma la semplice notizia che a duecento km da Otranto si ospitino dei migranti ha scatenato una serie di disdette che provocano stupore e incredulità. Certo non una grossa percentuale, né un vero problema, visto che qui abbiamo avuto il pieno di turisti anche quando ospitavamo migliaia di migranti albanesi e kosovari, però stupisce questo atteggiamento”. Il tenore delle mail, infatti, è simile ad una di esse riportata come esempio: “Gentile Signora, in riferimento alla Sua e-mail del 22 corr. Le comunico che ho cambiato programma di vacanze estive a causa dei clandestini sbarcati a Lampedusa che il vostro Governatore Vendola dice di accogliere in massa in Puglia. Avevamo intenzione di trascorrere la prima settimana di luglio presso l’Hotel Sierra di Selva di Fasano (BA) e poi scendere ad Otranto, ma l’evolversi della situazione non lo consiglia. Pertanto, con rammarico, Le disdico la prenotazione dal 9 al 16 Luglio 2011 e non le farò il bonifico. Mi dispiace G. P. – Monza”. Insomma, bombardare per motivi “umanitari” va bene per il Sig. G. P. di Monza (e per quelli che la pensano come lui), ma ospitare chi fugge sotto la minaccia delle armi no. “Forse converrebbe, al signore in questione, evitare del tutto le vacanze nelle città europee, perché piene di migranti, nel Mediterraneo e nei paesi del terzo mondo. Dovrebbe evitare anche il continente americano perché c’è il meltin’ pot. Inoltre”, replicano gli albergatori idruntini, “neanche a casa sua può stare tranquillo, visto che Monza, come tutte le città del Nord, è piena zeppa di immigrati da tutto il mondo”. Ma le mail stupiscono (e sono indicative di un clima esasperato) proprio perché indirizzate a operatori turistici di Otranto da parte di “lumbard”. Nella storia turistica di questa città, infatti, la “calata dei milanesi” iniziò negli anni ’70, capitanata da intellettuali e artisti come l’editore Vanni Scheiwiller e il pittore Vittorio Matino, che portarono qui la “Milano bene” che non ha mai abbandonato questo luogo di vacanze, neanche nella piena emergenza creata dal crollo dei regimi dei Paesi dell’Est. Insomma, ironicamente, un altro albergatore commenta che, forse, “a parte ricordarsi il dovere dell’accoglienza ai rifugiati, per il signor G.P. sarà meglio – invece che fare il bagno alle “Maldive del Salento”- prendere un po’ di fresco al Parco Lambro. Poi ci dica dove avrà incontrato più immigrati”.

Elio Paiano

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Salento sostenibile: al via il primo EcoDay!

Salento d’amare, nelle parole come nei fatti.

E’ con questo spirito costruttivo che prenderà corpo in questo weekend la prima edizione del Salento EcoDay, manifestazione a tutela dell’ambiente nata dall’appello di alcuni giovani membri del movimento Repubblica Salentina e che ha raccolto in breve tempo numerose adesioni e consensi nella provincia di Lecce.

Nell’era della tecnologica totalizzante e degli smisurati sprechi energetici è più che mai importante rispolverare un rapporto diretto con Madre natura, da troppo tempo pericolosamente accantonato nel nome di un nuovo e accecante illuminismo di modernità piegato alle logiche della produzione industriale.

Valorizzare e rispettare l’ecosistema che ci ospita non dovrà più considerarsi in futuro come una mera indicazione generica. I drammatici eventi naturali (per i quali non è possibile conoscere con certezza quanto abbia inciso l’opera dell’uomo) ai quali negli ultimi tempi siamo stati costretti ad assistere dovrebbero esserci da monito per riattivare in ognuno di noi una più spiccata coscienza ambientalista.

Muovendo piccoli passi si possono così ottenere importanti risultati, grazie soprattutto all’impegno di chi vuole contribuire direttamente a preservare la bellezza del nostro territorio, purtroppo spesso vittima dell’incuria.

Una due giorni, quella di sabato 26 e domenica 27 marzo, all’insegna della civiltà ambientale: un’azione volontaria di pulizia del Salento che si preannuncia già come un successo.

Nei giorni in questione, numerosi gruppi di persone (circa mille in tutto), coadiuvati dalla compartecipazione di diversi enti locali, contribuiranno a ripulire il territorio in differenti location. Dalle spiagge alle pinete, dalle periferie ai centri urbani, ogni piccolo gesto sarà utile per promuovere una grande ed importante causa: sensibilizzare i cittadini verso una più consapevole tutela dell’ambiente e della salute umana.

L’evento, patrocinato tra l’altro dalla Provincia di Lecce, si svolgerà in 27 aree diverse sparse in tutta la provincia. Scuole, associazioni, comuni, aziende e gruppi di volontari saranno tutti uniti e pronti a sporcarsi le mani per amore del proprio territorio, d’amare ma soprattutto da rispettare.

Andrea Ambrosino

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Gli ex LSU continuano la loro protesta: domani vertice con i sindacati al liceo Moro di Maglie

Si tiene domani alle 17 presso l’aula magna del liceo pedagogico “Aldo Moro” di Maglie la riunione degli ex Lavoratori Socialmente Utili con i sindacati: gli ex LSU sono impegnati negli ultimi mesi in una protesta che li ha portati nel presidio posto sul marciapiede antistante l’istituto scolastico, con manifestazioni, incatenamento e dialoghi con tanti politici di ogni colore partitico e di qualunque livello, tra cui il ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto.

Ma perché protestano? I lavoratori in questione fanno parte appunto della categoria ex LSU, impiegata in gran parte nelle pulizie delle scuole: si tratta di 110 lavoratori impiegati a Maglie, 1200 in tutta la provincia di Lecce e 13.600 in tutta Italia. 13.600, non 26mila come si dice a volte, perché significherebbe comprendere i lavoratori degli appalti storici, categorie protette dalle leggi sul lavoro che però non sono coinvolte nei loro disagi. E tra questi disagi il principale è il precariato, cui sono esposti da ben 16 anni nonostante questi lavoratori abbiano un contratto a tempo indeterminato, che però dal prossimo giugno potrebbe prevedere il licenziamento e la riassunzione a settembre. Tra i manifestanti di Maglie, tuttavia, ce ne sono alcuni che protestano anche per altre ragioni: sono quelli che dipendono dalla ditta Intini, che da fine anno non eroga gli stipendi nei tempi e nelle quantità previsti. Con molto ritardo, infatti, è stato loro corrisposto lo stipendio di dicembre, e a quanto pare in questi giorni anche quello di gennaio. La ditta, da parte sua, afferma di non aver ricevuto gli stanziamenti necessari. La situazione risulta abbastanza grave: alcuni di loro hanno o hanno avuto anche problemi nella vita quotidiana, come comprare il pane o il latte. A questo si aggiunga che alcuni hanno contratto un mutuo sulla casa grazie al contratto a tempo indeterminato, ma ora si ritrovano in notevoli difficoltà con i pagamenti. Quale sarà il loro futuro?

Angela Leucci


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Ieri albanesi, oggi italiani: come vivono i migranti di venti anni fa secondo Klodiana Cuka, presidente di Integra

Sono passati ormai vent’anni dai primi sbarchi di albanesi presso il Canale di Otranto. Immagini che fecero il giro del mondo, mostrando le traversie di una popolazione che si riversava in un altro Paese per sfuggire a una situazione politica difficilissima causata dal disgregamento dei regimi comunisti. Abbiamo ancora negli occhi quelle scene, anche se da allora molte cose sono cambiate. Gli albanesi che arrivarono, e in particolare coloro che sono rimasti nel Salento, sono una realtà non più alla prima generazione. Alcuni costituiscono una fondamentale forza lavoro per l’economia locale, ma molti sono anche professionisti impiegati nel terziario. Come Klodiana Cuka, giovane presidente di Integra Onlus, associazione che difende i diritti dei migranti.

Sono passati vent’anni dal primo sbarco, e molti albanesi sono rimasti nel Salento. A che punto è la loro integrazione?

“La storia ha sempre legato l’Italia e l’Albania e le nuove migrazioni hanno segnato i nostri Paesi, disegnando un ponte di pace e solidarietà. Siamo chiamati ad affrontare insieme un percorso fatto di sforzi comuni, di azioni concrete e operose che si accompagnano alle speranze di chi lascia il proprio Paese per vivere in un’ altra terra. Chi vuole crescere e portare una testimonianza di vita autentica e dignitosa sa bene che ogni scelta passa dalla volontà di creare un ponte ideale tra le culture, un legame solidale tra due realtà diverse che si completano. Ridare a tutte le comunità migranti il dovuto rispetto e abbattere tutti i pregiudizi: questo l’obiettivo di chi, come me, è profondamente consapevole che ognuno è artefice del proprio destino. Il mio percorso personale e professionale dimostra come lo straniero possa inserirsi e integrarsi perfettamente in un tessuto sociale diverso da quello d’appartenenza, fino a diventarne parte integrante anche dal punto di vista giuridico, acquistando la cittadinanza italiana”.

Crede che una società multietnica possa essere un valore aggiunto per la crescita collettiva e individuale in una comunità?

“Come mediatrice e presidente di Integra Onlus mi spendo da anni per far sì che la nostra società prenda coscienza del migrante come valore aggiunto e come risorsa, affinché anche in Italia si affermi un processo di valorizzazione dei migranti che superi gli stereotipi e veda i soggetti migranti non più solo come coloro che possono aiutare il PIL del Paese con il lavoro – troppo spesso in nero – ma come portatori di conoscenza, cultura, apertura a nuove realtà. Oggi, in coscienza, ritengo che gli immigrati siano pronti a prendere in mano il proprio destino e a contribuire alla sviluppo dell’Italia, partecipando anche attivamente alla vita politica del Paese e dando il proprio apporto per trovare soluzioni che possano portare ad un rinnovamento proficuo in materia di immigrazione”.

Ieri gli immigrati svolgevano i mestieri abbandonati dagli Italiani, oggi sono professionisti e svolgono altre mansioni: quali le difficoltà iniziali per l’affermazione personale? Ci sono ancora difficoltà e pregiudizi?

“Se da un lato, come ci ricorda Riccardo Staglianò nel suo libro”Grazie – Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti”, è vero che senza gli immigrati l’Italia sarebbe perduta. Se infatti proviamo a immaginare una giornata italiana di 24 ore, a ogni ora corrisponde un mestiere nel quale, ormai, il lavoratore straniero è diventato maggioranza. Mestieri che, come conferma un solidissimo studio della Banca d’Italia, gli italiani non vogliono più fare. D’altro canto è altrettanto vero che gli immigrati non sono più solo forza-lavoro: tanti sono oggi gli immigrati professionisti qualificati che si trovano ad affrontare tante difficoltà, a partire dal riconoscimento dei titoli di studio, che una volta arrivati in Italia vengono azzerati, fino ad arrivare alla preoccupazione della possibile concorrenza sul mercato del lavoro qualificato da parte del Paese di arrivo”.

Esiste il razzismo nel Salento, ed è più o meno forte che altrove?

“La Puglia e il Salento sono terra da sempre multiculturale, accogliente non solo perché coinvolta, suo malgrado, dai processi migratori, ma soprattutto per la propensione dei suoi cittadini al sorriso e all’ospitalità. Certo, spesso io e Integra affrontiamo la diffidenza di chi non conosce la realtà del “diverso”, il vissuto personale. Non è facile affrontare ogni giorno i problemi che si presentano. Penso a quando mi sono attivata per fronteggiare l’emergenza degli sbarchi a Otranto, in particolare in quel triste giorno in cui morirono nel Canale tanti immigrati. Trovare posti letto, pensare alle cure mediche, insomma all’accoglienza in senso lato…. Ma mi sono rimboccata le maniche, e grazie a una grande sinergia tra le istituzioni anche Integra ha dato il suo contributo per tamponare l’emergenza.

Angela Leucci

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Otranto, a metà aprile le riprese per il docufilm su Pietro Mennea

Si è giunti a uno start per il docufilm “Diciannove e settantadue”, sulla mirabolante vita di Pietro Mennea. Tra i set che coinvolgeranno la produzione c’è Otranto, accanto a Maglie, Lecce, Trani, Barletta e Bari, zona di origine dell’atleta. Il film è incentrato sulla vicenda umana e sportiva di Mennea, in queste settimane nel Salento per presentare il docufilm, le cui riprese inizieranno a metà aprile, e la cui conferenza stampa è stata presenziata dal sindaco di Lecce Paolo Perrone. Il Salento, così, dopo molti film che l’hanno avuto come location, diventa esso stesso luogo di produzione per lungometraggi, grazie al ruolo assunto a tal fine dalla casa di produzione magliese “Sharon Cinema” di Rita Surdo, che viene affiancata dal produttore delegato Roberto Bessi. Finora la strategia di utilizzare il Salento come location si è dimostrata una grande mossa di marketing territoriale e la provincia di Lecce compare in molti film tra cui “Mine vaganti”, “Il grande sogno”, “Liberate i pesci”, “Melissa P.”, oltre che in fiction televisive come “Elisa di Rivombrosa”, “Mogli a pezzi”, “Il giudice Mastrangelo”. E mentre sembra si saprà a breve della première di “Mozzarella stories”, altra pellicola della casa di produzione, che vanta tra gli interpreti Luisa Ranieri e Luca Zingaretti, la “Sharon Cinema” punta a un prodotto che sembra di assoluta qualità, soprattutto perché parlerà di un personaggio di meritata grandezza per la storia italiana, primatista mondiale e medaglia d’oro olimpica dei 200 metri. “La storia è basata su documenti originali – ha dichiarato Surdo alla Gazzetta del Mezzogiorno – dove, attraverso il racconto principale, vengono evidenziati importanti fatti storici che si intrecciano con la storia sportiva e umana di un ragazzo del Sud che ha iniziato dal nulla e senza nulla, ma che trova nello sport la via del riscatto. Riscatto in cui ancora oggi si immedesimano molti giovani meridionali in cerca di una speranza per riuscire nella vita. Un documentario unico nel suo genere, diverso da tutti gli altri, poiché oggi i miti sembrano fatti di carta, bruciano subito. Invece Mennea è stato una stella per gli anni Settanta e Ottanta, un tempo in cui tutto era mitico”. Il regista sarà Sergio Basso, e probabilmente a breve partiranno i casting per le comparse e i personaggi secondari: per quelli principali la produzione è stretta nel riserbo (e nella sorpresa) più assoluti.

Angela Leucci

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Bombe francesi sulla Libia, Mediterraneo in assetto di guerra

L’Ultimatum è scaduto. Il punto di non ritorno, come previsto, è stato attraversato e sarà realisticamente impossibile fare un passo indietro.

Dopo giorni di attesa la partita a scacchi tra il colonnello Gheddafi e la comunità internazionale ha inizio: le prime pedine, infatti, sono pronte ad essere mosse sullo scacchiere mediterraneo.

Con notevole ritardo la macchina dell’Onu si è messa in moto approvando la risoluzione n.1973 che attiva la cosiddetta no-fly zone sullo spazio aereo libico. Lo scopo principale è quello di impedire azioni di rappresaglia sugli insorti e sulla popolazione civile da parte dei fedelissimi del colonnello.

La decisione sofferta è giunta a margine del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con 10 voti a favore, nessun contrario e 5 astenuti (Russia, Cina, Brasile, India e Germania).

Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, con l’importante avvallo della Lega Araba sono i principali attori di quest’operazione bellica volta a sradicare il regime autoritario di Muammar Gheddafi che dal 1969, anno del colpo di stato che portò alla caduta della monarchia filo-occidentale di re Idris, impone il proprio controllo sul territorio libico.

Defilata la posizione della Germania, che avrebbe probabilmente preferito proseguire sulla strada del dialogo, magari applicando sanzioni più pesanti nei confronti di Tripoli.

Ancora da verificare, invece, quale sarà il ruolo dell’Italia. La posizione geografica del nostro paese certamente avrà un’importanza strategica nello svolgimento delle operazioni. Considerando ciò, il Governo italiano ha predisposto l’utilizzo delle principali basi nostrane; Sigonella, Gioia del Colle, Aviano e Trapani su tutte. Tuttavia non è ben chiaro se vi sarà o meno un utilizzo diretto delle forze armate italiane. Un’ulteriore proposta del Governo è inoltre quella di promuovere Napoli come centro di coordinamento dell’azione militare nei confronti della Libia.

La situazione italiana è certamente quella più delicata, sia per ragioni di vicinanza territoriale sia per i rapporti di storica cooperazione che da anni legano il nostro paese a Tripoli.

Com’è noto infatti, l’Italia importa ogni anno dalla Libia, tramite il gasdotto Greenstream, circa 9 miliardi di metri cubi di gas, pari grosso modo all’11% del fabbisogno energetico nazionale.

Sarebbe inutile negare quindi che la Libia, con la sua ricchezza di giacimenti petroliferi e di gas potrebbe essere scenario d notevoli interessi economici non da parte di diversi gruppi di pressione.

Il timore diffuso, data la prossimità geografica, è che l’avvio dell’operazione bellica contro Gheddafi possa produrre alcune ritorsioni sul territorio italiano, ipotesi tuttavia scongiurata da parte del Ministero della Difesa nostrano che, in base alle informazioni in possesso, ha escluso che l’esercito libico possa avere armi di tale portata.

Ulteriore rischio da scongiurare riguarderà probabilmente il dopo Gheddafi. La caduta del colonnello secondo molti potrebbe favorire l’inserimento di Al-Qaeda sul territorio libico, ipotesi da sottovalutare che aprirà un dibattito sul controllo delle forze politiche che avranno l’incarico di governare il paese nordafricano.

Non resta dunque che attendere l’evoluzione degli eventi, con i primi raid già in corso in queste ore a difesa della predisposta no-fly zone.

La speranza comune è che possa trattarsi di operazioni lampo che possano accelerare la caduta di un regime morente che non intende in alcun modo allentare la morsa su d’un Paese precipitato da giorni nella brutalità della guerra civile.

Andrea Ambrosino

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Su Raiuno domattina le magiche bellezze del Mosaico di Otranto

Il suggestivo Mosaico della cattedrale idruntina sarà domattina oggetto di una trasmissione televisiva di Raiuno. Si tratta di “Magica Italia, turismo&turisti”, che va in onda alle 9,30 sull’ammiraglia Rai ed è prodotto in convenzione con la struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia della Presidenza del Consiglio dei Ministri: una vetrina televisiva importante per scoprire gli scorci più suggestivi del centro storico di Otranto e il Mosaico pavimentale della cattedrale, realizzato fra il 1163 e il 1165 da Pantaleone, monaco basiliano e mosaicista del XII secolo di origine greca dell’Abbazia idruntina di san Nicola di Casole. Il Mosaico ha da sempre ispirato suggestioni per la ricchezza di simboli che vi sono contenuti ed è una vera e propria opera d’arte, che ancora oggi testimonia un senso della bellezza vivo qui nel Salento a partire da epoche antiche. Ospite nella trasmissione della TV di Stato don Pietro Marti, parroco della Cattedrale, che racconterà lo spaccato della cultura dell’alto Medioevo in cui si alternano scene dell’Antico Testamento riprodotto nel Mosaico: la cacciata di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden, la storia di Caino e Abele, la costruzione della Torre di Babele, Noè e l’arca, Sansone e Giona, unitamente a personaggi della cultura pagana come Diana cacciatrice, Atlante che sorregge il mondo sulle spalle, il Minotauro, Alessandro Magno e scene ispirate dalla cultura cavalleresca delle “chanson” come quella di re Artù e Parsifal. Inoltre la troupe del programma, regia di Daniele Carminati, ha realizzato un piccolo cortometraggio di soli 5 minuti in cui lo storico e giornalista Elio Paiano esplora alcuni degli edifici sacri di Otranto. La città, che è patrimonio dell’Unesco, è infatti ricca di beni culturali, dall’architettura alle arti figurative, tra cui spicca il Mosaico. Un’arte che serve a raccontare una storia secolare, nota soprattutto in alcuni aspetti tragici: la cattedrale è dedicata agli 800 martiri che persero la vita dopo l’attacco dei Turchi ottomani nel 1480-81.

Angela Leucci

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Integrazione dei migranti, un diritto e un dovere: un seminario a Lecce

Salento, da sempre crocevia di popoli, coacervo di culture, tradizioni ed usanze, ma soprattutto terra di carità cristiana e accoglienza. Luogo ideale, dunque, per ospitare gli stati generali di “Integra onlus”, l’associazione nata nel 2003 grazie all’impegno di Klodiana Cuka e di un gruppo di persone di diverse etnie desiderose di occuparsi dei problemi dell’immigrazione sul territorio salentino, e non solo.

Così nei giorni scorsi, nel ricordo ventennale degli sbarchi sulle coste pugliesi, si è svolto presso il monastero delle Benedettine di Lecce un seminario sulla figura del migrante e sui processi che anticipano e seguono questa precaria condizione. Un incontro aperto dai saluti istituzionali del sindaco della città di Lecce, Paolo Perrone, e del presidente della Provincia Antonio Gabellone, ma arricchito da interventi di notevole interesse culturale. Come la dettagliata analisi in chiave di prospettiva sociologica delineata Don Antonio Panico, docente dell’Università LUMSA di Taranto: “Per contrastare la marginalità e l’esclusione è necessario realizzare prima l’inclusione del soggetto in una società e poi la sua completa l’integrazione” ha spiegato Don Panico, che ha così proseguito: “La società contemporanea presenta un certo grado di deficit di eticità, una mancanza nel relazionarsi con il prossimo che la dipendenza dal virtuale rende evidente agli occhi di tutti”. Inoltre, secondo il docente di Dottrina sociale della Chiesa, la crisi economica non ha fatto altro che rendere più complesse le dinamiche dell’accoglienza anche sotto il profilo lavorativo, riproponendo il concetto di familismo, ovvero quella tendenza a favorire solo le attività lavorative delle persone a noi più vicine. Da qui, dunque, la necessità di recuperare una maggiore confidenza con la dimensione relazionale verso il prossimo.

Molto atteso anche l’intervento del sottosegretario al ministero degli Interni, l’onorevole Alfredo Mantovano. Quasi d’obbligo un’apertura su quanto sta accadendo nel Nord Africa: “Siamo ad una nuova, drammatica ripresa dell’emergenza. Sinora ottomila tunisini hanno abbandonato il loro Paese, non per effettiva necessità ma per libera scelta. Dalla Libia ancora non vi sono grossi flussi migratori poiché il conflitto tuttora in corso non consente che ciò avvenga con una certa facilità. Ma cosa accadrà dopo? Dalla Libia potrebbero presto arrivare flussi di decine di migliaia di persone.” E’ auspicabile quindi, dice Mantovano, la creazione di una sorta di osservatorio italiano sull’immigrazione che possa momentaneamente sopperire all’assenza di un effettivo coordinamento comunitario.

Tuttavia, superata l’imminente emergenza, bisognerà necessariamente puntare con decisione verso politiche omogenee in sede europea, con l’imprescindibile scopo di evitare 27 politiche differenti in tema d’immigrazione, aggiunge il sottosegretario agli Interni: il progressivo abbattimento dei tempi burocratici, l’individuazione dei giusti percorsi d’integrazione e la conservazione e la valorizzazione dell’identità culturale del Paese ospitante sono le priorità più importanti da perseguire, ma senza dimenticare le immagini di un passato, ancora vivo nei ricordi, che consenta di guardare al presente con maggiore consapevolezza e al futuro con un certo grado di serenità.

A far da cornice all’incontro la mostra fotografica di Vittorio Arcieri, giornalista del Corriere della Sera. Un’esposizione di trenta toccanti scatti dedicati ai vent’anni dall’inizio degli sbarchi in Italia; foto che testimoniano con straordinario realismo l’umanità con la quale la popolazione pugliese ha accolto le genti d’Albania durante lo scoppio della guerra dei Balcani.

Andrea Ambrosino


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Ruby Rubacuori non fa breccia nell’immaginario dei salentini: a Maglie l’altra sera proteste e discussioni

Una grande contromanifestazione ha salutato l’arrivo a Maglie, l’altra sera, di Ruby Rubacuori, al secolo Karina el Marough. La ragazza era stata invitata presso il locale Tempo Zero, dove ad attenderla, sabato, c’era una folla di circa duecento manifestanti, riuniti grazie al gruppo, fondato da alcuni ragazzi su Facebook, dal titolo “Ruby Rubasoldi a Tempo Zero”. Cartelli e facce cartonate di Silvio Berlusconi hanno quindi colorato la manifestazione di Maglie, anche se l’arrivo della protagonista del Rubygate aveva a dire il vero provocato reazioni stizzite tanto a destra quanto a sinistra. Alla protesta hanno infatti preso parte non solo i componenti del gruppo sul social network, ma anche persone provenienti dalla cittadinanza attiva, anche se senza sigle particolari: la manifestazione è stata organizzata dai giovani e tale la si è voluta mantenere.

Non è passata inosservata, però, le presenza di alcune donne del coordinamento femminile “Se non ora quando?” e dell’associazione politico-culturale “Biblioteca di Sarajevo”, che aveva organizzato per sabato la festa del tesseramento, ma che ha spostato l’evento per poter essere presente a Lecce nella manifestazione pro Costituzione e per dare man forte ai giovani a Maglie. “Noi uomini – ha spiegato uno dei manifestanti, Ivano Gioffreda – abbiamo tanta responsabilità in merito, non possiamo tirarci fuori e fare finta che non succeda niente. Abbiamo l’obbligo morale di reagire, altrimenti non saremo credibili davanti agli occhi dei nostri figli. Ho scoperto che tutto è possibile, basta riscoprire il sapersi indignare. Perché ho sempre insegnato alle mie figlie come distinguere il bene dal male, ho trasmesso loro valori e ideali, ma tutto ciò non basta, perché una volta fuori da casa trovano un mondo diverso con cui confrontarsi. Ho visto tante ragazze indignate e questo mi ha risollevato il morale”.

Nei giorni scorsi anche il sindaco Antonio Fitto aveva definito l’invito nel Salento alla protagonista del Rubygate come una mossa di mero marketing che sarebbe stata accolta con indifferenza dai suoi concittadini. Ma l’altra sera, più che indifferenza, è stata contestazione bella e buona. E gli organizzatori non si fermano qui, perché il gruppo vuole continuare la propria attività oltre l’obiettivo raggiunto, colpendo cioè un sistema che privilegia la visibilità mediatica dovuta ad un presunto scandalo sessuale, non ai meriti artistici riconosciuti. E questa idea si è in fondo affermata in quel di Maglie, se è vero che Ruby, giunta peraltro molto tardi alla festa, ha trovato solo poche persone ad attenderla, come peraltro riportato da Repubblica e Telenorba. Per giunta, una volta finita la festa, la marocchina avrebbe avuto una discussione sul ritardo e sul compenso con il proprietario del ristorante e amico di Fabrizio Corona, Mino Brandolino, e sul posto sarebbero accorsi anche i carabinieri e il 118. Ruby e i suoi accompagnatori, a questo punto, sarebbero tornati in albergo, a Cannole, grazie a un passaggio offerto da uno sconosciuto.

Angela Leuci

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