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Un anno fa l’ultimo viaggio di Uccio Aloisi, il cantore antico del Salento

Riceviamo e pubblichiamo un delicato ricordo di Uccio Aloisi a cura di Paolo Rausa. Uccio è scomparso da solo un anno, ma il suo ricordo non sbiadirà col tempo. Lo ricordo anch’io nei suoi interminabili stornelli tra un bicchiere di vino e una crocchetta con la menta a Lu Puzzu, locale di Sternatia che dalla prima ora ha sempre raccolto gli amanti e i cantori della pizzica. Per Uccio smettere di suonare era un po’ morire, forse per questo dava l’impressione sbagliata di essere una primadonna, ma che in realtà attestava una sola caratteristica della sua personalità: la coscienza che la musica è vita e senza la musica niente ha senso davvero. Giovanni Lindo Ferretti, che l’aveva conosciuto alla Notte della Taranta, condivise con lui anche il palco romano del primo maggio, e ricordò allora come Uccio non voleva scendere dal palco, perché lo spazio e il tempo gli sembravano troppo piccoli. Personaggi come Ferretti e altri hanno conosciuto Uccio solo alla fine, loro malgrado. Devono ritenersi fortunati coloro che si sono divertiti a suonare e cantare con lui per molti anni. Perché Uccio era il Salento, ora rimasto vedovo della sua icona più grande.

Angela Leucci – direttore responsabile di Otranto Oggi.

Un anno fa, il 21 ottobre 2010, si spegneva nella sua casa di Cutrofiano il grande aedo Uccio Aloisi. La sua storia è narrata dai mille concerti tenuti in tutte le piazze del sud, in ogni sagra o festa paesana, quando si presentava l’occasione di cantare le gesta non dei grandi eroi, ma delle fatiche inenarrabili dei contadini, della povera gente che si sforzava di riuscire a vivere e che trovava solo nel ritmo irrefrenabile, cadenzato delle canzoni, la vaghezza di perdersi, quel sollievo necessario a sopportare le sofferenze, la rudezza tipica della vita popolare. Ma non di meno colpivano anche, nelle espressioni e nelle immagini dei suoi testi, il calore e la passione di uno sguardo, di un amore fugace, così come l’invito a danzare ritmi forsennati, le piroette senza fine delle tarantate. Nel suo nome Uccio, divenuto esso stesso tipico nome salentino, e nel cognome dalla vaga discendenza grecanica così come nel suo volto squadrato, essenziale, acuto, come fosse il contenitore di una voce non melodiosa ma cantilenante, quasi imitasse la metrica antica, c’era tutto il personaggio. A vegliare Uccio, che è giunto all’ultimo viaggio all’età di 82 anni, c’erano tutti i suoi eredi musicali, quei giovani che lo ricordano per la leggerezza ironica, la prontezza di spirito, la battuta sempre pronta e salace, ma soprattutto per il vocalizzo e il gorgheggio della voce. Ecco perché la sua fine ha lasciato tutti un po’ più soli, orfani dell’ultimo grande cantore che insieme a Uccio Bandello e a Uccio Melissano aveva costituito il grande complesso di musica folk degli “Ucci”. Con le loro potenti espressioni del canto e il ritmo sostenuto della fisarmonica, le note stridenti del violino e le percussioni potenti dei tamburelli accompagnavano la tarantata, ridotta in trance dal (ri)morso del ragno. Solo il ritmo indiavolato della pizzica, che provocava la danza taumaturgica, riusciva a espellere il veleno inoculato dal ragno e a liberare la vittima, risanandola. Uccio Aloisi era considerato da tutti i giovani il depositario della tradizione. Per questo all’annuale Notte della Taranta, in agosto dell’anno scorso a Melpignano, i giovani lo applaudivano incessantemente forse temendo, data la veneranda età, una sua fine imminente. Certo la pizzica ha ormai valicato lo stretto territorio del Salento per raggiungere le piazze dell’Europa, fino alla Cina, a rimorchio della fondazione che ha rinnovato la tradizione, ma sempre mantenendo vivo quel canto che assume nelle cadenze il ritmo stesso del lavoro nei campi, quello dei contadini e dei cavatori, quella durezza dell’esistenza che si scioglieva solamente nell’armonia musicale, un pulsare interiore che ha forgiato le esistenze e ne ha costituito la migliore testimonianza e il più grande esempio. Di un maestro che non ha mai avuto la pretesa di insegnare, di un uomo che ha dedicato una vita intera alla canzone popolare della pizzica, un Omero moderno cantore delle genti diseredate del sud, che sanno dare il meglio di sé nell’arte, nella musica e nel canto. Rimasto legato a quel cantare popolare, ha raccolto le sue canzoni in quel memorabile cd dal titolo “Robba de smuju”, titolo intraducibile in italiano, ma che all’incirca ha il significato di canto che fa ribollire il sangue e da quella raccolta è nato il gruppo di otto elementi, che con lo stesso nome continua il suo percorso culturale e umano, ben sapendo che Uccio non li abbandonerà mai.

Paolo Rausa

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Maglie, al via la XXI Settimana della Cultura Scientifica

Quest’anno, in occasione della XXI Settimana della Cultura Scientifica promossa dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca dal 17 al 23 ottobre, il Museo Civico di Maglie apre gratuitamente a tutte le scuole di ogni ordine e grado del Salento con “Le variazioni climatiche millenarie attraverso i reperti del Museo Civico di Maglie”, un evento che dura 6 giorni, per parlare di clima e di cambiamenti climatici oggi di grande attualità e che, nel corso della storia, si sono più volte succeduti, sia modificando radicalmente paesaggi e ambienti del pianeta, sia stimolando l’uomo preistorico verso scelte radicali, che portarono a totali cambiamenti economici e sociali. Si entrerà nel merito delle scoperte scientifiche e dei periodi interessati dai grandi cambiamenti, dei fattori astronomici che ne sono alla base e dei fenomeni ad essi collegati come il rapporto degli atomi dell’ossigeno nei cabotaggi marini e l’abbassamento e il sollevamento del mare, la presenza di faune tropicali o artiche nel Salento e tanto altro, tutto a disposizione di scolari e studenti, con postazioni di approfondimento lungo tutto il percorso espositivo del museo, dove sono state allestite anche aree dimostrative, affidate a operatori didattici appositamente preparati. Per i più piccoli sono stati studiati anche laboratori ludico-didattici, in cui, dopo il percorso museale, potranno assistere a piccoli esperimenti dimostrativi su alcuni fenomeni naturali legati alle variazioni del clima come lo scioglimento delle calotte polari, la sedimentazione e l’evaporazione delle acque marine. Ogni allievo riceverà una scheda di rilevamento per continuare in classe l’argomento. Per i più grandi, un documentario scientifico completerà l’approfondimento sui cambiamenti ambientali avvenuti in Europa negli ultimi 150.000 anni. Tutte le classi che aderiranno avranno in omaggio un poster sull’evoluzione del clima nell’Olocene, realizzato dallo stesso direttore del museo Medica Assunta Orlando, e quindi non reperibile altrove. L’evento, curato dalla direzione del museo, di grande valenza didattico-scientifica, ha ricevuto la validazione del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca per tutte e tre le iniziative e ha già riscosso un grande successo da parte delle scuole della provincia di Lecce, tanto da registrare il pieno delle prenotazioni ancor prima della scadenza dei termini. Per chi non fa più parte del mondo della scuola, per gruppi familiari, associativi e comitive sono previsti interventi guidati nei pomeriggi di lunedì e giovedì dalle 16 alle 18,30.

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“Giorni di neve, giorni di sole”, libro a quattro mani di Fabrizio e Nicola Valsecchi

Nel periodo del fascismo per raccontare una storia che sa di tragedia, di sentimenti e di Argentina. Fabrizio e Nicola Valsecchi sono gli autori del libro “Giorni di neve, giorni di sole”, edito per i tipi di Marna, un romanzo scritto a quattro mani, il terzo. I gemelli Valsecchi hanno deciso di narrare una vicenda realmente accaduta. Il libro si apre con la prefazione di Adolfo Perez Esquivel, Premio Nobel per la Pace 1980, premiato per la sua attività a favore dei poveri e dei non violenti. “I desaparecidos – si legge nella prefazione – sono lì presenti per reclamare che la coscienza, i valori e la dignità del popolo non desiderano l’impunità né l’oblio. Patricia e Ambrosio e tutti coloro che hanno dato la vita per la libertà rimangono nella memoria e nella resistenza”. L’opera si chiude con la postfazione di Gianni Tognoni, segretario generale del Tribunale Permanente dei Popoli. Il protagonista è Alfonso Dell’Orto e il periodo è quello del regime fascista, in cui la libertà era un’utopia. Nel 1935, con la madre e la sorella, parte per l’Argentina dove suo padre Augusto era emigrato per motivi politici e lavorativi. Quel paese lontano appare loro come la terra del sole e della speranza, e proprio lì il protagonista riesce a costruirsi un futuro e una posizione, sposa una connazionale e forma una famiglia con quattro figli. Da lì a poco altre dittature entreranno a far parte della sua vita. Siamo nel 1976 e il regime militare dei generali e di Jorge Rafael Videla ha generato 30mila desaparecidos, con il silenzio che ha reso complici molti stati e persino la Chiesa. Tra queste vittime compare la figlia maggiore di Alfonso, Patricia di 21 anni, insieme al marito Ambrosio di 23. Lasciano sola al mondo una bimba di 25 giorni, Mariana, a cui Alfonso in età ormai matura fa da padre. Dell’Orto vive la sua tragedia senza mai perdere la speranza di ritrovare la figlia. Quando vengono riaperti i processi nel 1999, si viene a conoscenza della morte di Patricia, grazie al testimone oculare Julio Lopez, desaparecido per la seconda volta nel 2006, dopo aver fatto i nomi dei colpevoli. Alfonso trova il modo per fare rivivere la memoria della figlia, tornando dopo 70 anni in Italia al suo paese natale, lasciando un quadro di Patricia nella cooperativa sociale del paese costruita anche da suo nonno Giovanni, per legare idealmente i principi di libertà, verità, giustizia e democrazia in cui i suoi cari credevano.

Alessandro Conte

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Un corso di pizzica a Le Costantine

Parte il 16 ottobre il corso sulle tradizioni salentine, presso la tenuta Le Costantine di Casamassella. Dalle 19 alle 21,30, presso la tenuta biodinamica Le Costantine di Uggiano la Chiesa, in collaborazione con l’associazione Ecosalento – turismo sostenibile, si tiene il corso-documentario, condotto da Anna Cinzia Villani, che propone la diffusione della pizzica tramite l’insegnamento pratico dei passi e movimenti della danza tradizionale, grazie alle vive testimonianza degli anziani. Un modo nuovo per scoprire la realtà e le differenze tra il ballo tradizionale e ciò che si vede oggi nelle piazze. Anna Cinzia Villani è a oggi tra le voci femminili più rappresentative del Salento. Cantante, musicista e ideatrice di progetti, mette in relazione il respiro antico della sua terra con i linguaggi musicali contemporanei, rivelando la possibilità di un’equilibrata sintesi tra tradizione e modernità. L’ attività di cantante che svolge da quindici anni è affiancata dalla continua ricerca e conoscenza di stili e modalità dei maestri cantori e danzatori e la conseguente divulgazione tramite i tanti laboratori di canto e danza sul territorio nazionale e non solo.

Si è esibita in varie edizioni del “Pisa Folk Festival” e de “La Notte della Taranta”, nel Teatro Bibiena di Mantova e nell’Olimpico di Vicenza, e ha partecipato all’edizione 2003 del Carnevale di Venezia e all’edizione 2009 della Biennale. Lo stage prevede tre appuntamenti consecutivi. Anna Cinzia Villani ha conosciuto la musica tradizionale del Salento in un periodo di riscoperta e di fermento nei confronti delle tradizioni, in cui i più giovani si appassionavano a suoni che sembravano ormai sorpassati, dato che i cantori popolari avevano già da tempo effettuato un processo di rifiuto verso tutto ciò che ricordava loro la miseria e la fatica a cui erano costretti un tempo. La quota di partecipazione è di 49 euro a persona per l’ intero docu-corso. Le lezioni saranno a numero chiuso e previa prenotazione

Jenny De Cicco

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Primo convegno sull’arte rupestre in Terra d’Otranto

L’arte rupestre in un convegno. L’8 ottobre 2011, alle 18, il Gruppo Archeologico di Terra d’Otranto organizza presso la sala conferenze del museo archeologico Faggiano di Lecce, il convegno “Insediamenti e Arte Rupestre in Terra d’Otranto”. La manifestazione rientra nell’ambito dell’ottava edizione delle Giornate Nazionali di Archeologia Ritrovata, ed è nata per promuovere e valorizzare i beni culturali “minori”: l’iniziativa vedrà nel Salento la trattazione della realtà rupestre di età medievale, facendone conoscere gli aspetti topografici e artistici poco noti, e auspicando il loro recupero. Si vuole così promuovere la valorizzazione e la tutela dei beni culturali cosiddetti “minori”, non per valore artistico, ma perché rischiano di essere dimenticati e cancellati dalla memoria storica degli uomini. L’impegno dei Gruppi Archeologici d’Italia, dunque, è quello di monitorare questi beni, valorizzandoli attraverso iniziative culturali intese alla loro promozione e valorizzazione. L’augurio è che da questa edizione ci sia una maggiore presenza dei volontari su tutto il territorio nazionale. Le Giornate Nazionali di Archeologia Ritrovata si svolono ogni anno nel secondo fine settimana del mese di ottobre. A Lecce l’evento, il primo del genere, vedrà coinvolti oltre ai referenti del Gato, i rappresentanti della Soprintendenza Archeologica per la Puglia, del Centro Operativo per l’Archeologia area medioevo e della Facoltà di Beni Culturali, Dipartimento di beni delle arti e della storia e di archeologia dell’Università del Salento. All’incontro interverranno Manuela De Giorgi, docente di Storia dell’Arte Bizantina dell’Università del Salento, Emanuele Pasca responsabile progetto “Carpiniana – Cripta S. Marina”, Valentina Pagano del dipartimento di Archeologia del Gato. A coordinare gli interventi ci sarà Elvino Politi, direttore del Gruppo Archeologico di Terra d’Otranto.

Jenny De Cicco

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Palmariggi, tutto pronto per la festa del melograno

Torna puntuale al riaprire della stagione autunnale uno degli appuntamenti più classici dell’ottobre salentino, “Lu paniri te e site”, giunto alla sua trentasettesima edizione. Tre giorni di festa, 7, 8 e 9 ottobre, per le strade di Palmariggi dedicati alla melagrana tipica di questo piccolo centro dell’entroterra idruntino. Tante le pietanze, molte a base proprio di melagrana, che saranno a disposizione di tutti i palati, anche dei più esigenti, dagli antipasti ai primi piatti, dagli arrosti di carne, alla porchetta Dop di Ariccia ai piatti della tradizione salentina, come cicore creste, gnommareddrhi, pittule, pezzetti di cavallo, senza dimenticare il vino negramaro e la musica popolare, tra pizzica e folk, degli Scianari e dell’Orchestra del Mare. La novità di quest’anno è l’angolo culturale con il convegno dell’Ordine dei Biologi della provincia di Lecce sul tema “La dieta mediterranea patrimonio Unesco” che si terrà sabato 8 ottobre alle ore 9 presso la sala congressi di Piazza Garibaldi. Un’occasione decisamente ghiotta per tuffarsi nelle tradizioni popolari e riprendere confidenza con i cibi che i nostri nonni hanno tramandato nelle nostre abitudini alimentari anche d’oggi.

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Come giocavano i nostri nonni, mostra a Poggiardo

In occasione del 2 ottobre, festa dei nonni, è stata inaugurata a Poggiardo la mostra “come giocavano i nostri nonni” a cura di Sonia Polimeno, che proseguirà fino al 16 ottobre. Alla presentazione hanno preso parte il sindaco di Poggiardo Giuseppe Colafati, l’assessore alle Politiche Sociali della Provincia di Lecce Filomena D’Antini Solero. Presso il Palazzo della Cultura di Poggiardo saranno esposti giocattoli antichi, recuperati con il contributo degli studenti delle scuole elementari dell’Ambito di Poggiardo e disegni con i ritratti dei propri nonni. L’esposizione si propone di far conoscere i giochi e intrattenimenti dei fanciulli di ieri con l’intento di ridare ai bambini di oggi il puro piacere d’imparare giocando. Organizzata nell’ambito di un progetto cofinanziato dalla Provincia di Lecce e dai comuni dell’Ambito di Poggiardo, dal Comune di Poggiardo in collaborazione con il centro esperienziale Cavallo a Dondolo, la mostra è stata aperta da un video contenente le testimonianze dei nonni, raccolte dai bambini del centro esperienziale. I balocchi esposti hanno la caratteristica e il sapore antico della povertà serena dei piccoli di ieri, realizzati con vecchie stoffe, segatura, carta e materiali di recupero, in mostra ci sono anche i monopattini, traini, trottole, eliche, fischietti, noci e mandorle, strumenti di crescita di coloro che oggi sono i nostri nonni. “I nostri giocattoli – dichiara il sindaco Giuseppe Colafati – nel tempo trascorso insieme con noi, sicuramente più lungo di quello divoratore di oggi, ci hanno accompagnato come una persona che ci vuole bene, ci hanno fatto compagnia nei momenti di solitudine, ci hanno fatto crescere diventando strumento di nuove amicizie e contese, è la fantasia ciò che rendeva attraenti quei pezzi di legno e quelle costruzioni semplici. La mostra si propone di raccontare e valorizzare la risorsa gioco, con l’augurio a tutti i visitatori di scoprire o di ritrovare nelle tracce della tradizione qualcosa di sé, la propria originale dimensione ludica”. Giochi fatti per strada, ginocchia sbucciate e mani sporche di terra, ma tante risate e qualche tafferuglio, così nascevano le amicizie più salde, i legami più forti, s’imparava a vivere nel mondo e affrontando piccole e grandi sfide, in cui vinceva il più creativo, un bagaglio di emozioni e ricordi che oggi iniziano a essere raccontate così: “Alli tiempi mei…”, ai miei tempi. Nell’era dell’informatizzazione, in cui esiste solo lo sfogo ludico personale nel chiuso di una stanza, che spinge i soggetti a essere isole, murati tra un mare di schermi, questa mostra rappresenta un’occasione per favorire l’affascinante conoscenza di una fetta di storia della società passata, un modo di poter imparare a dire ai nipoti del domani: ”Anch’io ai miei tempi…”.

Jenny De Cicco

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Porto Badisco, in mostra le pitture della Grotta dei Cervi. In copia

Una mostra nella mostra. Porto Badisco di Otranto, piccolo borgo di pescatori e perla nella perla, propone una mostra sulle pitture preistoriche della Grotta dei Cervi. Si potranno vedere le splendide e misteriose pitture parietali fino al 25 settembre in piazzetta Consiglio a Porto Badisco, dalle 17 alle 19. Naturalmente non sono gli originali, bensì copie fotografiche a grandezza naturale di alcune delle più significative scene in guano di pipistrello e ocra rossa realizzate oltre seimila anni fa da uomini del Neolitico sulle pareti della grotta. Il luogo fu scoperto 41 anni fa, e lo scorso anno si è infatti festeggiato con una mostra fotografica, presso il museo civico di Maglie, il quarantennale della scoperta, con pannelli in grandezza naturale. Le grotte sono state oggetto di studio da parte di numerosi centri universitari italiani e non solo, proprio perché preziosissima testimonianza della presenza dell’uomo in epoca neolitica sulle coste salentine. Innegabile il fascino e il mistero di questi testi figurativi, dei quali non è ancora noto il reale significato. Non semplici pittogrammi, ma rappresentazioni geografiche con intenti magici e riti di passaggio all’età adulta per gli adolescenti protostorici, raffigurati sulle candide pareti calcaree, che il tempo e la peculiare sensibilità dei pigmenti organici utilizzati non rendono fruibile ai più. Un’occasione, questa della mostra a Badisco, per avvicinare i turisti e i locali all’ancestrale fascino delle popolazioni autoctone.

Jenny De Cicco

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Santi Medici, nel Salento culto che si perpetua da secoli

Cosma e Damiano, ovvero i Santi Medici, hanno un grande seguito di fedeli nei comuni del Salento. Tra i paesi che festeggiano il culto dei due santi ricordiamo Maglie e Uggiano La Chiesa. A Maglie il culto è molto sentito sebbene Cosma e Damiano non figurino tra i santi protettori: a loro sono state dedicate una chiesa e una corte. Quest’ultima oggi ospita l’associazione Biblioteca di Sarajevo, e al suo interno è ubicata una bellissima edicola dei santi. Ѐ da tener presente che i due Medici in questione sono i protettori della salute, ed è forse per questo aspetto che la festa è molto sentita. In merito a questo aspetto la tradizione ci fa capire l’importanza del loro culto, in particolare, tramite un detto salentino: “Santi Metici mei, tatime la sanitate te lu corpu e te l’anima”, che tradotto significa “Santi Medici miei, datemi la salute del corpo e dell’anima”. chiesa-ss-medici_maglieE ciò è talmente tanto creduto, soprattutto tra le persone anziane, che durante la processione molte di loro proseguono il cammino a piedi nudi in segno di gratitudine per aver ricevuto la grazia. Ogni 26 settembre, dunque, si può assistere a una grande fiaccolata, con corteo che si snoda tra le vie cittadine formato da due file di persone con in mano una candela, simbolo del sacro fuoco. La stessa ricorrenza è viva anche a Uggiano La Chiesa. Qui la festa è unita a una fiera nei giorni che vanno dal 24 al 27 settembre. Nel pomeriggio del 26 si svolge la processione in direzione dell’antica cappella. Una volta giunta la statua, si procede al rito della messa e al conseguente spettacolo pirotecnico. Tradizione vuole che la venerazione di questi santi passi per un evento miracoloso: si narra infatti che un contadino uggianese fu travolto dalle ruote del suo carro, ma rimase miracolosamente illeso per intercessione dei santi Cosma e Damiano.

Alessandro Conte

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Pietro Mennea lancia le riprese di “Diciannove e settantadue”

Una folla ha accolto il campione. Pietro Mennea, a Maglie per le prime riprese di “Diciannove e settantadue”, che si sono tenute in piazzetta Caduti di via Fani, ha nuovamente appassionato il pubblico accorso in massa alla conferenza stampa del primo ciak. Presenti, oltre all’atleta, il sindaco di Maglie Antonio Fitto, l’assessore provinciale alla Formazione Ernesto Toma, il vicepresidente dell’Apulia Film Commission Gigi De Luca, il regista Sergio Basso, la produttrice di Sharon Cinema Rita Surdo, il produttore delegato Roberto Bessi. Ci sono grandi aspettative per questo film, le cui riprese nel Salento sono previste anche a Otranto e Lecce. Mennea ha raccontato altri inenarrabili storie della sua rocambolesca vita. “Quello che voglio raccontare – ha commentato il regista – non ha a che fare solo con lo sport, ma con il profilo umano di questo grandissimo personaggio. Perché, paradossalmente, la vicenda di Mennea inizia proprio quando lui smette di correre, e comincia la sua lotta al doping, contro tutto e contro tutti”. Intanto, a proposito di SharonCinema, il 23 settembre sarà distribuito “Mozzarella stories” con Luisa Ranieri, Luca Zingaretti e Aida Turturro. La casa di produzione magliese partirà proprio da Maglie per la promozione di un film molto atteso, nonostante non sia stato girato nel Salento.

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Quando i Martiri salvarono Otranto dall’uragano

10 settembre 1832, un giorno da ricordare. Un tremendo uragano si abbatté sull’estremo Salento, da Santa Maria di Leuca sino a Otranto. Nello specifico i centri abitati colpiti furono Diso, dove ci furono 3 vittime, Cocumola, Uggiano la Chiesa e i dintorni di Otranto, dove persero la vita 29 persone. Questo terribile momento è riportato in vari documenti e lettere epistolari. In una di queste – scritta dall’abate Marino Paglia, futuro arcivescovo di Salerno, per l’arciprete di Molfetta, Giuseppe Maria Giovene, che era stato vicario capitolare della diocesi di Otranto – si legge: “Lunedì 10 alle ore 15 circa avvenne quanto segue. All’improvviso surse dalla parte meridionale di questa città un turbine, o sia uragano così furioso… Sotto le rovine furon seppelliti molti degli abitanti, de’ quali 29 rimasero uccisi, e più di 50 feriti e vittime sarebbero state di più…”. La lettera continua descrivendo la distruzione di Diso, a eccezione del convento dei Cappuccini e di poche case adiacenti, con 3 morti e 29 feriti. Per quanto riguarda la cittadina di Otranto, il 10 settembre di ogni anno si celebrava in cattedrale il Patrocinio dei beati Martiri proprio per ricordare come, in quel giorno di circa due secoli fa, la città idruntina fu risparmiata dalla furia dell’uragano. Nel brano del fervorino d’occasione che l’arcidiacono del capitolo, monsignore Vitale Mariano, recitò nella Cattedrale il 10 settembre 1922, si riporta come “l’ira celeste passa oltre, la vostra città è salva…”, e inoltre si fa presente come tutti attribuiscano lo scampato pericolo alla protezione dei Martiri, rivolgendo loro l’inno di ringraziamento e la preghiera, affinché essi continuino a proteggere amorosamente l’intera comunità otrantina. Da quel momento questi paesi celebrano il Patrocinio, rispettivamente della Madonna, di Santa Maria Maddalena e degli 800 Martiri.

Alessandro Conte

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8 settembre, a Otranto è festa per la Madonna tornata dal mare

L’8 settembre a Otranto si festeggia la Natività di Maria. Una ricorrenza che riporta nella mente degli otrantini i tristi avvenimenti del 1480, anno in cui i Turchi conquistarono la cittadina. Gli ottomani rimasero per un anno e proprio in questa data, 8 settembre 1481, gli aragonesi riuscirono a liberare la cittadina idruntina. A questo, però, seguì un fatto dai risvolti straordinari: infatti i saraceni, andandosene, portarono con sé vari oggetti, tra i quali una statuetta della Madonna che sembrava d’oro. La statua rimase nelle mani di un nobile saraceno fino a quando alla moglie, che aveva problemi nel partorire, non venne consigliato dalla sua schiava di riportare la Vergine al suo posto originario. Se lo avesse fatto la signora sarebbe guarita. Fu così che la statua fu posta sopra una navicella e cullata dalle onde del mare fece ritorno a Otranto. I pescatori, vedendola ritornare, non cedettero ai loro occhi e per loro, come per tutta la cittadinanza, fu un giorno di festa: l’arcivescovo chiese l’indulgenza plenaria e ottenne dal papa dell’epoca, Pio IV, il Giubileo in perpetuo, dalla sera del 7 settembre alla sera dell’8, per chi avesse visitato la Cattedrale, per chi si fosse avvicinato ai sacramenti e per chi avesse pregato secondo le intenzioni del Papa. Ora la statua della Madonna delle Grazie è collocata nella cappella dei Martiri e la sua festa in suo onore è viva e sentita dalla popolazione.

Alessandro Conte

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