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Anche a Maglie per dire: “Basta!”

Si chiamano Tatta, Vinicia, Lory. E ancora Daniela, Pupa, Stefania, Annamaria, Patrizia, Paola, Marialucia, Gabriella, Gianna, Sabrina. Sono solo alcuni nomi delle donne che domenica mattina, in piazza Aldo Moro a Maglie, hanno protestato contro la diffusa concezione sessista e maschilista della donna, contro i modelli diffusi dal premier Silvio Berlusconi, le sue scappatelle, i suoi media, le sue dichiarazioni, che raccontano di una donna che è solo corpo, non anima, non mente. È stato questo il filo rosso che ha riunito in piazza tante donne e tanti uomini: la voce delle donne ha voluto gridare la propria dignità, in una manifestazione non legata a schemi strettamente politici o partitici, anche se non mancavano delle esponenti della politica locale. Eppure tutto era cominciato da una donna Tatta Lanzilotto, avulsa da qualunque schema, da qualunque etichetta, che una mattina si è svegliata, ha preso un lenzuolo e ci ha scritto sopra “Basta”, e l’ha appeso fuori dal suo balcone, a testimoniare un’indignazione che non è uno dei soliti attacchi al premier, ma va oltre e afferisce alla divisione stessa del mondo. Perché le donne sono viste male, ma la misoginia affonda le radici nella storia del mondo, nelle “Mille e una notte”, per esempio, in cui Sherazade è costretta a salvarsi raccontando storie per un uomo tradito, ingannandolo a sua volta. Una storia in cui George Eliot, al secolo Mary Anne Evans, era costretta a firmarsi con un nome da uomo, affinché le persone leggessero i suoi libri. Una storia fatta di stereotipi, in cui solo le donne brutte e malvestite hanno un cervello, ma fanno paura. E quello che passano le donne, le accomuna a tutte le categorie di diversi, omosessuali, disabili, extracomunitari. Perché anche le quote rosa sono una forma di ghettizzazione, e non si pensa invece a delle forme di aiuto per le donne, che sono madri e lavoratrici e aspirano alla politica. Perché la partecipazione non dovrebbe essere un bene di nicchia, ma estesa a tutti, tutti coloro che vogliano entrare in un movimento, piuttosto che in un partito. E di donne in un movimento ce n’erano tante in piazza, come le donne dell’associazione Biblioteca di Sarajevo, che si pregia di avere una presidente donna, eletta per il suo impegno, le sue capacità, la sua intelligenza. Perché il concetto stesso di categoria è sbagliato e induce al razzismo. E siamo “pietrificati”, come recita lo slogan di questa manifestazione, sui manifesti creati da Daniela, una di queste donne, che ispirandosi alla grafica delle manifestazioni nazionali, ha realizzato una locandina, affiggendola sul monumento a Francesca Capece, simbolo di Maglie e della sua borghesia. E a un certo punto della manifestazione è anche risuonata forte una registrazione, la voce di un’altra donna simbolo, stavolta della cultura italiana, Franca Valeri, attrice pregevole, che però ha spesso risentito del razzismo insito nel cinema italiano, come ne “Il segno di Venere” di Steno, in cui era la cugina, bruttina e insignificante, di una procace Sofia Loren. Ma meglio non parlare di donne simbolo, anzi, meglio non parlare affatto di donne: finché non riusciremo a guardare al nostro sesso come persone, il cambiamento non arriverà mai.

Angela Leucci


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Minervino attende 800mila euro di fondi Ministeriali per l’ex asilo Scarciglia.

La notizia di un ingente finanziamento pubblico fa sempre ben sperare e ogni tanto può far tornare a sognare. Il sogno questa volta è chiuso all’interno di un luogo che rappresenta la memoria di una comunità: l’ ex asilo Scarciglia di Minervino di Lecce, da luogo chiuso della memoria dei genitori di oggi diventerà un luogo aperto per il futuro dei loro bambini, ragazzi e giovani. Mentre ci parla di una serie di progetti realizzati e di tante cose ancora da fare nel territorio del suo comune, il Sindaco Ettore Caroppo, si lascia sfuggire che è anche in attesa del via libera per realizzare un centro polifunzionale. Approfondendo l’ argomento veniamo a conoscenza della potenzialità di un progetto realizzato da Donatella De Vito, in collaborazione con lo Spin-off dell’Università del Salento, l’azienda Sphera srl, l’architetto Andrea Mantovano e il Geometra Claide Urso che sta per ricevere 800mila euro di fondi pubblici. L’Asilo Scarciglia, è un complesso con uno stabile di notevoli dimensioni dei primi del Novecento, che si sviluppa su tre piani, in un ampio parco appena all’ ingresso della cittadina. Ha ospitato per più di sessanta anni la scuola materna ed elementare delle Maestre Pie Maestre Filippine e dal 1991 è rimasto abbandonato al decorrere del tempo. Almeno fino a che l’Obiettivo Convergenza del Programma Operativo Nazionale Sicurezza ha proposto agli enti locali di recuperare e riconvertire beni pubblici in degrado, puntando all’ aggregazione sociale. Questo è stato l’input per progettare il “Centro di Aggregazione Scarciglia”: i locali dell’ex scuola materna diventeranno due aule multimediali, un laboratorio teatrale per proiezioni audio-video, una sala web tv, un laboratorio musicale, uno studio di registrazione, un centro stampa per iniziative editoriali, postazioni di accesso ad internet, una biblioteca con sala lettura e ampi e attrezzati spazi all’aperto, due locali ristoro con caffetteria e una ospitale foresteria. Nelle intenzioni dei progettisti, si sono creati degli spazi per attività educative e formative adeguate ai bisogni del territorio, con una sensibilità verso fenomeni di emarginazione sociale e per scongiurare la micro-criminalità giovanile. Inoltre, il caratteristico tocco dell’ amministrazione Caroppo, da sempre orientata al risparmio energetico e alle energie rinnovabili: il Centro, attraverso un restauro conservativo, manterrà la sue tipicità architettoniche nonostante l’importante intervento ai solai e alle pavimentazioni. Verranno utilizzate tecnologie all’avanguardia per la climatizzazione degli ambienti attraverso l’energia geotermica e biodinamica. Largo uso di illuminazione a led per il risparmio energetico, un sistema di recupero per le acque piovane e un particolare giardino pensile che oltre a decorare la facciata della struttura, verrà sfruttato per garantire una minore perdita della temperatura interna. Tutto questo però solo dopo il via libera dei tanto attesi fondi ministeriali, che per il momento restano fermi a Roma. E ad attenderli c’è un’intera generazione di bambini, ragazzi e giovani che potranno dare forma alle loro idee per crescere e sviluppare tutte le loro sensibilità e competenze anche fuori dalla routine scolastica.

Salvo Sammartino

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Recensione: “Il vuoto” di Giovanni Iasella

Versi che si susseguono in maniera futurista, parole che vogliono ricordare dei sentimenti perduti, costatazione di un vuoto, quello del divenire contemporaneo. È questo “Il vuoto”, silloge di poesia di Giovanni Iasella, autore originario di Uggiano la Chiesa, edita dalle edizioni Del Grifo. Chi scrive si è voluto firmare con lo pseudonimo di Uno. Uno che non vuole essere l’unità dell’umanità differente con i suoi milioni di pensieri diversi, ma uno che getta un sasso in uno stagno, raccontando quello che sente. Le tematiche sono le più disparate, dalla solitudine, alla natura, all’ideologia, non sempre condivisibile, all’amore. L’elemento che spicca con forza è un’estrema consapevolezza del verso, che si traduce in un ritmo sincopato, che riecheggia di forme proprie dei futurismo sovietico à la Majakovskij, ma non disdegna neppure delle forme estetiche dannunziane, proprie dell’ideologia cui l’autore fa riferimento. Nonostante le poesie non siano mai spiccatamente politiche, infatti, trattano tuttavia di un’ideologia che traspare in ogni singolo verso. La raccolta è composta da 37 componimenti di differenti lunghezza, che si snodano lungo un centinaio di pagine. Indice e copertina sono, come per lo pseudonimo, di un’anonimia disarmante: il sommario è posto in ordine rigorosamente alfabetico, mentre la copertina bicroma, bianca e rossa, sembra voler mettere l’accento sul contenuto, anziché sulla forma, nonostante il succitato estetismo del verso. “Il vuoto” non è un libro per tutti, per una questione di gusto personale: è indubbio che molti non riusciranno a essere d’accordo con quello che questo libro contiene, ma alcuni ne saranno anche disturbati, mentre altri ancora lo gradiranno infinitamente, tutto dipende dalla formazione e dal tipo di sensibilità di ciascuno.

Angela Leucci

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Otranto: il sito del Comune inaugura la sezione beni culturali

Una nuova sezione per il sito del comune di Otranto. Si tratta della sezione Beni Culturali, che ora correda il sito istituzionale esistente della municipalità idruntina. Il lavoro era stato preparato l’anno scorso da un gruppo di lavoro di ragazzi, e riguarda il censimento dei beni culturali presenti nella città. La sezione beni culturali è stata suddivisa in diverse sottosezioni (archeologia, architettura sacra, architettura militare, cripte, grotte e ipogei, insediamenti rupestri, masserie e torri), che sono state elaborate da Francesca Carrozzini, Giandomenico Volpicella, Francesca Schito, Francesca Marangio, Lucia Esposito, Davide Ricco, Maria Stefano, Annamaria Tarantino, Laura Carone, Valentina Siciliano, Lorenzo Parata, Valentina Rotundo. Viene da chiedersi se il tempo necessario tra la fine dei lavori e la pubblicazione sia stato necessario per una questione di editing e di organizzazione esterna. Fatto sta che nulla giustifica che un lavoro simile sia stato svolto e pubblicato solo ora: non è un fatto nuovo, infatti, che Otranto sia una cittadina turistica e che ormai da molti anni internet ha un ruolo preponderante nelle nostre vite, e che a Otranto non esiste esclusivamente il turismo balneare. Ma tant’è: è prassi consolidata, che molto spesso, le preoccupazioni delle amministrazioni in generale non vanno verso l’informazione con il pubblico per vie che non siano quelle strettamente tradizionali, a causa delle maggiori mansioni all’interno delle municipalità stesse. Accade qualcosa di buono quindi, ma qualcosa cui si sarebbe dovuto pensare prima.

Angela Leucci

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Otranto: inaugurazione nuova sede Istituto Alberghiero

Cari Lettori,

ho il piacere di informare che SABATO 5 febbraio – alle ore 11.00 – sarà inaugurata la nuova sede di Via Martire Schito dell’Istituto Alberghiero di Otranto, oggi denominato Istituto Professionale Statale Servizi per l’Enogastronomia e l’Ospitalità Alberghiera – IPSSEOA –

Alla Cerimonia prenderanno parte, oltre tutta la comunità scolastica:

Il Sindaco della Città, il Presidente della Provincia, il Direttore Scolastico Regionale, il Dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale, Sua Eccellenza il Vescovo di Otranto ed il Ministro per Rapporti con le Regioni e per la Coesione Territoriale On.le Raffaele Fitto.

Grazie per l’attenzione

Elio LIA
Dirigente Scolastico

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PUG, centro prelievi e opere pubbliche: ecco la video lettera del sindaco di Uggiano

È on line dallo scorso sabato sul sito istituzionale del comune di Uggiano la Chiesa la videolettera del sindaco. Si tratta ormai di una consuetudine adottata dal primo cittadino Salvatore Piconese, che utilizza questo strumento per entrare nelle case dei suoi concittadini. Sindaco in primo piano, nel suo studio, con le icone della cosa pubblica sullo sfondo, tra cui spicca il ritratto del presidente della Repubblica Pietro Napolitano. Si tratta di uno strumento, quello della videolettera utilizzato anche dal presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, ma in un territorio come il nostro ha anche la valenza dell’avvicinare persino gli emigranti alla vita amministrativa, oltre a quella dell’informazione e del proselitismo. Al centro della videolettera di questi giorni, le numerosissime novità che stanno coinvolgendo in questo periodo la cittadina di Uggiano. Dal Piano Urbanistico Generale, alle nuove opere pubbliche previste per il triennio, al centro per il prelievo ematico. Tre argomenti che potrebbero essere oggetto di contesa tra maggioranza e minoranza, per una serie di particolari che vengono via via chiarendosi: in fondo, una città non può crescere, se maggioranza e opposizione non si scontrano sui dettagli delle iniziative, perché è dallo scontro che poi si può istaurare il dialogo e permettere il processo di crescita. Sarebbe però interessante, ai fini della ricerca meramente sociologica, se anche la minoranza consigliare realizzasse una videolettera, ogni volta che la fa il sindaco: sarebbe un modo come un altro, per i cittadini, per confrontarsi e decidere da che parte stare, il che nella vita di un piccolo centro è sempre qualcosa di molto relativo e inerisce esclusivamente la sfera politica e, fortunatamente, non affettiva.

Angela Leucci

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Internet e i comuni dell’hinterland idruntino: un rapporto difficile?

Quanta informazione e come viene erogata su internet quella relativa a Otranto e ai comuni del suo entroterra? Abbiamo provato a vedere come funziona innanzi tutto l’informazione istituzionale dei siti dei comuni di Otranto, Uggiano la Chiesa, Palmariggi, Giurdignano, Cannole e Bagnolo. La maggior parte di questi è stato realizzato dalla stessa azienda, ma in tempi diversi: da qui spesso la funzionalità stessa del sito ne risulta un indicatore eloquente. Facciamo un esempio: il sito più antico è quello del comune di Otranto, con un template a quattro colonne, risulta, a impatto, un po’ confusionario, anche se sembra abbastanza aggiornato dal punto di vista delle informazioni. Non è perfettamente indicizzato su Google, dato che mentre per gli altri comuni il primo risultato di ricerca è proprio il sito istituzionale, quando si cerca Otranto con il motore di ricerca più utilizzato al mondo, il sito istituzionale è il secondo risultato restituito. Il sito del comune di Cannole appare tra tutti quello più ordinato, anche se le informazioni vengono passate con il contagocce, forse proprio per mancanza di novità, dato che si tratta di un piccolo comune. Quello più ricco di informazioni è indubbiamente il sito del comune di Uggiano, che ha deciso di dotarsi persino di consigli comunali on line in streaming e videolettera del sindaco periodica per informare la popolazione. È under construction invece il sito istituzionale del comune di Palmariggi: la cittadina però compensa attraverso Facebook, dove sono presenti più profili, tra cui l’istituzionale e uno dedicato solo agli eventi culturali, che periodicamente raccontano cosa accade nel paese, che risulta alquanto vivace. Altro comune ad avere il profilo istituzionale su Facebook è quello di Uggiano, che si conferma così il più internettizzato di tutti. Non hanno profili istituzionali Fb né Giurdignano né Bagnolo del Salento: nel primo caso, esiste un profilo forse di un cittadino, ma da tempo risulta abbandonato, il secondo ha finalmente un sito del comune, dopo anni di silenzio in cui esisteva soltanto un sito su un dominio gratuito, gestito da un ragazzo del luogo che studiava al nord Italia. Per quanto riguarda Otranto, il social network è ricchissimo di fanpage sulle località peculiari della cittadina marittima.

Angela Leucci

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E se la storia dei Martiri non fosse quella che conosciamo?

Era il 3 agosto 1999. A Otranto incontrai uno studioso tedesco, Rudiger Kurth, uno storico, il cui nome e ruolo sono confermati ancora oggi dalle informazioni trovate su Internet. Lo incontrai vicino al fiume Idro e mi raccontò come aveva analizzato la leggenda costruita sulla storia dei Martiri d’Otranto. La sua teoria potrebbe persino coesistere con ciò che conosciamo a menadito, cambiano in gran parte i luoghi, individuati tra i più magici e simbolici. Questo è l’articolo che scrissi allora, e che la redazione per cui lavoravo non pubblicò, ritenendolo forse di scarso interesse per il lettore. E comunque a volte, nel giornalismo, capita e non ce la si deve prendere. Magari, esistono in questa teoria anche delle imprecisioni, degli accavallamenti spaziali e temporali, delle incongruenze. Ma viene da chiedersi: se la storia la raccontano gli uomini e il pensiero di ognuno è relativo, è possibile che la storia non sia quella che noi conosciamo?

Un ponte di fattura romana e un terreno, sul quale –così narra la leggenda- è passato Carlo Magno, fanno da cornice a una scoperta molto importante per la storia della città e dei suoi 800 Martiri, quasi in coincidenza della loro festa. Uno studioso tedesco, Rudiger Kurth, afferma che, a differenza di quanto scritto e tramandato sui libri, il massacro degli otrantini, nell’agosto 1480, si sarebbe consumato non sul colle della Minerva, bensì nella grotta presso il fondo di San Giuseppe, fondo Carlo Magno. Rudiger Kurth, docente di storia, inglese, scienze sociali e archeologia presso il ginnasio di Bad Homburg, un paese a 20 chilometri da Francoforte, sostiene che, secondo la tradizione, i turchi avrebbero occupato la città, mentre i cristiani, in seguito, avrebbero recuperato Otranto e trasportato i cadaveri dei martiri da un luogo, caratterizzato dalla presenza di un grotta e di un pozzo situato su un’altura, identificata come il monte Idro, fino alla cattedrale, e la grotta in questione sia proprio la grotta nel fondo di San Giuseppe, che al tempo della venuta dei Turchi era denominata Santa Maria della Grotta. Lo studioso afferma che, secondo lui, “il colle della Minerva è stato usato come emblema, in quanto rappresentava, non solo prima della nascita di Cristo, ma anche prima della civiltà latina, il nucleo fondamentale della città idruntina”, e inoltre, andando a guardare la simbologia cristiana –basti pensare che il sacrificio di Isacco, se fosse avvenuto, si sarebbe consumato proprio su una collina- l’altura potrebbe rappresentare la legittimazione del potere aragonese, ossia di coloro che, alla poche donne e ai bambini sopravvissuti al massacro, significarono la salvezza.

Angela Leucci

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Palmariggi: Un viaggio alle foibe per “La giornata del ricordo”

Un viaggio per ricordare un lato buio della nostra storia. Il Comune di Palmariggi ha deciso di aderire a “La giornata del ricordo”, che ricorre ogni anno il 9 febbraio, e vuole commemorare i caduti delle foibe, ossia chi rimase vittima di una brutale pratica legata alle vicende di Fiume, di Dalmazia e Istria, terre che per decenni hanno vissuto l’annosa questione delle mescolanze etniche, politiche e geografiche, in modo tanto tragico. O sarebbe meglio dire subito, perché come sempre nella storia i popoli si sono trovati a subire situazioni di cui erano incolpevoli. Per molti “La giornata del ricordo” è anche la risposta a “La giornata della memoria”: la brutalità insita nella storia che queste due ricorrenze vogliono commemorare non fa che unire in un grido unico contro la storia che racconta di divisioni, e che nel primo caso coinvolge direttamente gli italiani. Senza dimenticare che sarebbe giusto, come sempre, ricordare che le divisioni servono solo a creare queste mostruosità, e che, indipendentemente da quello che è accaduto, sono stati uccisi degli esseri umani in entrambi i casi in maniera decisamente brutale. Così, anche Palmariggi, per non scordare questo pezzo di storia, sta aderendo al “La giornata della memoria e del ricordo”, organizzata dalla Provincia di Lecce, cui potranno prendere parte cento giovani da tutto il Salento, di cui una delegazione formata da tre giovani palmariggini di età compresa tra i 18 e i 26 anni. Per ulteriori informazioni basta contattare l’ufficio anagrafe entro le ore 12 del prossimo 28 gennaio.

Angela Leucci

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Uggiano La Chiesa: “Il giorno della memoria”, per non dimenticare

L’Olocausto al centro di un incontro promosso dal Comune di Uggiano la Chiesa e il locale istituto comprensivo. Si tiene infatti domani “La giornata della memoria”, ricorrenza istituita dall’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, allo scopo di ricordare le vittime della Shoah, ma anche tutti coloro che hanno vissuto l’orrore dei campi di concentramento, come dissidenti del regime nazifascista, comunisti, diversamente abili, omosessuali, testimoni di Geova e prostitute. Tutto quello che i nazisti volevano nascondere al mondo con un mostruoso piano di sterminio di massa, il tutto basato sulla filosofia hitleriana contenuta nella “Mein kampf”, libro ancora oggi idolatrato da naziskin e neonazisti. Ogni anno dalla sua istituzione come ricorrenza, il 27 gennaio diventa un simbolo, quello del ricordo, anche se a volte, i genocidi, in forme più sottili, continuano purtroppo ad accadere, come afferma Woody Allen, regista ebreo che nei suoi lungometraggi fa spesso cenno alla tragedia degli ebrei nella Shoah, nel film “Hannah e le sue sorelle”. L’incontro, durante il quale saranno proiettati dei documentari sul tema, si tiene domani alle 10,30 presso l’auditorium della scuola media di Uggiano. Si parlerà anche di Tullia Zevi, scrittrice di origine ebrea che ha raccontato gli orrori della Shoah, nell’ottica che il ricordo debba essere vivo affinché non accada mai più. L’incontro rientra in una serie di dibattiti promossi e organizzati dall’amministrazione comunale guidata dal sindaco Salvatore Piconese, allo scopo di stimolare le coscienze critiche dei ragazzi di Uggiano e della vicina frazione Casamassella. Incontri come questo però sono consigliati non solo ai giovani, ma anche a tutti coloro che continuano a chiudere gli occhi, a voltare la testa di fronte a qualcosa che ancora oggi molti tendono a negare, e a chi vuole tenerli aperti, per vedere ancora una volta di quali orrori sia stato capace di macchiarsi l’uomo.

L’ultima neve

Lu Cielu osci pe mmie nu ttene stelle”.

Nestore Bandello

La neve cadeva fitta su Lecce quel giorno. Sembrava quasi il 1987, o forse prima. Il vecchio avvocato era alla sua scrivania come sempre, mattiniero. Da poco compiute le novanta primavere, viveva un mondo di ricordi lontani, di pagine di quotidiano, di cioccolatini andati a male. Si avvicinava il Natale, ma per lui non era un giorno felice, come non lo era stato nel ’44, l’annus horribilis della sua prigionia. Se lo sarebbe sempre portato appresso il campo di sterminio, quello di Wietzendorf Bergen Belsen, in cui era stata anche Anna Frank, là dove l’assenza di pietà degli aguzzini si era trasformata in una meravigliosa statua della Vergine con un’aureola di filo spinato. Non era ebreo, era solo un italiano capitato lì, un italiano che odiava i tedeschi, gli occupanti. Non era ebreo, come i tanti italiani che non avevano scelto la Repubblica Sociale per salvarsi la pellaccia. Non era ebreo come tanti altri, comunisti, omosessuali, testimoni di Geova, prostitute, detrattori del regime nazista. Si accarezzava il braccio, ogni tanto, l’avvocato Alberto, quel braccio che non portava, come era accaduto ai suoi compagni di sventura, i segni della prigionia. Non un tatuaggio che ne testimoniasse la lunghissima permanenza nel lager. Un caso, dettato dalla sua forza di volontà. Non volle mai accettare quei segni, che ne avrebbero rinnovato ulteriormente il dolore, ora.

La porta bussò, era sua nipote Luisa, che gi portava il giornale fresco.

“Ciao nonno”.

“Ciao piccinna”.

“Come stai oggi?”.

“Come al solito, vecchiareddhru”.

Un copione che si ripeteva ogni mattina. Che si trattasse di un parente o di un vecchio amico di famiglia, l’avvocato rispondeva sempre allo stresso modo, con un sorriso. Nessuno che non lo conoscesse avrebbe potuto immaginare l’intensa vita, la sofferenza da lui vissuta.

“Sai, nonno, mi hanno assegnato un compito sui campi di concentramento. Ma non so da dove cominciare. Ho trovato questo su internet”.

“Butta tutto nel fuoco, non serve a nulla”.

“Perché?”.

“Perché quello che devi sapere posso raccontartelo io. Devo raccontartelo io, perché la memoria non si perda dopo noi che siamo sopravvissuti all’Olocausto”.

“Ero con quel mio amico ufficiale – iniziò a raccontare Alberto – Si instaura un nuovo spirito di solidarietà tra chi soffre delle stesse pene. Non accade a tutti, in verità. Molti diventano più egoisti che non nella società del benessere. Ma tra vecchi amici questo non vale.

Il mio amico era fidanzato con la figlia diciottenne di un ricco banchiere ebreo, Elisabetta. Una bellissima ragazza, florida, con dei riccioli biondi che le incorniciavano il viso rosa pieno di salute. La guerra e i nazisti li avevano divisi. Erano passati due anni ormai da quando era successo, eppure lui l’amava ancora, neppure gli stenti terribili che sopportava ogni giorno gli avevano permesso di dimenticarla. Grazie a una confidenza di uno dei nostri guardiani, scoprimmo che era anche lei a Wietzendorf, e sempre grazie a lui riuscimmo a entrare, seppure per pochi momenti, nell’area destinata alle donne, alla quale, normalmente, non potevamo avere accesso.

Entrammo in una stanza lercia, non più della nostra. Avevamo degli stanzoni enormi in cui dormire, sulle pareti ognuno di noi aveva il proprio loculo con quelle quattro cose che era riuscito a salvare. Non avevamo carta per scrivere, ma non ci avevano ancora rubato la fantasia per sognare un mondo diverso, migliore.

Raccontiamo questo genere di cose perché gli altri non dimentichino, eppure si parla tanto dei campi di sterminio nazisti, ma non delle forme differenti e crudeli che ha la storia di ripetersi con i suoi corsi e ricorsi.

Intorno a noi, c’erano tante, che un tempo potevano dirsi donne, ma ora non ne avevano più l’aspetto. Chiedemmo di Elisabetta e una di loro ci indicò un animaletto rannicchiato su una coperta sporca e strappata. Il mio amico le si avvicinò, sussurrando il suo nome. Lei alzò il viso e lo vide. Lui vide lei. Non aveva più un capello in testa, non restava traccia di quei riccioli tanto graziosi che la rendevano unica. Il suo volto era pieno di rughe come avesse avuto settant’anni. Non aveva più i denti. Iniziò a urlare, a piangere isterica, a tirare deboli pugni contro il mio amico. I nazisti le avevano riservato la sofferenza più atroce. Per loro gli ebrei erano solo cavie da laboratorio. Gli esperimenti genetici su di lei avevano avuto effetti devastanti. Le altre donne ci chiesero di allontanarci, il dolore di non essere riconosciute dai propri amati era anche troppa. Avevano sopportato di tutto, ma non volevano ricordarsi di com’era la serenità. Non potevano, non lì.

Io e il mio amico uscimmo dalla camerata per raggiungere la nostra. Un fiocco di neve si posò su quello che indossavo e che poteva definirsi abito solo perché ero costretto a indossarlo sempre. La neve, bianca e silenziosa, coprì rapidamente l’orrore. Era così bella quella neve, che ci ricordò che non ci avevano tolto l’umanità. Da quel giorno, non sapemmo più niente di Elisabetta, ma non credo che la sua esistenza sia durata molto più a lungo.

Eppure io, ogni rara volta che vedo la neve, ho un pensiero per lei.

Sono scampato, è vero, ma a quale prezzo?”.

“La consolazione è continuare a raccontare. Tutti lo devono sapere. Oggi, ci sono persone pericolose che credono di poter negare che tutto ciò sia accaduto”.

“È vero. Salverò la mia memoria, dopo essere riuscito a salvare me stesso”.

Alberto e Luisa guardarono la neve fuori dalla finestra ancora una volta. Si abbracciarono, sollevati entrambi di aver avuto la possibilità di incrociare le proprie vite.

http://giuseppedeluca-art.blogspot.com/

Angela Leucci

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Fantasiose ipotesi di una giovane meridionale

Si bivacca al Sud, con senso di rassegnazione a un destino impostoci dalla storia, in una zona della Nazione, dove non mancano le risorse (sole, mare e vento, beni culturali, forse petrolio e un ottimo clima… anche valide giovani menti e braccia forti), dove non si riescono a trovare i colpevoli di questa condizione, dove la colpa è un po’ di tutti, ma di certo non è di qualcuno, dove il lavoro manca, ma non si ha del tempo libero e non c’è nulla da fare.

Ecco, per divagare, si fantastica, l’immaginazione non manca certo ai navigatori, santi e mafiosi, popolo per antonomasia, e stereotipo, creativo, rincuorandoci che il tormentone 150° Unità d’Italia, sarà presto passato e un altro nuovo ne occuperà il posto, magari la sempreverde secessione leghista e si potrà trovare nei meandri dei propri neuroni, qualche impulso elettrico-pensiero, capace di far venire le vertigini.

Dunque:

Sono passate solo cinque generazioni, ma, “la sconfitta più grande per noi meridionali causata dall’Unità, è stata la perdita della nostra identità culturale, il senso di appartenenza, che rende gli uomini orgogliosi della propria terra”. Vi sono due modi per cancellare l’identità di un popolo: il primo è di distruggere la sua memoria storica, il secondo è di sradicarlo dalla propria terra. Noi meridionali li abbiamo subiti entrambi” (Gregorio Calabretta, autore, regista e attore calabrese, da “Aspettando Garibaldi”).

Oggi, come dice Emiliano, già sindaco di Bari, ci troviamo a “essere convinti sostenitori di quella sconfitta, perché allora i vincitori cambiarono pensiero e noi ci ritrovammo nei valori dell’unità nazionale”… “siamo proprio noi meridionali a difendere oggi quella ‘sconfitta’… perché i vincitori di allora, oggi, hanno cambiato idea” (da un articolo di Matteo Valerio “Il Sud, conquistato e annesso, resta oggi l’unico difensore dell’unità”).

Questa situazione è imbarazzante, dopo aver costretto il Sud a una fujtina, il Nord lo ripudia… dov’è la dignità di questa sposina? Invito all’adesione a Rifondazione Borbonica, un ritorno a casa, anche se con la coda tra le gambe. Oramai più in basso di così… c’è solo da scavare (magari, se trovassimo sto benedetto petrolio, potremo fare la Puglia Saudita e tenere tutti in pugno con l’abbattimento dei prezzi del carburante, o con la minaccia di bruciare i pozzi!)

Il Regno di Napoli e delle Due Sicilie, prima del misfatto sabaudo, era stato sempre in attivo e uno dei suoi punti di forza era il controllo del debito pubblico, con l’eccellente e fruttifera Rendita Napoletana (tratto da “Rifondazione Borbonica” del 14/11/2010), probabilmente, l’unico conto pubblico in positivo che, il suolo della Penisola, abbia mai visto (il Vaticano non conta… prega).

La forza era l’import-export, i porti commerciali erano il traino del Regno e tra questi, quello di Otranto e oggi non dovremmo preoccuparci di averne, o no, uno turistico e le polemiche sarebbero impensabili.

I giovani erano debitamente istruiti, le università del regno erano le migliori e le più antiche in Europa, i cervelli non scappavano, ma dall’estero e dal Nord “scendevano”, per prestare i propri servizi e avere visibilità (pensiamo ai vari Vanvitelli e Caravaggio), ai piedi dello Stivale.

Quale sarebbe stato il destino di questo lembo di terra, se la spedizione garibaldina fosse naufragata nel Tirreno, magari per il nordico legname tarlato?

Forse, oggi, l’Italia non unita avrebbe rivoluzionato il Mondo, con il suo Sud che scopre la cura per il cancro dieci anni prima degli altri (l’università di Napoli, voluta da Federico II, era la migliore in campo medico e la prima a istituire la cattedra in economia a.D. 1755). Con Il Monastero S. Nicola di Casole, come più grande biblioteca d’Europa, che conservava volumi preziosissimi per il sapere umano, centro nevralgico per curiosi e studiosi. Avremmo i migliori commerci marittimi, con un grande flusso immigratorio, offrendo occupazione e non emigrazione. Una nazione dove “per la prima volta in Italia, dall’istituzione del ghetto di Roma, a Napoli fu promulgata una legge per garantire agli ebrei, espulsi dal regno due secoli prima, gli stessi diritti di cittadinanza riservati fino allora ai cattolici” (da Wikipedia, voce: Regno di Napoli).

FRATELLI D’ ITALIA, poteva andarci peggio… magari avremmo avuto una bandiera più difficile da ricordare.

Jenny De Cicco

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“Diciannove e settantadue”, in un film salentino la storia di Mennea

Maglie, Otranto e alcuni altri centri del barese, tra cui la stessa Bari e Barletta, città d’origine del protagonista in questione. Saranno queste alcune delle location che interesseranno “Diciannove e settantadue”, il secondo film programmato dalla casa di produzione cinematografica magliese Sharon Cinema diretta da Rita Surdo, dopo “Mozzarella stories”, il lungometraggio con Luca Zingaretti e Luisa Ranieri, la cui postproduzione è quasi alla fine. “Diciannove e settantadue”, come si può immaginare, è una docufiction ispirata alla storia del primatista Pietro Mennea, atleta di origine pugliese. Si tratta di un film che parlerà di sport, di atletica leggera, ma anche del grandissimo profilo umano del corridore, diviso anche tra cultura e impegno civile. “Diciannove e settantadue” si inserisce in un preciso filone che parte dal Salento e per il Salento, al fine di valorizzare il nostro patrimonio naturale e paesaggistico, attraverso il cinema, una tendenza che sta andando via via consolidandosi negli anni: per questo la Sharon Cinema mira a creare i presupposti per una piccola industria cinematografica anche nel Salento, per creare un nuovo sbocco economico e lavorativo per i nostri figli e magari i figli dei nostri figli. Le riprese di “Diciannove e settantadue” dovrebbero iniziare indicativamente a primavera, fermo restando alle dichiarazioni rese durante l’ultima conferenza stampa tenuta dalla casa di produzione. Che si avvale, tra l’altro, di un produttore di lunga fama, il romano Roberto Bessi. Tra i film in cantiere c’è anche “Amori elementari”, che racconterà dei primi amori epistolari nati tra i banchi di una scuola elementare.

Angela Leucci

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