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Le donne del Risorgimento: un incontro a Maglie

“Da mille a una”. Si intitola così il primo incontro del ciclo organizzato e promosso dalla commissione provinciale per le Pari Opportunità di Maglie presieduta dalla psicologa Maria Teresa Maglio. L’evento si inserisce nelle celebrazioni dedicate all’Unità d’Italia, con un’attenzione particolare al ruolo delle donne nel Risorgimento: una su tutte Antonietta De Pace, la gallipolina che metteva a repentaglio la propria reputazione pur di servire la causa. Una donna d’altri tempi, devota a un ideale, che tuttavia da questo non trasse la notorietà che fu attribuita a uomini, in gran parte settentrionali, protagonisti dei moti risorgimentali. Questo il programma: alle 18, presso l’auditorium “Giovanni Cezzi”, sarà proiettato il documentario di Elio Scarciglia dedicato all’eroina. Verrà presentato in quel contesto uno spaccato storico a cura della docente dell’Università del Salento Rosanna Basso, mentre la performer Adele Maruccio leggerà un’ode scritta nel 1900 dal poeta Augusto Chiesa sulla benefattrice magliese Francesca Capece, in occasione dell’inaugurazione del monumento a lei dedicato. Il tutto accompagnato dalla voce del soprano Maria Luisa Lattante e dal pianista jazz Francesco Negro. L’evento si inserisce nel ciclo che prende il nome di “Donne d’Italia dalle radici ai frutti 1861-2011”. “Da mille a una” riguarderà il periodo storico che va dal 1861 al 1914; più avanti si terranno il secondo incontro “Donne in Arme”, sugli anni dal 1915 al 1948, e il terzo “Se non noi chi?” dal 1949 a oggi.

Angela Leucci

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Ieri albanesi, oggi italiani: come vivono i migranti di venti anni fa secondo Klodiana Cuka, presidente di Integra

Sono passati ormai vent’anni dai primi sbarchi di albanesi presso il Canale di Otranto. Immagini che fecero il giro del mondo, mostrando le traversie di una popolazione che si riversava in un altro Paese per sfuggire a una situazione politica difficilissima causata dal disgregamento dei regimi comunisti. Abbiamo ancora negli occhi quelle scene, anche se da allora molte cose sono cambiate. Gli albanesi che arrivarono, e in particolare coloro che sono rimasti nel Salento, sono una realtà non più alla prima generazione. Alcuni costituiscono una fondamentale forza lavoro per l’economia locale, ma molti sono anche professionisti impiegati nel terziario. Come Klodiana Cuka, giovane presidente di Integra Onlus, associazione che difende i diritti dei migranti.

Sono passati vent’anni dal primo sbarco, e molti albanesi sono rimasti nel Salento. A che punto è la loro integrazione?

“La storia ha sempre legato l’Italia e l’Albania e le nuove migrazioni hanno segnato i nostri Paesi, disegnando un ponte di pace e solidarietà. Siamo chiamati ad affrontare insieme un percorso fatto di sforzi comuni, di azioni concrete e operose che si accompagnano alle speranze di chi lascia il proprio Paese per vivere in un’ altra terra. Chi vuole crescere e portare una testimonianza di vita autentica e dignitosa sa bene che ogni scelta passa dalla volontà di creare un ponte ideale tra le culture, un legame solidale tra due realtà diverse che si completano. Ridare a tutte le comunità migranti il dovuto rispetto e abbattere tutti i pregiudizi: questo l’obiettivo di chi, come me, è profondamente consapevole che ognuno è artefice del proprio destino. Il mio percorso personale e professionale dimostra come lo straniero possa inserirsi e integrarsi perfettamente in un tessuto sociale diverso da quello d’appartenenza, fino a diventarne parte integrante anche dal punto di vista giuridico, acquistando la cittadinanza italiana”.

Crede che una società multietnica possa essere un valore aggiunto per la crescita collettiva e individuale in una comunità?

“Come mediatrice e presidente di Integra Onlus mi spendo da anni per far sì che la nostra società prenda coscienza del migrante come valore aggiunto e come risorsa, affinché anche in Italia si affermi un processo di valorizzazione dei migranti che superi gli stereotipi e veda i soggetti migranti non più solo come coloro che possono aiutare il PIL del Paese con il lavoro – troppo spesso in nero – ma come portatori di conoscenza, cultura, apertura a nuove realtà. Oggi, in coscienza, ritengo che gli immigrati siano pronti a prendere in mano il proprio destino e a contribuire alla sviluppo dell’Italia, partecipando anche attivamente alla vita politica del Paese e dando il proprio apporto per trovare soluzioni che possano portare ad un rinnovamento proficuo in materia di immigrazione”.

Ieri gli immigrati svolgevano i mestieri abbandonati dagli Italiani, oggi sono professionisti e svolgono altre mansioni: quali le difficoltà iniziali per l’affermazione personale? Ci sono ancora difficoltà e pregiudizi?

“Se da un lato, come ci ricorda Riccardo Staglianò nel suo libro”Grazie – Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti”, è vero che senza gli immigrati l’Italia sarebbe perduta. Se infatti proviamo a immaginare una giornata italiana di 24 ore, a ogni ora corrisponde un mestiere nel quale, ormai, il lavoratore straniero è diventato maggioranza. Mestieri che, come conferma un solidissimo studio della Banca d’Italia, gli italiani non vogliono più fare. D’altro canto è altrettanto vero che gli immigrati non sono più solo forza-lavoro: tanti sono oggi gli immigrati professionisti qualificati che si trovano ad affrontare tante difficoltà, a partire dal riconoscimento dei titoli di studio, che una volta arrivati in Italia vengono azzerati, fino ad arrivare alla preoccupazione della possibile concorrenza sul mercato del lavoro qualificato da parte del Paese di arrivo”.

Esiste il razzismo nel Salento, ed è più o meno forte che altrove?

“La Puglia e il Salento sono terra da sempre multiculturale, accogliente non solo perché coinvolta, suo malgrado, dai processi migratori, ma soprattutto per la propensione dei suoi cittadini al sorriso e all’ospitalità. Certo, spesso io e Integra affrontiamo la diffidenza di chi non conosce la realtà del “diverso”, il vissuto personale. Non è facile affrontare ogni giorno i problemi che si presentano. Penso a quando mi sono attivata per fronteggiare l’emergenza degli sbarchi a Otranto, in particolare in quel triste giorno in cui morirono nel Canale tanti immigrati. Trovare posti letto, pensare alle cure mediche, insomma all’accoglienza in senso lato…. Ma mi sono rimboccata le maniche, e grazie a una grande sinergia tra le istituzioni anche Integra ha dato il suo contributo per tamponare l’emergenza.

Angela Leucci

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Tavole di San Giuseppe, Convegno “Nel Nome del Pane” – Uggiano la Chiesa

Nell’occasione del convegno “Nel Nome del Pane”, è stato presentato il progetto consortile Salento-Palestina “Esperanto, voci di speranza”, il quale prevede la creazione di una scuola di musica per bambini e ragazzi di Betlemme. “Esperanto, voci di peranza”, culminerà con il concerto del 16 aprile 2011, presso il teatro Politeama Greco di Lecce, a cui parteciperanno alcuni grandi della musica italiana.

Ne parlano con noi di Otranto Oggi, il Sindaco di Uggiano la Chiesa, Salvatore Piconese e l’ideatore, Nabil Salameh, lider-cantante dei Radiodervish, intervenuto “Nel Nome del Pane” come relatore, spiegandoci l’importanza della musica e della condivisione.

Jenny De Cicco

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Video-Intervista al Prof. Sammarco: “Otranto, il Salento e le Istituzioni”

Il prof. Fernando Sammarco, presidente dell’Etharia dei Leoni di Messapia, intervistato da Otranto Oggi (C. Giannetta), in occasione del festival della cultura a Galatina. Otranto, le politiche culturali, lo spazio per le iniziative del territorio.

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Video-intervista a Mauro Ragosta: “Dove va l’economia leccese” (Intervista a cura di Alessandra Ragusa)

In occasione del Primo Festival della Cultura, tenutosi a Galatina, Otranto Oggi ha intervistato l’autore Mauro Ragosta, il quale ci presenta il suo ultimo libro “Dove va l’economia leccese” edito da “L’officina delle parole”.

Intervista a cura di Alessandra Ragusa

Riprese e montaggio a cura di Francesco Giannetta

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Su Raiuno domattina le magiche bellezze del Mosaico di Otranto

Il suggestivo Mosaico della cattedrale idruntina sarà domattina oggetto di una trasmissione televisiva di Raiuno. Si tratta di “Magica Italia, turismo&turisti”, che va in onda alle 9,30 sull’ammiraglia Rai ed è prodotto in convenzione con la struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia della Presidenza del Consiglio dei Ministri: una vetrina televisiva importante per scoprire gli scorci più suggestivi del centro storico di Otranto e il Mosaico pavimentale della cattedrale, realizzato fra il 1163 e il 1165 da Pantaleone, monaco basiliano e mosaicista del XII secolo di origine greca dell’Abbazia idruntina di san Nicola di Casole. Il Mosaico ha da sempre ispirato suggestioni per la ricchezza di simboli che vi sono contenuti ed è una vera e propria opera d’arte, che ancora oggi testimonia un senso della bellezza vivo qui nel Salento a partire da epoche antiche. Ospite nella trasmissione della TV di Stato don Pietro Marti, parroco della Cattedrale, che racconterà lo spaccato della cultura dell’alto Medioevo in cui si alternano scene dell’Antico Testamento riprodotto nel Mosaico: la cacciata di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden, la storia di Caino e Abele, la costruzione della Torre di Babele, Noè e l’arca, Sansone e Giona, unitamente a personaggi della cultura pagana come Diana cacciatrice, Atlante che sorregge il mondo sulle spalle, il Minotauro, Alessandro Magno e scene ispirate dalla cultura cavalleresca delle “chanson” come quella di re Artù e Parsifal. Inoltre la troupe del programma, regia di Daniele Carminati, ha realizzato un piccolo cortometraggio di soli 5 minuti in cui lo storico e giornalista Elio Paiano esplora alcuni degli edifici sacri di Otranto. La città, che è patrimonio dell’Unesco, è infatti ricca di beni culturali, dall’architettura alle arti figurative, tra cui spicca il Mosaico. Un’arte che serve a raccontare una storia secolare, nota soprattutto in alcuni aspetti tragici: la cattedrale è dedicata agli 800 martiri che persero la vita dopo l’attacco dei Turchi ottomani nel 1480-81.

Angela Leucci

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“Mille piedi”, un Microfono Aperto e un mare d’arte a Giuggianello

L’associazione “Mille Piedi” ha preso vita nell’ottobre del 2009 a Giuggianello, con l’intento di riunire le giovani menti del territorio e di diffondere cultura attraverso manifestazioni ed eventi senza alcun fine di lucro . Non è un caso, quindi, il progetto “Microfono Aperto”, grazie al quale l’associazione mira a dare spazio, nel suo garage, ad artisti e opere di ogni genere: obiettivo, esprimere l’arte e non metterla da parte, anzi sponsorizzarla, sia essa poesia, pittura, illusionismo, musica. La prima serata si terrà domenica 20 marzo alle 18 e il proposito è trasformarla in appuntamento fisso per i performer, improvvisati o meno. Non è la prima iniziativa di “Mille piedi”. A ottobre 2010 è stato il turno della “Festa dei piccoli comuni”, realizzata in collaborazione con l’Ancpi (Associazione nazionale piccoli comuni d’italia) e con tutte le realtà associative del paese, tutte impegnate a garantire l’intrattenimento musical-culturale della serata, cui hanno preso parte Bandadriatica, Aria corte e P40.

Tra le ultime iniziative, poi, si segnala l’accattivante “Mille e una donna – Cosa racconterebbe oggi Sheherazade” ,storie al femminile raccontate attraverso l’arte in un momento in cui in Italia il sesso cosiddetto debole vive una situazione molto delicata. Con interventi di Angela Leucci (proiezioni), Stefano Marsilio, Simone Melissano (cortometraggio), Andrea Cananiello, Selene Bolognino e Francesco Pellizzari (dialogo, “Elise/Clara”), Luisa Campa , Valentina Negro, Dionisia, Marta De Giuseppe, Leslie (videoclip GRANMA – sentimento inGORDO), Laura Quarta, Enza Magnolo, Roberta Melissano, Skarpina, Matteo Resta, Alessandro Casciaro, Salvatore d’Alba e Arthur Sanzo’. L’associazione ha inoltre promosso molte altre manifestazioni: “Diritti dei migranti, diritti di tutti” a febbraio 2010 in collaborazione con l’associazione “Mediazioni”, poi, ad agosto 2010 – in collaborazione con l’associazione “Antitapas” di Bruxelles, “Folk trai, tappa a Sud-Est”, con l’intervento di gruppi musicali provenienti da tutta Europa. Per chiunque volesse collaborare con l’associazione [email protected] (tel. 328.4242240); [email protected] (tel 339.3436897); [email protected]. Ulteriori informazione sull’associazione sul http://millepiedi.forumfree.it/.

Jenny De Cicco

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L’Unità? La fece anche il Sud. Parola del professor Mario De Marco

La più recente fatica di Mario De Marco si chiama “I Leccesi e l’Unità d’Italia”, recentemente pubblicato dalle Edizioni del Grifo; si tratta di un volume di 92 pagine che si prefigge lo scopo di fare luce sulle attività dei salentini a favore dell’Unità del 1861, che non fu fatta esclusivamente dal Nord: “… A Lecce come altrove si seguiva con interesse l’avanzata dei Mille; nonostante la censura della stampa…”.

Nelle pagine ricche di riferimenti storici si narrano infatti l’incontro ad Auletta tra Garibaldi e Libertini (noto patriota e fondatore delle logge massoniche nel Salento) per concordare l’insurrezione di Napoli evitando uno spargimento d sangue; l’autore insiste inoltre sul ruolo dei salentini dell’epoca, proponendo una vasta lista di patrioti, massoni e carbonari dell’antica Terra d’Otranto. Insomma, una rispolverata per la memoria del Sud in perfetto tempismo con i festeggiamenti del 17 marzo: per ricordare che non furono solo Garibaldi e Cavour a unire la Penisola.

Mario De Marco è nato a Novoli il 30 aprile del 1946 e risiede a Lecce da oltre cinquant’anni. Laureato in Filosofia, ha insegnato nei licei classici “Quinto Ennio” di Gallipoli e “Palmieri” (Lecce). Svolge attività di giornalista pubblicista, collaborando a vari giornali e riviste e dirigendone altre, tra cui “Rassegna salentina”, “Artigianarte”, “Presenza e memoria” e “Lu Lampiune”. Appassionato d’arte, ha pubblicato vari saggi su Platone, Aristotele, Jacopo Zabarella, Ortega y Gasset, Francesco Scarpa, Kierkegaard e Nietzsche. Ha curato le riedizioni delle opere di Peregrino Scardino, Luigi Maggiulli, Martin Shaw Briggs e Giulio Cesare Infantino.

La sua produzione più vasta riguarda gli studi storici, la ricerca bibliografica sulla massoneria e la storia pugliese, salentina e leccese, cui ha dedicato molte pagine. Ne citiamo alcune: “Giuseppe Libertini. Patriota e fondatore delle logge massoniche in terra d’Otranto”(Edizioni del Grifo, 2009); “Splendida Lecce”(Capone Editore, 2010); Profili biografici di massoni salentini. Testi e documenti” (Edizioni del Grifo , 2009).

Jenny De Cicco


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Le Tavole, tradizione da valorizzare ma anche da difendere dalle tentazioni consumistiche

La Tavola di San Giuseppe, oltre ad essere una espressione religiosa profondamente radicata nella popolazione e densa di significati, rappresenta anche il simbolo di valori universali che sono peculiari della nostra civiltà e sui quali siamo chiamati quotidianamente a riflettere e a riferirci: la convivialità e la condivisione. Convivialità, ossia tutti siamo ospiti e pellegrini sulla terra e come tali ci accostiamo alla “tavola”, aperta a tutti, per assaggiare qualcosa; condivisione, ossia condividere con altri il cibo.

Non esiste una Tavola senza coinvolgimento. Il coinvolgimento è necessario in quanto momento di socializzazione, non di idee, ma del concreto. Le pietanze sono povere, sobrie e dignitose, preparate con compartecipazione. Gli alimenti, solo prodotti della terra, parlano di una pacificazione tra l’Uomo, il Creato e Dio. Le Tavole quindi sono la preparazione alla mensa divina ed esprimono non la tradizione, ma la nostra identità legata alla fede, a cui il fedele arriva a Dio attraverso il Santo, che non deve essere personificato, ma rappresentato, per condividere tutto ciò che Dio ci porta. Preparazione alla mensa di Dio assumendo così un valore escatologico: Tavole – fede – fedele che arriva a Dio attraverso il Santo; fiori non comprati dal fioraio, ma colti dal proprio giardino o donati della vicina, poiché rappresentano l’essenzialità.

Purtroppo oggi si assiste a un imbastardimento e ad una affinazione del rito, per renderlo soltanto un prodotto commerciale e vendibile, a cominciare dalla trasformazione del nome che da Tavole (ossia assi di legno= taule) sono diventate – in molti casi – “Tavolate”, falsandone ovviamente il vero significato. La conservazione del rito e la sua salvaguardia dovrà essere un impegno sentito e costante a tutti i livelli, civili e religiosi, delle comunità. Necessaria, quindi, non è la conservazione del rito fine a se stessa, ma un suo corretto uso. E l’unico modo che abbiamo per proteggere e valorizzare questo patrimonio è quello di dare coscienza di tale risorsa soprattutto alle giovani generazioni. E’ necessario concentrare il suo focus non nell’oggetto, ma nel messaggio che questo comunica. Non dobbiamo dimenticare che ogni cosa che esiste oggi ha un perché antico quanto la sua origine.

Ed ecco perché dobbiamo essere sì liberali, ma contemporaneamente conservatori o tradizionalisti. Liberali perché amiamo le libertà, per noi e per gli altri. Tradizionalisti e conservatori perché vogliamo e dobbiamo conservare e rispettare la nostra identità, senza la quale quelle libertà non hanno senso e prospettiva. Conservatori perché dobbiamo liberalizzare la nostra società e conservare i nostri costumi, la nostra cultura, i nostri valori, la nostra tradizione. Inoltre, liberali perché vogliamo la società libera, e conservatori perché vogliamo custodire la casa dei nostri padri e trasmetterla più vivibile ai nostri figli.

Si è aperta una profonda discussione e un proficuo confronto sulla riaffermazione e sul rilancio delle radici storiche e culturali, della nostra tradizione, in cui trova solide basi la nostra identità e da cui scaturisce l’unica possibilità di fronteggiare senza soccombere le sfide che ci stanno di fronte, impreviste o inesistenti fino a pochi anni fa; constatato che aspetti peculiari sono la difesa, la tutela, la riaffermazione delle radici spirituali e morali della nostra cultura, il recupero delle tradizioni, con particolare attenzione per quelle manifestazioni anche riconducibili alla sfera religiosa che, trasposte nella vita quotidiana, laica, richiamano ai valori fondanti di una società eticamente e moralmente forte. Il nostro obiettivo è quindi quello di contrastare il relativismo culturale che cancella l’identità, la nostra civiltà e i suoi simboli, perfino quelli religiosi.

Anna Daniela Vizzino

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A Maglie l’Unità d’Italia si festeggia onorando un reduce della seconda guerra mondiale

È stata una lunga e composita Notte Tricolore quella che si è tenuta a Maglie per festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia. Una Notte che per la verità è iniziata la mattina del 16 marzo con l’alzabandiera solenne, il rito che solitamente dà inizio a tutte le attività militari. È stato omaggiato con la bandiera tricolore, consegnata dalle mani del sindaco Antonio Fitto, Rizieri Rizzo, magliese e reduce della seconda guerra mondiale. Ad animare la grande notte della bandiera italiana hanno pensato le associazioni combattentistiche e d’arma e gli istituti scolastici che hanno riempito la manifestazione con canti e musiche patriottiche, esibizioni sportive, tra cui quelle delle majorettes portabandiera, lavori teatrali, foto, filmati tratti dalla storia del Risorgimento. Che hanno gettato nuova luce sugli approfondimenti scolastici e su quella parte della Storia italiana che fortunatamente non è stata dimenticata. Tra le iniziative un volo di piccoli aerei, messo in pratica dagli esperti dell’aviosuperficie magliese “Corte de’ Droso”. Intanto continua la mostra “Il percorso storico del Tricolore italiano”: l’adesione degli istituti scolastici che hanno prenotato una visita è stata talmente convinta che gli organizzatori la prorogheranno per altri giorni. Secondo l’amministrazione comunale magliese le commemorazioni per l’Unità d’Italia proseguiranno ancora per tutto il 2011: l’assessorato alla Cultura resta aperto a ogni proposta.

Angela Leucci


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Finito il Carnevale, arriva la Caremma: storia di una tradizione salentina

È ormai la nostra compagna da sempre, la Caremma, una vecchia signora che in molti centri del Salento fa la sua comparsa alla fine del Carnevale. La parola “caremma”, infatti, deriva da Quaresima, ossia il periodo di digiuno che porta alla Pasqua per il calendario cristiano. E se i turisti ne sembrano spesso stupiti, per i salentini è invece una sorta di avvenimento normale e molto atteso. Le persone, in gruppi organizzati e non, danno vita a questi pupazzi, collocandoli sui tetti delle loro casa o in altri luoghi importanti per la comunità. Com’è avvenuto in questi giorni a Palmariggi, dove hanno fatto la loro comparsa le Caremme, a colorare il piccolo centro salentino definito dal regista Giovanni Albanese (che l’ha utilizzato come location per il film “Senza arte né parte” con Vincenzo Salemme) “uno di quei libri, in cui, girando le pagine, si sollevano le immagini”. In questo scenario da favola torna così una tradizione importante. Le foto che vedete sono state concesse dalla Pro Loco di Palmariggi, sul cui profilo Facebook è comparsa una lunga didascalia: “Finito il Carnevale, si affaccia in alto, su cornicioni, pensiline, balconi, una signora vestita di scuro, in abiti contadini, un foulard per coprire i capelli bianchi, scialle di lana e occhiali spessi…

Questa è l’immagine tipica della Caremma, più o meno simpatica, più o meno austera, più o meno aggraziata vecchietta, simbolo del folclore popolare salentino. Nella tradizione popolare, la Caremma rappresenta infatti la moglie del Carnevale, morto di libagioni nel giorno di martedì grasso; veniva appesa sui terrazzi delle case, sui pali a crocicchi delle strade il mercoledì delle Ceneri, a ricordare l’inizio della Quaresima. La Caremma serviva infatti a ricordare ai cristiani che la Chiesa stava vivendo un periodo di penitenza e di astinenza, per cui le feste, le baldorie e gli eccessi del Carnevale dovevano essere eliminati, perché ci si apprestava ad affrontare giorni di digiuno, di sacrificio e di astinenza dalla carne. In più, era una sorta di rudimentale calendario, utile a tener il conto delle settimane che avvicinavano alla Pasqua. Abito nero in segno di lutto, il fantoccio-vegliarda aveva in una mano il fuso e la lana da filare quale simbolo della laboriosità, del tempo e della vita che scorre. Il tempo della penitenza e dell’astinenza veniva invece rappresentato e scandito dalle sette piume di gallina (una per ogni settimana di Quaresima), conficcate in un’arancia (o in una patata) attaccata all’altra mano. Di queste piume se ne toglieva una per settimana, fino al Sabato santo, giorno in cui la stessa Caremma veniva fatta scendere e data alle fiamme, in segno di purificazione e dell’auspicato inizio di una nuova stagione di vita; il rito avveniva subito dopo il suono delle campane che annunciavano la resurrezione del Cristo. Una tradizione carica di significati e fortemente legata alla vita e alla quotidianità del mondo contadino. Uno dei tanti simboli caduti nel dimenticatoio, che l’associazione Pro Loco ha deciso di far riapparire in paese. Oggi, a differenza di allora, esistono infatti meno povertà, meno rinunce, meno sacrifici, ma la suggestione della Caremma resiste al tempo.

Angela Leucci


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Tra le Tavole di San Giuseppe, spunta il progetto Salento-Palestina

Una ricca programmazione per il comune di Uggiano la Chiesa per le giornate del 18 e 19 marzo, in occasione della festività di san Giuseppe. Si tratta di una ricorrenza tradizionale che si ispira alla proverbiale ospitalità salentina, che però nella modernità ha assunto nuovi contorni, mantenendo comunque un vivo senso di ospitalità. L’amministrazione comunale, in collaborazione con la Pro Loco e con il Comitato Santi Medici, organizzano un ricco programma che prevede il 18 marzo alle 18, presso il Palazzo Marchesale di Casamassella, il convegno: “Nel nome del pane: dialoghi, devozioni e tradizioni”, cui prenderanno parte il primo cittadino Salvatore Piconese, l’assessore regionale alle Politiche Agroalimentari Dario Stefano, il consigliere provinciale Francesco Bruni, il commissario dell’APT di Lecce Stefania Mandurino, e il docente di Marketing ed esperto di De.Co Roberto De Donno. Ci sarà inoltre la presentazione del libro di Vittorio Stagnani “I racconti della pentola – Storie per donzelle e cavalieri di gola”, per poi concludere in bellezza, all’interno della sala adiacente alla sala del convegno, con la vera e propria Tavola di san Giuseppe. Il 19 marzo alle 12, sempre presso il Palazzo Marchesale di Casamassella, si tiene il pranzo della Tavola di san Giuseppe. “L’Amministrazione comunale è impegnata nella valorizzazione e nella promozione delle tradizioni locali – spiega il sindaco Piconese – a partire dai festeggiamenti in onore di san Giuseppe, che rappresenta per tutti noi un appuntamento importante con la devozione e con la fede. Per questo stiamo predisponendo un convegno per intrecciare l’elemento religioso con la produzione agroalimentare locale, in particolare il pane, prodotto strettamente legato alla tradizione”. Uggiano accoglie infine l’invito della Provincia di Lecce e sposa pienamente il progetto “Salento-Palestina”, tanto che nel convegno del 18 marzo interverrà il leader dei Radiodervish Nabil Salameh. Il cantante palestinese sarà tra i relatori e illustrerà il progetto “Esperanto, voci di speranza”, nato per sostenere l’Accademia musicale di Betlemme e che ha l’appoggio della Provincia di Lecce, dell’Istituto di Cultura Mediterranea e del Consorzio Salento-Palestina. Il Comune di Uggiano ha così inserito nel programma la “questione palestinese” e il rapporto con i popoli del Mediterraneo. “La presenza di Nabil – continua Piconese – testimonia il rapporto che il paese vuole istaurare con il Mediterraneo. Uggiano e Casamassella, partendo dalle proprie tradizioni e peculiarità storiche e culturali, si aprono al rapporto con gli altri. Costruiamo una nuova politica di promozione del territorio all’insegna della fratellanza tra i popoli del Mediterraneo”.

Angela Leucci

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