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Otranto, intervenire per salvare le coste

Un progetto quasi esecutivo e un intervento che parta subito, anche con fondi propri, per poi puntare anche a eventuali cofinanziamenti. È questa l’idea lanciata in un tavolo di confronto ieri presso il Comune di Otranto. Alla riunione erano presenti il sindaco Luciano Cariddi, il consigliere Michele Tenore, il presidente di Assobalneari Salento Mauro Della Valle e una nutrita rappresentanza di gestori di lidi balneari. Il problema è evidente e generalizzato, l’erosione si sta mangiando le alte falesie del Mulino d’acqua e della Grotta Monaca, le spiagge della Baia dei turchi, gli Alimini e Frassanito e persino i lidi storici cittadini come Camillo e Miramare. Insomma, se non si interviene subito si potrà solo assistere a un disastro economico e ambientale annunciato. Per questo motivo nell’incontro si è stabilito che il Comune di Otranto si farà carico di un progetto preliminare (ma così spinto da essere quasi un esecutivo) che entro un mese o due sarà a disposizione. Su tale ipotesi il comune cercherà di acquisire i pareri necessari, magari in conferenza di servizi, per poi iniziare i lavori. I fondi per tale intervento saranno ricercati sia attraverso finanziamenti che con conferimenti propri. Da questo punto di vista, c’è stata la positiva disponibilità dei gestori a investire e magari a coinvolgere anche l’intero comparto economico del turismo. “Pensiamo di raggiungere quanto meno lo stadio di un progetto quasi esecutivo – ha spiegato il primo cittadino – con l’acquisizione di tutti i pareri scientifici, tecnici e anche quelli degli enti preposti a rilasciare le autorizzazioni. Quest’ultimo punto è fondamentale, in quanto tutti gli studi concordano nel descrivere il nostro territorio come delicatissimo. Del resto a terra abbiamo un Sito d’Interesse Comunitario e a mare il Sic marino delle poseidonia di Alimini”. Gli interventi, pertanto, dovranno avere il massimo grado di compatibilità ambientale e di eventuale reversibilità. Insomma, una soluzione che punta al sodo senza nascondere la delicatezza e le difficoltà di un tale intervento. Comunque si punta a un’azione concreta, aspetto su cui il presidente di Assobalneari Mauro Della Valle ha dato la massima disponibilità della categoria a collaborare, purché si arrivi a una soluzione condivisa, che permetta di combattere alla radice il problema. “Gli imprenditori del settore balneare – ha spiegato Della Valle – sono pronti a supportare il Comune di Otranto nella ricerca dei finanziamenti, come anche a verificare le disponibilità al cofinanziamento dell’intervento da parte dei privati. L’importante è ricercare soluzioni stabili, condivise e durature”.

Elio Paiano

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Il problema di Alimini e della costa salentina

La zona di Alimini fu oggetto di un enorme e lungimirante progetto di ingegneria ambientale. L’intera zona fu bonificata dagli stagni lacustri costieri, dai fiumi che li alimentavano e dalle paludi costiere. Enormi tratti di territorio, diverse migliaia di ettari, furono bonificati con i drenaggi che svuotarono il lago di Pozzello, le paludi di Traugnano e del Culacchio per poi scavare enormi canali gallerie di drenaggio costante. Tra Otto e Novecento si procedette alle bonifiche interne per poi giugere sulla fascia costiera. Qui si crearono dei pontili in mare per dragare il fondale sabbioso della spiaggia e costituire una grande e uniforme fascia di spiaggia oltre a rinforzare il cordone dunale costiero già esistente. Una enorme duna fu “spalmata sui lati e la sabbia dragata dal mare fu lasciata scorrere verso la spiaggia per costituire una prima barriera verso i flutti”. L’impianto della pineta retrostante e quello delle essenze sulle dune fecero crescere l’intero ecosistema di protezione dell’habitat di transizione al fine di renderlo di nuovo adatto alle esigenze di sfruttamento agricolo. Il lavoro fu fatto così bene che la malaria endemica di Alimini fu quasi debellata. Gli ultimi casi di malaria nel Salento, infatti, risalenti agli anni ’70, furono causati dalle zone dei canali intorno alla Castellana e non dalla zona di Alimini. Il lavoro fatto fu terminato sbancando l’area dunale di Porto Craulo e drenando ulteriormente la zona di Castellana-Cerra. L’idea ottocentesca, finalmente conclusa nella seconda metà del Novecento, fu attuata in un arco temporale di circa un centinaio di anni. Essa si basava sulla possibilità di sfruttamento economico del territorio grazie all’agricoltura. Furono questi terreni, in effetti, totalmente privi di vigneti, a dare a Otranto il primato nella coltivazione della vite americana che risolveva il problema della peronospora e della fillossera che distrussero gli antichi vitigni europei. Ma il sogno sarebbe stato di breve durata se non fosse giunto il turismo. Uno dei primi villaggi italiani (in realtà francese) aprì così a Otranto sfruttando l’immenso lavoro di bonifica dei nostri antenati. Sarebbe stato difficile, del resto, aprirne uno presso una palude. Da allora (1970) il turismo a Otranto è cresciuto in maniera esponenziale, solo che nessuno si è ricordato di effettuare la manutenzione della parte più delicata posta a protezione dell’intero territorio: la spiaggia, la fascia dunale e la pineta. Anzi, se non fosse stato per l’attivismo ambientalista che ha operato a Otranto avremmo avuto la distruzione della pineta per il famigerato “Centro Direzionale Turistico” e quello di molte dune per aprire varchi di servizio alle spiagge. La soluzione della chiusura delle aree pinetate alle auto, infine, ha consentito la salvaguardia di quello che è oggi un Sic tutelato dall’Unione Europea. All’inizio del 2000 c’è stato un primo, parziale, ripascimento dunale. L’opera è incompleta, ma per ora non ci sarà una prosecuzione. La vera sfida, tuttavia, è quella di rifare, con mezzi moderni, il ripascimento dell’intera linea di costa senza intaccare l’equilibrio ambientale fragile e delicato del luogo. Un fattore nuovo, infatti, ha accelerato il processo: il cambio di clima in corso. Ora, infatti, gli studi recenti evidenziano non solo il processo di innalzamento del mare, ma anche il cambio delle condizioni meteo marine. Il vento dominante di Alimini, infatti, era la tramontana rispetto alla quale il litorale era protetto dalle dune sottomarine. Da ragazzi, tutti gli idruntini, ricordano che entrando in acqua ad Alimini si incontrava dapprima una fascia di mare abbastanza profondo, per poi giungere a una fascia a pelo d’acqua prima di re immergersi in acque profonde. Tale cordone, oggi, è rotto in più punti e non garantisce l’effetto di frenare la furia delle onde. Il lavoro è impegnativo, la sfida è interessante, tuttavia c’è un enorme punto interrogativo. Oggi, un amministratore pubblico ragiona su di una arco temporale di 5 anni (il mandato di un sindaco) oppure di 10. Tale prospettiva è frammentata da varie elezioni: province, regione, politiche. In tale scenario si punta, ovviamente, a progetti che hanno una visione ridotta e limitata a pochi mesi, al massimo pochi anni. Uno dei maggiori punti su cui si scontrano le opposizioni e le maggioranze, del resto è quello in cui si dice: “questo progetto lo abbiamo avviato noi”. Ora, in tale scenario, quale amministratore prevederà un intervento da compiersi nell’arco di qualche decennio i cui frutti, come nel caso delle bonifiche, ricadranno sui nostri pronipoti?

Elio Paiano

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Gli ambientalisti: “Facciamo tornare la foca monaca nel Salento”

Più rispetto per la natura, niente trivellazioni, energie pulite ma non in luoghi suggestivi e antichi del nostro territorio. Sono queste alcune delle richieste che sono state avanzate all’ente del Parco naturale costiero Otranto-Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase dal Coordinamento Civico per la Tutela del Territorio e della Salute del Cittadino, in occasione dell’incontro di questi giorni al castello di Andrano. Secondo il Coordinamento, in questa prima fase, importantissima, di definizione costruttiva e solidale degli indirizzi e della filosofia che devono ispirare il nuovo parco, tra gli obiettivi principali cui si deve mirare dal punto di vista naturalistico vi è il ritorno sul territorio della foca monaca, scomparsa da alcuni anni ormai quasi del tutto, eccezion fatta per occasionali avvistamenti. Ciò nonostante le coste del Salento, ricche di calette e grotte marine semisommerse, siano l’habitat tipico della foca monaca: “La ricchezza di biodiversità oggi deve essere riacquisita dal Salento – scrivono dal Coordinamento – per ripagare le offese compiute dall’uomo ai danni di questa specie, proprio attraverso il perseguimento, oggi, di politiche ambientali volte a favorirne il naturale fisiologico ritorno, iniziando dall’instaurazione di scambi scientifico-culturali tra l’ente Parco e quei gruppi di ricerca che in Grecia, Nord Africa e nella penisola anatolica, come nei territori dell’ ex-Jugoslavia, sono impegnati in prima linea nello studio e nella difesa di queste specie relitta nel Mediterraneo. Un ritorno che si aggiungerà a quello altrettanto felice avvenuto da pochi anni lungo le coste salentine, e costituito dalla nidificazione sulle nostre spiagge della tartaruga marina della specie Caretta Caretta”.

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“Puliamo il Mondo”, volontari all’opera anche a Minervino

Anche Minervino e le sue frazioni hanno aderito all’iniziativa “Puliamo il Mondo”, evento patrocinato da Legambiente. I volontari hanno iniziato a ripulire il proprio territorio il 16 settembre, ma l’intervento proseguirà fino alla fine del mese. “Puliamo il Mondo” è l’edizione italiana di “Clean Up the World”, il più grande appuntamento di volontariato ambientale del mondo; capitale dell’edizione di quest’anno è stata Pollica, il comune del sindaco Angelo Vassallo, ucciso il 5 settembre 2010. Dal 1993 Legambiente ha assunto il ruolo di comitato organizzatore in Italia ed è presente su tutto il territorio nazionale grazie all’instancabile lavoro di oltre 1000 gruppi di “volontari dell’ambiente”, che organizzano l’iniziativa a livello locale in collaborazione con associazioni, comitati e amministrazioni cittadine. Un’iniziativa di cura e di pulizia, un’azione allo stesso tempo concreta e simbolica per chiedere città più decorose e vivibili, con cui vengono annualmente liberati dai rifiuti e dall’incuria i parchi, i giardini, le strade, le piazze, i fiumi e le spiagge di molte città del mondo. Anche il Salento entra così nel territorio globale, un luogo di tutti in cui le azioni di pochi, messe assieme, possono dare buoni risultati per molti. Anche per i tanti visitatori che decidono di vivere la terra dei messapi fuori stagione.

Jenny De Cicco

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Porto turistico di Otranto, il consigliere regionale Udc Negro: “Iter troppo lungo”.

Per definizione la macchina burocratica, anziché velocizzare i processi, li rallenta. È quello che sta accadendo al progetto per la realizzazione del porto turistico di Otranto secondo il presidente del gruppo Udc in Regione Puglia Salvatore Negro, che in una nota alla stampa ripercorre l’iter burocratico che ha fatto da sfondo alla vicenda. “Dopo quattro anni di peripezie giudiziarie e burocratiche”, scrive infatti Negro, “la società proponente ha consegnato il progetto definitivo al Comune della cittadina adriatica e alla Regione Puglia. Ma per la realizzazione di questa importante infrastruttura, che prevede 530 posti barca e un investimento privato di 50 milioni di euro, la strada appare ancora lunga e tortuosa”. Tutta colpa della burocrazia: sono 25, nel racconto di Negro, gli enti che dovranno esprimere parere positivo sul progetto, sulla valutazione di incidenza e sulla valutazione di impatto ambientale: “Un percorso necessario, ma che rischia di vanificare un investimento che porterebbe una boccata d’ossigeno all’economia di un territorio martoriato dalla disoccupazione e dalla crisi economica”. La vicenda del porto turistico di Otranto prende il via il 12 ottobre 2007. Due anni dopo la Regione Puglia sceglie, tra le varie soluzioni presentate, quella di una società che viene autorizzata a procedere alla redazione del progetto definitivo. Tra ricorsi giudiziari e tempi tecnici per la realizzazione del progetto, però, si arriva al 2011. “Dopo quattro anni – aggiunge Negro – il percorso burocratico appare sempre più un labirinto dal quale è difficile stabilire i tempi per uscirne. Il prossimo scoglio da superare sarà la convocazione della conferenza dei servizi da parte del demanio, che affiderà alla società proponente il compito di trasmettere il progetto definitivo a 25 enti, che dovranno esprimere il relativo parere. Successivamente la conferenza dei servizi tornerà a riunirsi entro 150 giorni dalla data di ricezione dei pareri da parte degli enti sopra indicati. Seguirà l’annuncio sul Burp, su un quotidiano nazionale e su un quotidiano locale dell’avvenuto deposito della valutazione di impatto ambientale. Il procedimento si potrà considerare concluso solo se in conferenza si avrà la valutazione di impatto ambientale positiva, la valutazione di incidenza positiva e i 25 pareri positivi degli enti sul progetto definitivo. Se si dovesse arrivare a questo risultato, ci sarà bisogno poi di un accordo di programma, trattandosi di variante al Prg del Comune di Otranto, con successivo passaggio in Consiglio comunale per la ratifica. Ma il quadro sarà ulteriormente complicato, in quanto quasi sicuramente sarà richiesta dalla Regione la valutazione ambientale strategica trattandosi di variante al Prg. Questo lungo e complesso iter, come è facile immaginare, crea numerose incertezze sui tempi della realizzazione dell’importante opera turistica; incertezze che potrebbero scoraggiare gli investitori privati i quali potrebbero rivolgere le loro attenzioni altrove”. Per questo Negro promette che sullo snellimento della macchina burocratica profonderà il massimo impegno il gruppo regionale Udc: obiettivo, giungere a una normativa che semplifichi i procedimenti di competenza regionale e quindi incoraggi gli investimenti privati sul territorio, consentendo alle imprese di muoversi con maggiore agilità e di ottenere risposte concrete in tempo reale.

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Erosione costiera, il Salento la zona più a rischio d’Italia

Erosione costiera, effetto del riscaldamento globale. È quello che affermano gli esperti europei nella relazione del progetto “Clamer” (Climate change and European marine ecosystem research), con a capo lo scienziato Carlo Hipe. Lo studio avvalora gli allarmi e i richiami degli operatori del settore, e sempre secondo gli esperti la zona più a rischio in Italia sarebbe proprio il Salento: in particolare la costa Adriatica – ovvero Otranto, Santa Cesarea, Castro – ma anche Gallipoli e Porto Cesareo per lo Jonio, potrebbero vedere modificate radicalmente o andate perse le proprie risorse naturali principali fonti di reddito per il territorio, ovvero i litorali.

Cinque milioni di metri cubi di arenile sono infatti già spariti negli ultimi anni, con gravi conseguenze per il settore balneare e turistico salentino. Ne fanno le spese la flora e fauna costieri, che risentono di modificazioni ingenti, con gravi rischi anche per le città costiere, che della posizione geografica hanno fatto il loro punto di forza in termini di appeal turistico. L’aumento delle temperature, lo scioglimento dei ghiacci e il cambio dei venti ha portato all’accelerazione del 15% del preoccupante fenomeno per l’Europa. Già da anni vengono lanciati numerosi appelli da ambientalisti, operatori e nuovi fronti politici. È del marzo scorso la dichiarazione del presidente di Assobalneari Mauro Della Valle, che di concerto con il Movimento Giovanile Regione Salento aveva organizzato un sit-in di protesta presso le spiagge d’Otranto, per richiamare l’attenzione mediatica sul fenomeno, che rischiava di far saltare la stagione turistica allora alle porte. Il richiamo lanciato e ripetuto a gran voce su giornali e tv è stato sempre lo stesso: cercare una soluzione condivisa e sostenibile o permettere agli stessi operatori di fare qualcosa per conto proprio. Un esempio virtuoso è quello della Basilicata, che già nel 2009 ha affrontato il problema. Nella zona metapontina sono state studiate soluzioni di tipo naturale, come la realizzazione di scogliere di massi o il ricorso alla tecnologia dei “pennelli”, barriere di sabbia o tubi elastici posati sul fondo del mare che riducono l’azione delle correnti sull’arenile.

Jenny De Cicco

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Nuova vita per Villa Tamborrino, ci penseranno le associazioni

Le associazioni attrici della rinascita di villa Tamborino. Il Comune di Maglie, di concerto con alcune associazioni del territorio, ha presentato una richiesta di finanziamento relativa a un progetto finalizzato a riportare alla fruibilità più completa villa Tamborino, attraverso le attività delle associazioni che hanno aderito. La villa, da molti anni di proprietà comunale, da qualche tempo risente della mancanza di fondi per la vigilanza, per cui viene aperta a ore dai volontari nonni vigili, che prestano un servizio rigoroso e attento. Però la struttura chiude presto, in particolare nelle sere d’estate, tranne nei giorni in cui si svolgono al suo interno manifestazioni culturali. E ora questo luogo potrebbe diventare il luogo principe della cultura, attraverso l’attività di associazioni come il Gruppo Speleologico Salentino e Chiari di Luna: sempre che il progetto rientri nel finanziamento. “Certamente l’obiettivo dell’amministrazione è restituire l’intera struttura alla città e renderla fruibile – ha commentato in questi giorni alla Gazzetta del Mezzogiorno il sindaco Antonio Fitto – ma la situazione mal si coniuga con i bilanci degli enti comunali in genere, anche se Maglie non è in difficoltà. Il grosso degli interventi sul verde è stato già fatto, per l’ultima piccola porzione di villa non ci sono state disponibilità in Regione Puglia, per cui si dovrà attendere. Il progetto presentato all’Ue prevede la gestione da parte di associazioni che già fruiscono la villa come Chiari di Luna, ma anche di altre, come il Gruppo Speleologico Salentino, che eseguirebbero particolari studi sulle grotte e sul giardino”, uno stupendo spazio verde all’italiana progettato nell’Ottocento.

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Trivellazioni in Adriatico, pochi giorni e si parte. Ma gli ambientalisti non mollano

Al via le trivellazioni sulla costa adriatica. Il conto alla rovescia sembra volgere al termine, e a nulla sono valse le tante mobilitazioni ambientaliste: ancora pochi giorni e si darà il via alle trivellazioni al largo del mare di Brindisi. E dopo le operazione di monitoraggio del sottosuolo marino legate alla ricerca dell’oro nero al largo delle isole Tremiti e al largo di Monopoli, ancora la Puglia al centro di un allarme ambientalista legato ai permessi in possesso dell’azienda inglese Northern Petroleum che, oltre ad aver ottenuto la possibilità di trivellare le coste brindisine, lo scorso giugno ha presentato nuove istanze per la ricerca del petrolio in tratti di mare che interessano la costa otrantina e di Melendugno e, a nord di Lecce, il litorale da Ostuni fino a Polignano a mare. Il progetto delle trivellazioni al largo delle coste brindisine affonda le sue radici nel lontano 1981, anno in cui venne individuato il giacimento petrolifero che prese il nome di “Campo aquila”. Ma è tra il 1993 e 1995, dopo la presentazione ufficiale all’allora ministro dell’Industria Paolo Savona, che risalgono i primi lavori di perforazione da cui trassero origine i due pozzi sottomarini collegati alla piattaforma “Floating production storage offloading”. L’estrazione del greggio iniziò nel 1998, per poi fermarsi a causa della manutenzione degli impianti nel 2006. E ora, nonostante non vi sia ancora l’ufficialità, l’attesa per ripartire con i lavori di estrazione è solo legata all’arrivo dell’unità “Fpso”, attualmente in cantiere a Dubai e in arrivo in Adriatico a metà settembre. A 25 miglia da Brindisi, circa 42 chilometri a nord-est della costa brindisina, due pozzi satelliti sottomarini verranno collocati a una profondità di 850 metri circa. L’area interessata dalle attività di estrazioni assegnate dall’Eni alla Saipem si estende fino a 79 chilometri dal lungomare e conta una superficie totale di 75mila ettari. Numeri inquietanti, che diventano ancor più tali nel momento in cui si parla di quantità: capacità di stoccaggio di 700mila barili e capacità produttiva giornaliera di 12mila barili di olio. Un territorio, quello salentino, già fortemente compromesso dal punto di vista ambientale dalle attività dell’Ilva e dai suoi scarichi, dal carbone di Cerano, dal fotovoltaico selvaggio che ha deturpato molte meraviglie paesaggistiche, dalla cementificazione irragionevole. Infatti il comitato “No al carbone” giura battaglia e avanza richieste di informazioni e chiarimenti alle amministrazioni locali quali il Comune di Brindisi, ora commissariato, la Provincia e la Regione Puglia, enti dai quali tutti i cittadini attendono risposte. Ma i lavori per predisporre il necessario all’impianto offshore, nel frattempo, procedono.

Alessandra Ragusa

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Rotundo: “è urgente un pronunciamento del consiglio comunale”

Consideriamo assolutamente scellerata la decisione del Governo di autorizzare le trivellazioni petrolifere in Adriatico, al largo delle coste pugliesi ed in particolare salentine.

Conosciamo tutti molto bene i grandissimi rischi che questo tipo di impianti comporta, dall’alterazione dell’ecosistema alla minaccia incombente di inquinamento del mare e delle coste, e riteniamo che una terra come il Salento, ad elevatissima vocazione turistica, non si possa permettere di correre il rischio di doversi ritrovare a pagare un prezzo così elevato.

Il Salento tutto, a tutti i livelli Istituzionali, è da tempo impegnato nel perseguimento di un progetto di sviluppo territoriale che privilegi la tutela del paesaggio, dell’ambiente e della bellezza, in quanto pienamente consapevoli del fondamentale ruolo di motore di sviluppo dell’economia locale che queste inestimabili risorse rivestono, molto più di quanto il petrolio potrà mai rappresentare.

Per questo motivo chiediamo a tutti gli Enti locali, a partire dal Comune capoluogo, di farsi portavoce del dissenso dei salentini verso lo scempio che questa eventualità produrrebbe.

Per queste ragioni pensiamo che il Consiglio comunale di Lecce debba essere urgentemente chiamato a pronunciarsi e ad adottare tutte le iniziative utili a tutela della nostra comunità.

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Trivelle nel Basso Adriatico: ecco cosa devono fare cittadini e Comuni per fermare questa ennesima follia

Avevamo fatto scattare l’allarme già il 13 agosto 2011, non appena alcuni volontari ambientalisti ci avevano fatto scoprire questo ennesimo rischio per il nostro mare e per la nostra costa (ma cosa ci stanno a fare i tanti deputati e senatori pugliesi a Roma???). Qualcuno ci aveva detto che erano solo chiacchiere e che mai il governo Berlusconi avrebbe permesso questo annunciato disastro; altri ci hanno detto che in fin dei conti se si trova petrolio diventeremo tutti più ricchi e ci saranno più posti di lavoro… Invece le trivelle fotografate l’altro ieri al largo di Santa Cesarea Terme ci hanno portati alla dura realtà: le operazioni stanno iniziando, e si tratterà di operazioni di trivellazione estremamente pericolose per i nostro mare, per la costa e per la fauna. Figurarsi se si troverà il petrolio che cosa potrà succedere!!!

Ora, però, occorre fare di più rispetto alla informazione e alla mobilitazione. Bisogna mettere in atto ogni procedimento, come previsto dalla legge italiana, per spingere il Ministero dell’ambiente a bloccare le autorizzazioni alla Northern Petroleum a trivellare il nostro mare. Bisogna subito inondare il ministero con lettere di “osservazioni contrarie” protesta da parte dei cittadini. Bisogna che tutti i sindaci Salentini e i rispettivi consigli comunali adottino delle delibere con “osservazioni contrarie alle autorizzazioni alla trivellazione” da inviare immediatamente al Prefetto e al Ministero dell’Ambiente, che ha il dovere di recepirle tutte.

Sos Costa Salento, come abbiamo fatto per il sistema dei depuratori, per gli abusivismi, per i rischi di privatizzazione selvaggia, suonerà la sveglia e fornirà a tutti i soggetti interessati apposito supporto, anche legale. Questo mare non può essere “sfruttato”, ma deve essere “salvaguardato” e “valorizzato”, perché solo un suo utilizzo ambientalmente compatibile potrà portare ricchezza e lavoro al Salento e ai suoi abitanti.

Luigi Russo

Presidente SOS Costa Salento

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No all’eolico, ambientalisti mobilitati per la collina dei Fanciulli e delle Ninfe

Prosegue l’azione di tutela della collina dei Fanciulli e delle Ninfe. Il luogo si trova nei feudi di Giuggianello, Palmariggi e Minervino, e sono in tanti gli ambientalisti che si muovono affinché il progetto del parco eolico venga spostato in una zona di minor interesse naturalistico. La petizione, sposata anche dal Coordinamento civico di Maglie, è proseguita nel corso della Festa de lu Mieru in questo fine settimana. “Quest’anno – dicono dal Coordinamento – dagli appelli degli artisti sui palchi fino ai banchetti informativi e ai volontari tra le strade, l’estate salentina è stata attraversata da una diffusa mobilitazione trasversale, giovane e apartitica in difesa del paesaggio del Salento, vilipeso e attaccato su più fronti da più speculazioni come quelle del cemento e delle energie”. La petizione avviata da Italia Nostra Onlus è curata dal Coordinamento civico di Maglie per la tutela del territorio e la salute dei cittadini: la stessa Italia Nostra sezione Sud Salento ha già raccolto centinaia di firme in pochissime e brevi occasioni, e il Coordinamento altre centinaia durante la sola scorsa Notte della Taranta di Melpignano, per fermare la costruzione dei tre impianti industriali adiacenti per venti mastodontiche torri eoliche di 125 metri d’altezza ciascuna, e molte strutture annesse, sulla collina dei Fanciulli e delle Ninfe. “L’indiscussa Stonehenge megalitica d’Italia – continuano gli ambientalisti – e i suoi dolmen, menhir e rocce sacre enormi, naturali altari primitivi ammantati di suggestioni e leggende dai tempi protostorici sino ai nostri giorni, narrate anche da autori greci e latini antichi, rischiano di essere deturpati da progetti pazzeschi industrializzanti devastanti, in luoghi improponibili, dominio di grotte magiche, voragini, antri, villaggi neolitici, e d’uliveti antichi e monumentali, che i Greci dicevano costituiti anche da alberi gementi nella notte, derivati dalla metamorfosi in ulivi di fanciulli pastorelli messapici, a opera di stupende divine leggiadre e giovani ninfe indispettite, e tanti alberi lì, plurisecolari e dai tronchi contorti”. La petizione di Italia Nostra chiede al presidente della Repubblica, alla Regione e ai comuni coinvolti di ritirare ogni autorizzazione concessa in merito per fermare ogni ipotesi di anacronistica alterazione paesaggistica e sostanziale del sito.

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Cursi, aumenta la Tarsu. E il clima politico si fa rovente

La Tarsu infiamma il clima amministrativo di Cursi. L’aumento della tassa sui rifiuti ha provocato infatti gli strali del consigliere Donato Lanzilotto, apparsi anche sul blog del gruppo consiliare “Voltiamo Pagina”. Le accuse riguardano l’aumento di 2,40 euro al metro quadro per le abitazioni civili e di 4,50 per i locali commerciali, in aggiunta al raddoppio dell’addizionale comunale Irpef dello 0,4%. “Ѐ facile per l’opposizione ignorare la vera situazione economica del Comune – commenta però il sindaco Edoardo Santoro – oppure fare demagogia quando poi si è fatto parte delle amministrazioni precedenti. I problemi, infatti, derivano da situazioni che risalgono al 1998-99, e se all’epoca il consigliere Lanzilotto non era ancora assessore, lo è stato nella consiliatura immediatamente successiva”, ribatte infatti il sindaco. Che difende a spada tratta i provvedimenti del Comune, spesso scelte obbligate, sottolinea: “Stando all’Ato, devo iscrivere preventivamente in bilancio, per il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti, ben 607mila euro. Un grosso sacrificio per i cittadini, e tra l’altro non so neppure se basteranno; e quel che è peggio è che da conteggi in nostro possesso potremmo garantire altrimenti questo servizio con soli 380-400mila euro. Ecco perché auspico lo scioglimento delle Ato, ecco perché penso che ogni comune farebbe meglio a organizzare la raccolta da sé”.

E se il consigliere Lanzilotto fa notare come a Melpignano l’aliquota Tarsu per le abitazioni civili sia pari alla metà di quella di Cursi, il sindaco controbatte anche in questo caso: “E’ un’affermazione demagogica, perché Melpignano ha una zona industriale-artigianale di circa 750mila metri quadri e il contributo per la tassa sui rifiuti viene pagato direttamente dalle aziende: ecco da cosa derivano le tariffe più basse. Mentre il Comune di Cursi, voglio ricordarlo, ha subìto tagli dalla manovra economica per 120mila euro”.

Alessandro Conte

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