Archive | Gennaio, 2012

Otranto: la Kater e i Piccoli profughi

Il 29 gennaio due importanti eventi a Otranto ricorderanno che quello appena passato è stato il ventennale delle migrazioni albanesi in Salento.

“L’Approdo. Opera per l’Umanità Migrante”, la prestigiosa scultura ideata dal grande maestro greco Costas Varotsos, verrà presentata a Otranto dal comune e dall’Istituto di Culture Mediterranee della Provincia di Lecce, alle 12 presso l’Area Fabbriche del Porto.

Il relitto della motovedetta albanese Kater I Rades sta per subire la metamorfosi concettuale, oltre che materiale, da relitto protagonista della “Strage del Venerdì Santo” a opera monumentale simbolo di tutti i migranti morti in mare e di speranza per la società caratterizzata da nuovi tipi di migrazioni.

La trasformazione della carcassa di questa motovedetta è stata anche la battaglia contro l’indifferenza, che si è concretizzata nell’idea dell’Istituto di Culture Mediterranee della Provincia di Lecce e di Integra Onlus, di trasformare la Kater in un monumento da situare presso il porto d’Otranto.

Nonostante le polemiche legate ai costi di realizzazione, al mantenimento di un’opera d’arte contemporanea ed alla collocazione (che ha richiamato alla polemica del riccio di Gallipoli) resta di fatto l’idea e la sintesi artistica grazie alla quale Costas Varotsos, le cui opere sono presenti in tutto il mondo, ha accettato la sfida di creare un monumento a partire dal drammatico relitto della Kater. Il maestro greco, è stato affiancato da cinque giovani selezionati dalla Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo organizzata a Salonicco, ai quali si aggiungeranno un artista greco, un albanese e un italiano.

Il progetto artistico internazionale è stato ideato dalla Cooperativa Artemisia, in media partner con la Copeam.

L’inaugurazione sarà anticipata da una conferenza stampa di presentazione del nuovo progetto “Residenza internazionale per il contemporaneo e le migrazioni” presso il Castello Aragonese alle 10,30, nella quale interverranno Luciano Cariddi, sindaco d’Otranto, Nicola Fratoianni, assessore alle Politiche Giovanili della Regione Puglia, Bruno Ciccarese, assessore alle Politiche Giovanili della Provincia di Lecce, Luigi De Luca, presidente dell’Istituto di Culture Mediterranee della Provincia di Lecce e Luigi Ratclif, presidente della Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo e infine Alessandra Paradisi, segretario generale della Copeam.

Sabato 28 verrà presentato il volume per raccontare le storie dell’esodo albanese in Salento. Il Salento visto dai profughi, terra d’approdo ma anche terra di partenza rappresentante un nuovo inizio, raccontato tramite le amicizie.

Alle 18 a Otranto, presso la sala triangolare del Castello Aragonese, verrà presentato il volume Piccoli Profughi. Il tomo è la vera storia dell’amicizia tra i due autori, Alessandro Santoro e Edison Duraj, il loro dialogo, le lettere e i diari di bordo che li hanno accompagnati dal loro primo incontro nel 2005 sino al ritorno di Edison in Albania.

Il volume è presentato da Maria Rosaria De Lumè, presidente dell’Istituto di culture mediterranee della Provincia, dal rettore dell’università di Lecce Domenico Laforgia, dalla ex preside della media Galateo di Lecce Rita Bortone, dal sindaco di Otranto Luciano Cariddi.

Jenny De Cicco

Invito inaugurazione “L’approdo. Opera all’umanità migrante”

Posted in CulturaComments (0)

TrenItalia: scetticismo e fiducia nell’intervento di Passera

Giannicola De Leonardis, presidente della settima commissione trasporti pugliese e Peppino Longo consigliere Udc in Regione, esprimono, sulla stesso argomento, i sentimenti discordanti della politica pugliese sull’intervento in Camera dei Deputati del ministro Corrado Passera sulla vicenda TrenItalia.

Peppino Longo afferma con una vena scettica: “Non avevamo dubbi, sul trasporto ferroviario anche il ministro Passera si comporta come l’amministratore delegato di Trenitalia, Moretti: il gioco delle tre carte sta diventando il preferito dalle parti di Roma. Ci avevano assicurato che sui tagli ai treni avrebbero fatto dei passi indietro ci avevano anche assicurato un tavolo di confronto ma finora non vediamo azioni concrete. C’è la convocazione del governatore della Calabria per i prossimi giorni ma per noi ancora nulla. L’assessore Guglielmo Minervini si augura che sia dovuto ad un disguido postale, ma io aggiungo che evidentemente ci sono problemi anche sulle linee telefoniche tra Roma e Puglia. Ho l’impressione, invece che ancora una volta governo e Trenitalia ci stiano facendo prima vedere la carta che vince e poi la nascondano accuratamente. Stanno penalizzando il Sud e le parole del governatore Vendola ne sono la conferma. E’ arrivato il momento di far sentire la voce della Puglia e del Mezzogiorno, una voce importante per lo sviluppo di tutto il Paese”.

Più fiducioso De Leonardis che afferma: “Lascia ben sperare l’apertura e la disponibilità del ministro per lo Sviluppo Corrado Passera. L’ultimo question time alla Camera dei Deputati infatti può rappresentare da una parte la ricerca di idonee soluzioni per porre rimedio ai disagi causati dal taglio dei collegamenti ferroviari notturni verso il Sud e la Puglia in particolare e dall’altra una soluzione condivisa sulla questione dei collegamenti ferroviari a lunga percorrenza. Ma parole ed enunciazioni di principio non possono bastare a migliaia e migliaia di utenti gravemente e colpevolmente penalizzati da politiche manageriali scellerate e autolesioniste, e dopo due mesi di stallo è opportuno intervenire per riportare ordine e civiltà nella mobilità su rotaie da Sud a Nord, visti anche i continui disagi in quella su gomma e nei collegamenti aerei”. De Leonardis ribadisce la necessità “dell’immediata convocazione di un tavolo tecnico presso il ministero, con i vertici delle Regioni interessate e Trenitalia, per ribadire Mauro Moretti il diritto alla mobilità anche dei cittadini dell’Italia meridionale in qualsiasi fascia oraria e a costi accessibili, migliorando la qualità dell’offerta e dei servizi. Il cuore di una questione che andrebbe affrontata da ben altre prospettive e con risposte agli antipodi da quelle attuate. Dopo le parole, pur apprezzabili e doverose, del ministro Passera attendiamo fatti, risposte concrete e definitive: uno stop immediato alle politiche di Trenitalia, il ripristino dei collegamenti diretti notturni e il potenziamento (altro che depauperamento) di un servizio pubblico del quale l’Italia, una e indivisibile, non può e non deve fare a meno”.

Jenny De Cicco

Posted in Politica, Primo PianoComments (0)

Lavoro e disagio sociale: Salvatore Negro (Udc) chiede più attenzione da parte del governo regionale

Maggiore attenzione per i problemi del lavoro e del disagio sociale. Questo è quanto chiede il presidente del gruppo Udc alla Regione Puglia, Salvatore Negro. “In questo particolare momento di crisi e difficoltà economiche per l’intero Paese – afferma Salvatore Negro – ognuno deve fare la propria parte con senso di responsabilità. Condividiamo e partecipiamo alle battaglie contro i tagli di Trenitalia o quelle in difesa delle nostre coste e del nostro mare, ma allo stesso tempo invitiamo il presidente Vendola e la sua maggioranza a cercare di risolvere i tanti problemi che affliggono i pugliesi. Vorremmo un’attenzione particolare per i problemi del lavoro e del disagio sociale come quello della frustrazione dei 1200 lavoratori impegnati nei progetti socialmente utili che ancora attendono la maggiore corresponsione per l’aumento dell’orario di lavoro e il riconoscimento della contribuzione ai fini pensionistici per tale attività. In questa delicata fase della vita economica e politica del nostro Paese chiedere al Pd un disimpegno dal sostegno al governo Monti e di conseguenza le elezioni anticipate è poco responsabile.

Altrettanto censurabile il tentativo di inficiare l’impegno e la responsabilità dei partiti che sostengono lo stesso governo. In questo momento nessuno può chiamarsi fuori dalle responsabilità che hanno portato alla attuale situazione: la politica, a tutti i livelli, è chiamata a dare risposte concrete ai problemi della gente e non a polemizzare. Il calo di affluenza alle primarie del centrosinistra a Lecce è il sintomo del distacco e della disaffezione che si è creata tra la classe politica e la gente comune, ma anche del malcontento che serpeggia tra i vari strati della popolazione e che dimostra insoddisfazione verso i governi tanto nazionali quanto regionali. Un dato su cui tutti, indistintamente, siamo chiamati a riflettere. Non si possono illudere 1200 lavoratori e le loro famiglie approvando (su iniziativa del nostro partito) una legge che prevede un aumento del monte ore settimanale e il riconoscimento della contribuzione ai fini pensionistici e poi non attuarla. Qui non si parla di vaghe promesse, ma di qualcosa che è stato stabilito attraverso l’approvazione della legge di bilancio un anno fa e che va attuato. Questo inspiegabile ritardo non riconcilia la politica con i lavoratori e non ne rafforza la credibilità, ma contribuisce ad allargarne le distanze.

Auspichiamo che il governo regionale faccia la sua parte esercitando le proprie competenze per lenire il disagio e le sofferenze di tanti strati della popolazione pugliese e nel contempo cerchi il dialogo e la collaborazione con il governo Monti, per venire incontro ai disagi del territorio, ridare fiducia alla gente e credibilità alla politica”.

Alessandro Conte

Posted in Politica, Primo PianoComments (0)

Regione e città di Lecce non dimenticano la Shoah

67° anniversario della liberazione di Auschwitz, la Giornata della Memoria, ricordata anche in consiglio regionale, con Onofrio Introna, presidente del consiglio regionale: “Il 27 gennaio ricorre il 67° anniversario della liberazione del lager di Auschwitz, una data consacrata da una legge statale del 2000 alla riflessione sulla barbarie dell’odio nazista.

Quel giorno, nel 1945, l’Armata Rossa raggiunse il campo di concentramento nei pressi di un’anonima cittadina polacca. E il mondo cominciò a sapere. L’inferno si apriva dietro il cancello sormontato dalla scritta Il lavoro rende liberi e i camini testimoniavano la disumana efficienza di una delle più aberranti fabbriche di morte di tutti i tempi. L’intero Paese e la Puglia devono fare dell’Olocausto una parte integrante della memoria collettiva”. Quest’anno il consiglio regionale pugliese ricorderà il Giorno della Memoria in maniera inedita, tramite una seduta straordinaria del Parlamento dei Giovani destinatari e depositari della memoria, i ragazzi dell’assemblea e di diverse scuole pugliesi approfondiranno, con testimonianze dal vivo e letterarie, la vicenda finora poco nota degli Imi, gli internati militari italiani nei lager tedeschi.

Anche nel Salento le manifestazioni per non spegnere la luce del ricordo sono state innumerevoli, scuole, associazioni e istituzioni si sono attivate in ogni campo.

Organizzato a Lecce un percorso cittadino sulle tracce della comunità ebraica presente fino agli inizi del XVI, un tour organizzato dal comune assieme all’agenzia OasiMed e svolta nella mattinata del 27 per le scolaresche e nel pomeriggio dalle 17 per tutti.

Sempre a Lecce si è svolta la prima tappa del progetto “Multidisciplinary Art”. Il 27 gennaio alle 18 presso i Teatini si è tenuto l’“Omaggio a Primo Levi e Marc Chagall”. Progetto culturale realizzato da Stefania Negro, e Simone Franco in collaborazione con l’assessorato alla Cultura, Turismo, Spettacolo, Relazioni internazionali e Marketing territoriale del Comune di Lecce, ha per obiettivo quello d’avviare un ciclo di incontri di sperimentazioni artistiche, culturali interdisciplinari, rivolto a tutti i cittadini, alle scuole, alle associazioni e agli artisti.

Il progetto che si articolerà in 10 atti multidisciplinari artistici d’autori italiani ed esteri, in luoghi di prestigio a disposizione del Comune di Lecce, è iniziato intanto nella mattinata del 27 con il laboratorio didattico “Noi non vogliamo dimenticare” insieme alle classi terze, presso la scuola primaria “Cesare Battisti” di Lecce. La mattina si è chiusa con il laboratorio artistico di libera espressione grafica, insieme a Orodè Deoro.

A partire dalle 18 l’iniziativa è proseguita presso la sala conferenze dell’ex convento dei Teatini con un “Omaggio a Primo Levi e Marc Chagall”. A seguire un’introduzione alla musica klezmer e sefardita a cura della musicologa e cantante Nadia Martina.

Alle 19,30 si è tenuta la rilettura personale del gruppo Shanà Tovà (Buon Anno in ebraico), canti e melodie della tradizione musicale e testi tratti dalla letteratura ebraica, con Nadia Martina (canto), Fabio Zurlo (fisarmonica), Simone Franco (voce recitante) e azione pittorica di Orodè Deoro.

Jenny De Cicco

Posted in CulturaComments (0)

“Sensibili memorie”, mostra fotografica in ricordo della Shoah

Da venerdì 27 gennaio a mercoledì 8 febbraio, a San Donato di Lecce, presso la sede dell’associazione culturale Artenoa, si potrà visitare “Sensibili memorie”, una mostra fotografica sul tema della Shoah.

L’evento, organizzato dai Presidi del libro e da Artenoa in collaborazione con la Regione Puglia, oltre a vedere la partecipazione di dodici artisti che useranno la fotocamera per la realizzazione di opere aventi come tema l’Olocausto, sarà occasione di altre iniziative riguardanti questo terribile capitolo di storia recente.

Lo spirito dell’incontro è da ricercare, non solo nella memoria della terribile tragedia che ha visto la morte atroce di milioni di ebrei per mano della follia nazista – ma anche di oppositori politici, omosessuali, zingari, malati terminali – anche nella volontà di lanciare un messaggio di presenza civile e culturale rispetto a nuove forme di intolleranza che sembrano interessare trasversalmente l’intera società ontemporanea.

Nel corso dell’inaugurazione, che avrà inizio alle 18,30, ci sarà la lettura del racconto “L’ora che non viene” di Gianluca Conte, presente nell’antologia “Paesaggi letterari” edita da Historica Edizioni. Lo scritto è ispirato alla storia di una ex internata nel campo di concentramento di Ravensbrück.

La mostra resterà aperta al pubblico nei giorni feriali dalle 17,30 alle 20.

 

Posted in Cultura, Eventi e SpettacoliComments (0)

Riceviamo e pubblichiamo: SALENTO COSMICO – UN MISTER RAPITO DALL’ENERGIA DELLA NOSTRA TERRA

“L’aura o alone luminoso, parola che deriva dal greco “alos” (corona), è ritenuta essere un sottile campo di radiazione luminosa (invisibile all’occhio umano), che secondo tali credenze circonderebbe e animerebbe tutti gli esseri viventi (persone, animali e piante) come una sorta di bozzolo o alone, tanto da sopravvivere al decadimento della vita biologica dell’essere cui tale aura appartiene”. (da Wikipedia)

Io aggiungerei che invece è visibile, non su tutti, ma solo su alcuni individui baciati dal destino. Serse Cosmi è uno di questi e se ne accorgono tutti coloro che hanno la fortuna di incontrarlo. Io e Serse siamo amici da molti anni e non ho mai smesso di tifarlo e di sostenerlo sia in campo che nella vita.

Uscire con lui è davvero curioso. La gente lo saluta come se fosse un caro amico -Ciao Serse!- e lui risaluta sempre e io gli chiedo -lo conosci?- e lui mi risponde puntualmente di no, ma la cosa incredibile è che sembrano davvero amicissimi… Poche persone nel mondo del calcio hanno il suo carisma. A volte alle fiere d’arte incontro Fabio Capello e noto che a nessuno viene in mente di dirgli -Ciao Fabio!- Serse invece è una calamita umana… irresistibile per tutti.

Da salentino, uno dei mie sogni è sempre stato quello di vederlo allenare la squadra della mia terra, il Lecce. Un incontro tra due energie incredibili, il Salento, terra di tensioni magiche come poche, e Serse Cosmi allenatore, guerriero e poeta. Alla notizia che avrebbe allenato il Lecce volevo fare dei salti mortali all’indietro se solo avessi avuto il fisico… quindi i salti li ho fatti dentro e sono andato in giro un giorno intero con un sorriso stampato apparentemente da idiota che invece era di felicità.

In questo periodo sto vivendo nella mia città preferita, Otranto. In pratica, come Siddartha, avevo bisogno di ritrovare me stesso… o forse di perderlo chissà e sono venuto qui. Dovevo starci tre giorni e sono passate tre settimane. Un po’ la colpa è anche di Serse che da quando mi è venuto a trovare ha incrementato il mio entusiasmo salentino a livelli stellari. Abbiamo passeggiato per il centro storico, l’ho portato alla chiesa bizantina e al duomo dove è rimasto sbalordito di fronte al mosaico pavimentale e alle relique dei santi Martiri. Serse non ha mai smesso di parlarmi dell’energia e delle atmosfere che stava vivendo in questa terra. Mi ha raccontato delle sue emozioni sul lavoro e della bellezza di Lecce, del fascino dei paesi dell’entroterra, della luce incredibile, del vento e del colore del mare. Il bello di Serse è che non guarda il mondo solo come un pallone, è che guarda il mondo con il cuore di un poeta… è questo che ha in più rispetto ad altri sportivi, la poesia e la sensazione di vivere la vita come in un romanzo. (Leggetevi il suo libro “L’uomo del Fiume” e capirete meglio). Fuori dal duomo ha persino firmato degli autografi a dei sacerdoti, davvero felliniano.

Per il mio compleanno sono andato a Lecce da lui e siamo usciti insieme a Piermario per locali. E’ stato bellissimo vedere l’entusiamo e il calore della gente nei suoi confronti. Lo salutavano tutti, ma lui continuava a dirmi che non li conosceva.

Domenica l’ho visto in battaglia allo stadio contro il Chievo. Che spettacolo quando si arrabbia. E che gioia vederlo correre come un bambino impazzito verso la curva in esplosione quando al 93′ è giunto lo strameritato pareggio. Serse adesso è uno di noi, si sente di appartenere a un posto speciale al quale vorrebbe fare un regalo immenso, quello di salvare la sua squadra e lui ci crede come ci credo io e fino alla fine combatterà come sempre ha fatto, perchè è uno cui non è mai stato regalato niente e ha lottato da sempre per essere quello che è. Non ha mai paura, anche quando deve incontrare le grandi squadre, Serse si esalta trasformando il pericolo in energia e mi esalto anch’io nel vederlo in campo come un guerriero impavido. A volte lo immagino con un’alabarda in mano che corre verso l’arbitro. L’altra notte ho fatto un sogno. C’era una curva giallorossa in festa, un uomo con un cappello che ci danzava sotto e giocatori tristi in maglia nero azzurra: visioni o sogni premonitori? Chissà, lo scopriremo solo vivendo, come diceva qualcuno.

Una cosa certà è che sarà comunque una grande partita.

Mario Consiglio

Posted in AttualitàComments (1)

L’ORA CHE NON VIENE

di Gianluca Conte

Il treno si fermò in una stazione desolata. Non potevo vedere fuori, il vagone-merci era di privo aperture, ma l’avevo capito perché c’era un profondo silenzio. Il tanfo del piscio e delle feci era ancora sopportabile, e questo significava che non eravamo neanche a metà del tragitto. Ci si abituava a tutto, anche ad essere stipati come animali, o cose. Ammucchiati, congestionati, sporchi. Ma eravamo vivi, se vita poteva chiamarsi quella. Io allora ero una bambina minuta, se mi rannicchiavo, potevo ficcarmi ovunque. Il peggio era per i grandi che, schiacciati come sardine, soffrivano l’angustia di quei vagoni. Uomini e donne, giovani e vecchi, sani e malati, benestanti e poveri. Ebrei, però. Solo la dimensione fisica contava adesso. Adesso eravamo soltanto dei corpi, dei pezzi di carne e nulla più. Le nostre identità, l’avrei presto provato sulla pelle, sarebbero state cancellate. Il treno era immobile, di ghiaccio. Quando l’aria diventava irrespirabile e la tosse veniva a graffiare le gole, lì dentro diventava un formicaio di infezioni. I treni-merci trasportavano gli ebrei, gli zingari e gli oppositori del regime che venivano rastrellati ovunque. In Germania questo avveniva già da un pezzo, ma qui in Italia, una cosa del genere non era mai capitata. Mia madre, mi fece cenno di non addormentarmi, che era troppo freddo. Dovevo stare sveglia, avrei dormito una volta a destinazione. In fondo, loro, avevano bisogno di noi, di braccia da lavoro. Nei campi, si andava a lavorare. Che male c’era? Con la povertà che mordeva, era una fortuna, dicevano. Dicevano pure che occorreva passare una visita medica, che solo quelli di sana e robusta costituzione potevano andare a lavorare; degli altri, nessuno sapeva. “Sara” mi richiamava la mamma “sveglia, mi raccomando”. I miei occhi volevano chiudersi, ma dovevo resistere, dovevo tenerli aperti. Non andavo più a scuola da tre mesi, ormai. Da tre mesi ci sbattevamo da una parte all’altra dell’Italia. Roma, Firenze, Milano, la campagna lombarda. Bisognava nascondersi, fuggire come animali braccati. Non dovevano trovarci. Ma ci trovarono. Era buio quella sera. Nello scantinato della casa non era rimasto niente da mangiare. Faceva freddo, sempre freddo. Mortara d’inverno era gelida. Renato Giglio e sua moglie Margherita ci tenevano in casa loro a rischio della vita. Da due giorni eravamo digiuni. Mia madre disse che se non mettevamo qualcosa sotto i denti avremmo fatto la fine dei topi in gabbia. Ma era pericoloso, troppo pericoloso. E i morsi della fame cominciavano a farsi sentire, impietosamente. I Giglio non avevano più nulla nella dispensa, ci avevano pensato i fascisti a ripulire tutto: “Non volete contribuire al sostentamento del valoroso movimento? O dobbiamo pensare che state con i partigiani?”. Renato avrebbe voluto mollargli un pugno sul grugno, ma aveva due figlie. Bisognava pensare a loro. “Margherita” disse mia madre “andiamo noi che siam donne, ci lasciano stare vedrai”. Renato impallidì. Poi si portò l’indice alla tempia come per dire “Siete impazzite?”. Non voleva, il rischio era altissimo.
“La situazione non cambierà” riprese mia madre. “Non possiamo aspettare un miracolo.. dobbiamo uscire e trovare qualcosa da mangiare”. Uscirono. Per fortuna i fasci non trovarono il nascondiglio dei soldi, sotto la mangiatoia dei conigli. Credo che io, Renato e le figlie avevamo più paura di mia madre e Margherita. Il coraggio delle mamme. Pensai che una madre avrebbe dato la vita per i figli senza battere ciglio. Maria e Assunta Giglio ci seguirono sul treno per Ravensbrück. Non tornarono mai più. L’ultima volta che le ho viste abbiamo giocato a raccontarci fiabe. Io ne conoscevo tante. Loro ne sapevano solo tre: Cenerentola, Il brutto anatroccolo e Rosaspina. Erano dolci Maria e Assunta, due bambine. L’orrore che ci aspettava nel campo di sterminio le annientò di schianto. Troppo tenere, creature troppo buone per sopportare il regime disumano del lager. I miei dodici anni non mi erano mai pesati tanto quanto quella sera. Una pattuglia tedesca aveva scoperto mia madre e Margherita, ma non le aveva bloccate subito. Le seguirono, fino a casa di Renato Giglio. Ci scovarono tutti tra grasse risate. “Juden Raus”. L’avrei sentita fino alla nausea quell’esclamazione. Una SS ci disse di seguirli. Al minimo segno di ribellione o anche solo di disappunto ci avrebbero sparato. “Peccato che siete ebree” disse uno di loro rivolgendosi alle ragazze e ficcando la canna della mitraglietta sotto il mento di Assunta, la più piccola. Renato non ci vide più, si scagliò sulla SS e cercò di afferrargli l’arma. Quello però fu più veloce e gli esplose contro una raffica di colpi. Renato cadde a terra in una pozza di sangue. “Dreckiger Jude!” imprecò la SS. Poi si voltò verso di noi che eravamo ammutolite e disse: “Ecco cosa vi aspetta”. Maria e Assunta non riuscivano quasi a respirare. Credo non realizzassero nemmeno di trovarsi lì in quel momento. Ma non ci fu il tempo di pensare. La SS che aveva massacrato Renato ci intimò nuovamente di seguirli: “Wandern, forsch!”. Alla stazione di Milano c’era l’inferno. Un numero impressionante di uomini, cose, mezzi. Il fumo dei treni, il via vai pazzesco dei militari, le urla dei deportati, i gemiti dei bambini piccoli. Spari. Legnate. Pugni. Calci. Tutto era consentito, tutto era proibito: dipende da che parte stavi. Io avevo ancora negli occhi Renato, riverso nel suo stesso sangue. Ma ora c’erano questi altri poveracci: morti, feriti, picchiati, morenti, febbricitanti. Renato era ieri, questi erano l’oggi. Tutti, tutti partivamo al nord, dove si parlava tedesco. Varcata la frontiera i nostri destini si sarebbero risolti nel nulla. Non saremmo più stati esseri umani, ma semplici numeri, sigle tatuate, marchiate sulla pelle. Per sempre. A cosa serviva il nostro pianto? L’acciaio non conosce il dolore. Gli uomini superiori, i puri, gli ariani, avevano un’altra morale. Anzi, erano superiori alla morale stessa. Erano al di là del bene e del male. Cos’ero io, piccola ragazzina ebrea? Che valore poteva avere la mia vita? Fummo spinti sul treno a forza di percosse. Non era necessario, non c’era bisogno di tutta quella violenza. Saremmo comunque saliti su quel treno, nessuno poteva opporsi al proprio destino. Ma la violenza, la cieca brutalità, la crudeltà gratuita, facevano parte dello stesso destino. È questo che mi fa più rabbia ora, l’essere stati privati di ogni diritto, della minima umanità. Le botte, i maltrattamenti, gli stenti, o ti abbruttivano, tirando fuori la bestialità più ottusa che uno covava dentro, oppure ti annientavano, ti facevano sentire sconfitta, rassegnata. Una cosa più grande di noi, una cosa troppo grande per immaginarla con la mente di una bambina. Io, solo dodici anni. Sul treno c’è silenzio. Fuori c’è silenzio. Sembrano secoli che Renato è morto, che ci hanno trovati e messi su questo vagone. Ma era solo ieri. Binario 21. Non lo dimenticherò mai.
Gramzow. Si chiamava così la stazione silenziosa prima di Ravensbrück, quella in cui vidi mia madre per l’ultima volta. In quello scalo ferroviario dalla quiete irreale facevano lo smistamento. A Ravensbrück ci andavano solo le donne. In un locale a due passi dalla biglietteria i tedeschi avevano allestito un’infermeria. Dovevamo scendere. Era lì che eseguivano la prima visita medica. Avrei imparato a caro prezzo cosa significava “visita medica”: vita o morte. Ci divisero. Mia madre tentò di tenermi stretta a sé, ma una SS la colpì in pieno volto col calcio del fucile. “Non aver paura”. Furono le ultime parole che mi disse la mamma con le labbra sanguinanti. Alcune donne cercarono di aiutarla a rialzarsi ma la SS che l’aveva colpita e un’altra sopraggiunta proprio in quel momento picchiarono anche loro. Poi, un ufficiale chiamò i soldati. Mia madre era ancora a terra.
Passarono diverse ore prima che il graduato nazista riapparisse. L’ufficiale e le SS confabulavano. Il tenente Heynrich, così si chiamava l’ufficiale, aveva in mano un foglio. Una lista. Chi doveva morire subito e chi si sarebbe consumato in un campo di concentramento. Mia madre, l’avrei saputo anni dopo, fu giudicata “inabile al lavoro”, il che equivaleva ad una condanna a morte. Forse a causa del suo fisico minuto, forse perché aveva tentato di abbracciarmi. La portarono via insieme ad altre centocinquanta persone. Come può una madre lasciare sola sua figlia? Come può? I suoi capelli, il suo viso, le sue mani su di me. Nulla era più di tutto questo. “Non aver paura”. Il treno partì, sordo al dolore. Strideva, sfiatava, ondeggiava sui binari della follia.

Ravensbrück: un inferno mascherato da zoo. C’erano aiuole piene di fiori, c’erano animali: scimmie, pavoni, un pappagallo. Stranite, camminavamo lungo questo improbabile campo. Attraversammo un prato verde. Al di là del prato, coperto da grandi pini, il centro del lager, teatro degli orrori, ben occultato, lontano dagli occhi di possibili visitatori. Poi, quasi irraggiungibile, il muro di recinzione, su cui passava l’alta tensione.
Appena arrivate le guardie ci dissero subito che lì dentro non eravamo più nessuno: non avevamo più alcun diritto. Eravamo spoglie, indifese, umiliate. Chiunque avesse violato il regolamento avrebbe implorato di morire. Ora sapevo che la morte non era la cosa più brutta che può capitare. L’appello durò quattro ore. Dovevamo stare in piedi, senza azzardare la minima replica. Alcune, sfinite per il lungo ed estenuante tragitto, si accasciarono a terra. Furono prese a bastonate. Due morirono per la violenza dei colpi, le altre, con uno sforzo sovrumano, si rimisero in piedi. Una SS, come se niente fosse accaduto, lesse ad alta voce i punti del regolamento che dovevamo ficcarci in testa all’istante: “Chi assumeva un contegno ironico nei riguardi delle SS; chi volontariamente ometteva il saluto e chi rifiutava di sottomettersi alla disciplina; chi assaliva una guardia, chi rifiutava di lavorare; chi fomentava la rivolta; chi abbandonava una colonna o si allontanava da un luogo di lavoro; chi durante le attività scriveva, discuteva, o faceva qualsiasi cosa che non fosse prevista dal regolamento, era passibile delle più feroci punizioni, fino alla morte”.
La fredda voce della SS non lasciava nessuna speranza. Fummo portate in un baraccone. Qui subimmo forse la più pesante delle umiliazioni: la rasatura. Provammo un infinito ribrezzo a vedere le nostre teste che pian piano diventavano tonde, lucide. I capelli cascavano lentamente ai nostri piedi ciocca a ciocca, inesorabilmente, sotto i colpi della tosatrice, metallici e gelidi. La macchinetta emetteva un rumore sinistro, agghiacciante, che ancora oggi certe notti credo di sentire quando c’è tanto silenzio. I capelli che cadevano apparivano quasi metafore delle nostre vite, che poco a poco si spegnevano. Ma non era finita, il peggio doveva ancora arrivare. Ci rasarono anche nelle parti intime. I rasoi usati erano vecchi e avevano lame poco affilate, alcune mezzo arrugginite. È impossibile raccontare il senso di repulsione, di disgusto che si prova quando la propria intimità viene oltraggiata, derisa, violata. Ci marchiarono il braccio sinistro, indelebilmente. Ecco, adesso avevamo veramente cessato di esistere come donne, come esseri umani, per divenire quel segno sul braccio. Non – esseri senza alcun diritto.

Le nostre vite erano scandite dalla sirena del campo. A quel suono inumano dovevamo scattare. Veloci, mute. Le guardie ci urlavano contro di muoverci, ci insultavano, mentre i cani al guinzaglio latravano e ringhiavano. I nostri aguzzini li istigavano, si divertivano a terrorizzarci. Dovevamo metterci in fila e restare così per un’ora, due, tre. Fin quando le SS non dicevano che bastava. Allora ci incamminavamo verso i posti di lavoro.
Noi italiane siamo state le ultime ad arrivare al campo. All’inizio le detenute di altre nazionalità ci discriminarono. Era il prezzo da pagare come alleati e complici dei nazisti. Ma non era solo questo. Noi non parlavamo il tedesco e il polacco, le lingue del lager, e le altre, lì dentro, non conoscevano l’italiano. Nessuna ci avrebbe detto delle minacce che costantemente avremmo sentito addosso, di come evitarle o aggirarle. Avere amici nel campo equivaleva ad avere un appiglio cui aggrapparsi, una speranza di sopravvivenza. Tutte, indistintamente, soffrivamo in quel macello. Soffrivamo per la confusione, l’afflizione di sentirsi esseri subumani, oggetti nelle mani dei nazisti. Ma per noi, italiane, ree di connivenza coi tedeschi, c’era una pena in più: la vergogna del fascismo. Pochissimi a Ravensbrück e nei dintorni erano a conoscenza del rivolgimento della guerra, del passaggio dell’Italia dalla parte degli alleati. Nel lager le notizie non arrivavano, non potevano arrivare. L’astio nei nostri confronti durò poco. Là dentro o ci si aiutava tutte, o non tiravi avanti. Imparammo presto a intenderci a memoria, a difenderci, a farla in barba alle guardie, ad evitare di venir massacrate. La ripugnanza verso i nazisti e il desiderio di farcela fu il collante che tenne insieme noi internate. L’azione disumanizzante che i nazisti perpetravano su di noi, diretta, costante, maligna, ma che alle volte cercava di insinuarsi subdolamente nella testa, logorandoti, stava trovando un’avversaria potente: la voglia di libertà e di riscatto, nonostante tutto. Avevamo sviluppato una forza che non sapevamo di avere. E questo è difficile da capire, perché non passava giorno in cui non subivamo angherie, soprusi, violenze. Lo stesso cammino, uguale per tutte: fame, sfinimento fisico, morte. Non ci lasciammo andare alla voglia d’abbandono.

Nel campo si lavorava in turni di dodici ore, giorno e notte. Bisognava caricare pesi assurdi: legna, ferro, acciaio, pietre. Alle SS non importava se eri una bambina, bastava essere giovani e robuste. Io avevo quasi tredici anni, ma ero esile, minuta. Mi risparmiarono unicamente perché sapevo cucire e tagliare la stoffa. Fui impiegata in sartoria. Occorrevano sempre nuove uniformi per l’esercito tedesco. Le altre mi ritenevano fortunata e paracula a non dover sopportare i lavori estenuanti dei capannoni industriali, ed alcune erano invidiose. Me l’avevano fatto capire. Lo avvertivo nei loro sguardi, in certi loro commenti. Il lavoro durissimo, la mancanza di sonno, la malnutrizione, le pessime condizioni igieniche, il continuo terrore, distruggevano il fisico ma soprattutto la mente. Pian piano ti logoravano, ti uccidevano. Ecco scoppiare allora le piccole gelosie, le piccole meschinità. Nell’insopportabile tragedia umana che vivevamo, c’era anche questo. Potevo capirle, c’era da impazzire, più che per le SS, per le kapò, donne e ragazze come noi, detenute, internate. Nessun’altra ci disprezzava come loro. Nessun’altra ci odiava come loro. Forse perché in noi ritrovavano se stesse, la condizione infima, il peggio del peggio. Una lotta tra disperati. I simili si odiano a vicenda. Invece no. Quelle così erano solo tre in tutto il campo. Tra noi altre eravamo solidali, ci aiutavamo. E ci volevamo bene, ne ero sicura. Forse proprio in quell’inferno abbiamo iniziato ad intuire il senso della parola “democrazia”.
Alcune mi invidiavano, ma non c’era molto da invidiarmi. Avrei pagato un prezzo altissimo per questa mia situazione privilegiata.
Quel giorno dovevano pulirci. La disinfestazione: ci veniva passato dappertutto uno straccio intriso di petrolio. Era una mattinata gelida, e noi in fila, immobili, tremanti come foglie. Le SS godevano nell’umiliarci. Ridevano mentre ci guardavano come si guardano animali impotenti, con gli occhi colmi di disprezzo; ridevano mentre ci sputavano addosso, in faccia, sul collo, sul seno; ridevano mentre brucavano i nostri corpi nudi con i manganelli. Ridevano.
Un sottoufficiale chiamò per la visita. Le visite ci terrorizzavano più di ogni altra cosa. Il camice bianco dei dottori e degli infermieri era ingannevole. Non era il nero delle uniformi SS, ma dietro quel candore si nascondeva l’orrore, la cieca follia. Nude, infreddolite, schiacciate nelle nostre misere spalle, aspettavamo. Alcune furono scartate per delle insignificanti chiazze sulla pelle, nei, pustole, brufoli. Altre perché avevano le gambe storte o semplicemente perché erano strabiche. Le ragazze più carine, soprattutto quelle come noi, arrivate da poco e non ancora rovinate dalle condizioni estreme del lager, finivano nei bordelli. Anche le ragazze-divertimento dei bordelli suscitavano l’invidia di quelle che lavoravano pesante. Le “bamboline” ricevevano spesso regali, molto utili lì dentro: calzini, guanti, mantelline. Roba da niente, cose per lo più vecchie e mezze lacere, ma erano oro colato per chi non si poteva permettere nulla. Le bamboline a volte morivano per i maltrattamenti, le sevizie. Nessuno dava niente per niente. La bellezza poteva essere un’ulteriore maledizione là dentro. I regali costavano cari.
Alle sei del pomeriggio di quel giorno, il giorno della visita, avrei desiderato morire. Nel revier, l’infermeria, eravamo rimaste solo noi. Ci avevano lasciate per ultime. Dieci ragazze. Non andavamo a lavorare ai capannoni industriali, non ci toccava prostituirci nei bordelli, non ci facevano tornare alle nostre occupazioni, non ci avevano uccise. Un ufficiale medico ordinò alle SS che ci sorvegliavano di portargli due Krouki nella baracca posta dietro l’infermeria. La baracca era segnalata con la sigla NN. Nessuna di noi immaginava, neanche lontanamente, gli orrori che si celavano dietro quella scritta. NN, Nacht und Nebel: Notte e Nebbia. Là dentro i zelanti medici nazisti eseguivano esperimenti sulle fratture ossee. I medici frantumavano a colpi di martello le ossa delle gambe delle internate per poi ricomporne i frammenti. Una realtà spaventosa, raccapricciante. La ragazza entrata prima di me cacciò un urlo disumano, straziante. Si ribellò, iniziò a dimenarsi e tentò di divincolarsi. Due SS le furono subito addosso e la picchiarono selvaggiamente. Il medico intimò loro di farla sparire. Fu gassata l’indomani mattina. Toccava a me. Avrei potuto urlare anch’io, ribellarmi, insultarli magari. Non lo feci. Avevo razionalizzato: ero una Krouki, una cavia umana. Ma potevo vivere, forse. Di Lina, così si chiamava la ragazza che aveva tentato di reagire, non se ne è saputo più nulla. Dal momento in cui mise piede nel lager, e soprattutto dopo essere entrata nella baracca NN, le sue tracce sono andate disperse. Chi oltrepassava la soglia di quella baracca diventava invisibile, del suo destino nessuno doveva sapere più nulla. Di lei, è rimasta solo la sua vita antecedente quel giorno a Milano. Lina, inghiottita dalla Notte e dalla Nebbia. Il medico fece cenno di avvicinarmi. I miei passi erano impercettibili, felpati, come quelli di un gatto. L’uomo in camice bianco non aveva in mano il martello ma un tubetto di medicinale sul quale potevo scorgere una “B”. In piedi davanti a lui quasi non respiravo. Si fece scivolare sulla mano alcune compresse. Me ne diede una e mi disse di ingoiarla. Esitai, guardando con diffidenza la compressa che avevo in mano. Il medico mi rivolse uno sguardo di fuoco. Le due SS che erano appena dietro di me battevano il manganello sulle mani. Era inutile prendere tempo: dovevo mandare giù quella compressa. Ancora una volta pensavo che mi fosse toccata una sorte migliore delle altre, ancora una volta mi sbagliavo. Fu somministrata una compressa a ciascuna ragazza rimasta nella baracca NN. Appena finito il medico ordinò alle SS di ricondurci alle nostre baracche. Non ebbi modo di appoggiarmi alla branda, un dolore lancinante, incredibile mi prese l’addome. Ero piegata in due, non riuscivo nemmeno a gridare, il fiato mi si strozzava in gola. Così pure le due ragazze che come me avevano ingollato la compressa. Sudavamo freddo, mentre le altre non capivano il perché del nostro stato. Pian piano il dolore acutissimo lasciò il posto ad un intenso bruciore di stomaco. Avvertimmo un prurito alla pancia, mentre un sapore acido e dolciastro ci saliva in bocca. “Cosa vi hanno fatto” disse Emma, la più anziana della baracca. Ma noi non potevamo parlare, non ne eravamo capaci. E poi, tutte ricordavamo il monito del medico: chi avesse parlato delle cose che accadevano alla baracca NN sarebbe stato eliminato, se scoperto. “Qualcosa debbono pur avervi fatto” continuava Emma. Silenzio. Un mortale, innaturale silenzio. Le nostre pene andavano rispettate, fu questo una sorta di messaggio implicito che tutte le altre della baracca recepirono. Il mattino seguente notammo delle macchie rosse e delle piccole abrasioni su più parti del corpo. Fummo prese dal terrore. Ricordavamo bene che per delle cose così ti mandavano a morire. Abbiamo fatto di tutto per coprire quei segni, ma fu inutile. Una dottoressa SS comparve all’improvviso scortata da dieci guardie armate fino ai denti. “È una cosa che non deve riguardarvi” ci urlò contro “fate finta di niente”. Si riferiva a quei segni, che evidentemente erano le conseguenze di quel medicinale. Noi non aspettavamo altro, di far finta di niente. La dottoressa versò nelle caldaie dove preparavano la nostra schifosissima zuppa un prodotto chimico. Sul contenitore notai la stessa “B” del tubetto che avevo visto nella baracca NN. Una volta mangiata la zuppa abbiamo capito che era davvero lo stesso prodotto. Ci aveva causato uguali sintomi di malessere. Avremmo presto scoperto cos’era quel medicinale, serviva a sterilizzarci. L’orrore non aveva fine.
Ogni volta che pensavamo di non poter provare niente di più atroce, l’atrocità superava se stessa. Periodicamente, all’inizio di rado, poi sempre più di frequente, c’erano gli appelli per le visite. E c’erano donne che dovevano morire: malate, stremate, anziane, pazze e soprattutto ebree. Di tutte queste, erano quelle con problemi mentali che mi facevano più pena. Le pazze venivano denudate e chiuse in una piccola stanza, il numero viola dipinto sulla schiena. Tante donne e ragazze innocenti, ridotte a numeri color viola, morivano nella piccola camera a gas predisposta in una baracca degli attrezzi. La baracca aveva un’apertura nel tetto dalla quale immettevano il Cyclon B, un gas velenosissimo.
Istericamente, risi. Pensai che tutte le sigle che cominciavano per “B” erano legate alla morte. Molte di noi morirono in quel modo, oppure morirono di stenti, o fucilate, bastonate, picchiate a mani nude, impiccate. Altre morirono di fame o per gli esperimenti criminali di medici fanatici.

Il tempo passava, ma io non me ne accorgevo. Nel lager il tempo non aveva senso.
Ma qualcosa stava cambiando. Le guardie da qualche giorno erano più nervose e distratte. Iniziava a girare voce che la fine della guerra era vicina e che la Germania avrebbe perso. La cosa andò avanti così per due settimane, finché una mattina, alle prime luci dell’alba, le SS decisero di mettersi in marcia verso nord-ovest. Le donne che ne avevano la forza sarebbero state costrette a camminare. Quelle che invece non ce la facevano, perché come me erano in pessime condizioni di salute, rimasero nel campo. Le SS abbandonarono l’idea di ammazzarci per non sprecare munizioni e tempo. I russi erano vicini i nazisti avevano fretta di sbaraccare. Il 30 Aprile del 1945 fummo liberate dall’Armata Rossa. Eravamo circa tremila, tutte stremate, molte in fin di vita. Molte morirono alcune settimane dopo la Liberazione. Altre, come me, si portarono dietro i segni fisici e mentali della vita nel lager. Di quelle costrette a fare la “marcia della morte”, non abbiamo saputo più niente. Fu un’altra crudeltà, forse l’ultima, dei nazisti: costringere a marciare fino allo sfinimento, senza una meta, le deportate. Io le sento vicine, come solo chi ha provato quell’orrore può sentirle vicino. Non ricordo il nome di tutte, ma di molte ricordo i volti, le voci. Vi abbraccio tutte, vi stringo forte a me. Vi voglio bene, e sempre ve ne vorrò.

1984. Mia figlia Rosa sta ascoltando Forever young degli “Alphaville”, una band tedesca. È bastato un niente per farmi rivivere una vita. I ricordi si accavallano, senza rispettare il tempo, la logica. Appaiono confusi, poi chiari, poi si confondono di nuovo. Un flusso di memoria, infinito, mi sommerge togliendomi il respiro. Un vortice di emozioni, odori, suoni, immagini. Germania. Sono stata a Berlino con mio marito l’anno scorso. Ci siamo fermati proprio sotto la Porta di Brandeburgo. È lì che la celebrazione della follia nazista ha conosciuto l’apice e la fine. Piansi. Finalmente piansi. L’uomo dimentica presto. Forse per non impazzire. Io volevo dimenticare. Per tanto tempo l’ho voluto, cercato, implorato. Un oblio consolatore, oppure solo un modo come un altro per resistere, per rimanere in vita. Per rifarmi un vita, se mai possibile, dopo quell’orrore. Ma come si può dimenticare? Come…
Il miracolo della nascita. Sarebbe bastata un’altra volta, forse, un’altra volta prendere quel maledetto medicinale e non avrei più potuto avere figli. Mi monta la rabbia, una rabbia atroce. Questa volta sì, sono stata fortunata. Molte altre no. Centinaia, migliaia di donne, no. L’orrore è troppo grande per spiegarlo agli uomini. Senti che l’odio vuole appropriarsi di te, l’odio vuole la sua parte. È talmente facile odiare quando hai provato il male supremo. Eppure non odio, non posso odiare. Ancora una volta ho meraviglia della mia forza d’animo. Guardo negli occhi mia figlia e mi rivedo, adolescente. Prima, durante, dopo la prigionia. Non posso dimenticare, non voglio dimenticare. Nonostante tutto, nonostante l’orrore, ho conservato la mia dignità. Non voglio dimenticare, ma ricordare tutto e trarne forza. Si può. Posso farlo. Devo farlo. Voglio farlo. Per mia figlia, per me, per chi non c’è più. Ma non devo rimanere sola nel mio ricordo. La memoria, sì, la memoria di tutti. Non lasciatemi sola nel mio ricordo. Non dimenticate, vi prego. Non dimenticate.
Mia figlia ascolta lo stereo a volume troppo alto, glielo dico sempre.
“Il paradiso può aspettare, noi stiamo solo guardando il cielo, sperando il meglio ma aspettando il peggio, farai scoppiare la bomba o no?”

di Gianluca Conte

Il treno si fermò in una stazione desolata. Non potevo vedere fuori, il vagone-merci era di privo aperture, ma l’avevo capito perché c’era un profondo silenzio. Il tanfo del piscio e delle feci era ancora sopportabile, e questo significava che non eravamo neanche a metà del tragitto. Ci si abituava a tutto, anche ad essere stipati come animali, o cose. Ammucchiati, congestionati, sporchi. Ma eravamo vivi, se vita poteva chiamarsi quella. Io allora ero una bambina minuta, se mi rannicchiavo, potevo ficcarmi ovunque. Il peggio era per i grandi che, schiacciati come sardine, soffrivano l’angustia di quei vagoni. Uomini e donne, giovani e vecchi, sani e malati, benestanti e poveri. Ebrei, però. Solo la dimensione fisica contava adesso. Adesso eravamo soltanto dei corpi, dei pezzi di carne e nulla più. Le nostre identità, l’avrei presto provato sulla pelle, sarebbero state cancellate. Il treno era immobile, di ghiaccio. Quando l’aria diventava irrespirabile e la tosse veniva a graffiare le gole, lì dentro diventava un formicaio di infezioni. I treni-merci trasportavano gli ebrei, gli zingari e gli oppositori del regime che venivano rastrellati ovunque. In Germania questo avveniva già da un pezzo, ma qui in Italia, una cosa del genere non era mai capitata. Mia madre, mi fece cenno di non addormentarmi, che era troppo freddo. Dovevo stare sveglia, avrei dormito una volta a destinazione. In fondo, loro, avevano bisogno di noi, di braccia da lavoro. Nei campi, si andava a lavorare. Che male c’era? Con la povertà che mordeva, era una fortuna, dicevano. Dicevano pure che occorreva passare una visita medica, che solo quelli di sana e robusta costituzione potevano andare a lavorare; degli altri, nessuno sapeva. “Sara” mi richiamava la mamma “sveglia, mi raccomando”. I miei occhi volevano chiudersi, ma dovevo resistere, dovevo tenerli aperti. Non andavo più a scuola da tre mesi, ormai. Da tre mesi ci sbattevamo da una parte all’altra dell’Italia. Roma, Firenze, Milano, la campagna lombarda. Bisognava nascondersi, fuggire come animali braccati. Non dovevano trovarci. Ma ci trovarono. Era buio quella sera. Nello scantinato della casa non era rimasto niente da mangiare. Faceva freddo, sempre freddo. Mortara d’inverno era gelida. Renato Giglio e sua moglie Margherita ci tenevano in casa loro a rischio della vita. Da due giorni eravamo digiuni. Mia madre disse che se non mettevamo qualcosa sotto i denti avremmo fatto la fine dei topi in gabbia. Ma era pericoloso, troppo pericoloso. E i morsi della fame cominciavano a farsi sentire, impietosamente. I Giglio non avevano più nulla nella dispensa, ci avevano pensato i fascisti a ripulire tutto: “Non volete contribuire al sostentamento del valoroso movimento? O dobbiamo pensare che state con i partigiani?”. Renato avrebbe voluto mollargli un pugno sul grugno, ma aveva due figlie. Bisognava pensare a loro. “Margherita” disse mia madre “andiamo noi che siam donne, ci lasciano stare vedrai”. Renato impallidì. Poi si portò l’indice alla tempia come per dire “Siete impazzite?”. Non voleva, il rischio era altissimo.
“La situazione non cambierà” riprese mia madre. “Non possiamo aspettare un miracolo.. dobbiamo uscire e trovare qualcosa da mangiare”. Uscirono. Per fortuna i fasci non trovarono il nascondiglio dei soldi, sotto la mangiatoia dei conigli. Credo che io, Renato e le figlie avevamo più paura di mia madre e Margherita. Il coraggio delle mamme. Pensai che una madre avrebbe dato la vita per i figli senza battere ciglio. Maria e Assunta Giglio ci seguirono sul treno per Ravensbrück. Non tornarono mai più. L’ultima volta che le ho viste abbiamo giocato a raccontarci fiabe. Io ne conoscevo tante. Loro ne sapevano solo tre: Cenerentola, Il brutto anatroccolo e Rosaspina. Erano dolci Maria e Assunta, due bambine. L’orrore che ci aspettava nel campo di sterminio le annientò di schianto. Troppo tenere, creature troppo buone per sopportare il regime disumano del lager. I miei dodici anni non mi erano mai pesati tanto quanto quella sera. Una pattuglia tedesca aveva scoperto mia madre e Margherita, ma non le aveva bloccate subito. Le seguirono, fino a casa di Renato Giglio. Ci scovarono tutti tra grasse risate. “Juden Raus”. L’avrei sentita fino alla nausea quell’esclamazione. Una SS ci disse di seguirli. Al minimo segno di ribellione o anche solo di disappunto ci avrebbero sparato. “Peccato che siete ebree” disse uno di loro rivolgendosi alle ragazze e ficcando la canna della mitraglietta sotto il mento di Assunta, la più piccola. Renato non ci vide più, si scagliò sulla SS e cercò di afferrargli l’arma. Quello però fu più veloce e gli esplose contro una raffica di colpi. Renato cadde a terra in una pozza di sangue. “Dreckiger Jude!” imprecò la SS. Poi si voltò verso di noi che eravamo ammutolite e disse: “Ecco cosa vi aspetta”. Maria e Assunta non riuscivano quasi a respirare. Credo non realizzassero nemmeno di trovarsi lì in quel momento. Ma non ci fu il tempo di pensare. La SS che aveva massacrato Renato ci intimò nuovamente di seguirli: “Wandern, forsch!”. Alla stazione di Milano c’era l’inferno. Un numero impressionante di uomini, cose, mezzi. Il fumo dei treni, il via vai pazzesco dei militari, le urla dei deportati, i gemiti dei bambini piccoli. Spari. Legnate. Pugni. Calci. Tutto era consentito, tutto era proibito: dipende da che parte stavi. Io avevo ancora negli occhi Renato, riverso nel suo stesso sangue. Ma ora c’erano questi altri poveracci: morti, feriti, picchiati, morenti, febbricitanti. Renato era ieri, questi erano l’oggi. Tutti, tutti partivamo al nord, dove si parlava tedesco. Varcata la frontiera i nostri destini si sarebbero risolti nel nulla. Non saremmo più stati esseri umani, ma semplici numeri, sigle tatuate, marchiate sulla pelle. Per sempre. A cosa serviva il nostro pianto? L’acciaio non conosce il dolore. Gli uomini superiori, i puri, gli ariani, avevano un’altra morale. Anzi, erano superiori alla morale stessa. Erano al di là del bene e del male. Cos’ero io, piccola ragazzina ebrea? Che valore poteva avere la mia vita? Fummo spinti sul treno a forza di percosse. Non era necessario, non c’era bisogno di tutta quella violenza. Saremmo comunque saliti su quel treno, nessuno poteva opporsi al proprio destino. Ma la violenza, la cieca brutalità, la crudeltà gratuita, facevano parte dello stesso destino. È questo che mi fa più rabbia ora, l’essere stati privati di ogni diritto, della minima umanità. Le botte, i maltrattamenti, gli stenti, o ti abbruttivano, tirando fuori la bestialità più ottusa che uno covava dentro, oppure ti annientavano, ti facevano sentire sconfitta, rassegnata. Una cosa più grande di noi, una cosa troppo grande per immaginarla con la mente di una bambina. Io, solo dodici anni. Sul treno c’è silenzio. Fuori c’è silenzio. Sembrano secoli che Renato è morto, che ci hanno trovati e messi su questo vagone. Ma era solo ieri. Binario 21. Non lo dimenticherò mai.
Gramzow. Si chiamava così la stazione silenziosa prima di Ravensbrück, quella in cui vidi mia madre per l’ultima volta. In quello scalo ferroviario dalla quiete irreale facevano lo smistamento. A Ravensbrück ci andavano solo le donne. In un locale a due passi dalla biglietteria i tedeschi avevano allestito un’infermeria. Dovevamo scendere. Era lì che eseguivano la prima visita medica. Avrei imparato a caro prezzo cosa significava “visita medica”: vita o morte. Ci divisero. Mia madre tentò di tenermi stretta a sé, ma una SS la colpì in pieno volto col calcio del fucile. “Non aver paura”. Furono le ultime parole che mi disse la mamma con le labbra sanguinanti. Alcune donne cercarono di aiutarla a rialzarsi ma la SS che l’aveva colpita e un’altra sopraggiunta proprio in quel momento picchiarono anche loro. Poi, un ufficiale chiamò i soldati. Mia madre era ancora a terra.
Passarono diverse ore prima che il graduato nazista riapparisse. L’ufficiale e le SS confabulavano. Il tenente Heynrich, così si chiamava l’ufficiale, aveva in mano un foglio. Una lista. Chi doveva morire subito e chi si sarebbe consumato in un campo di concentramento. Mia madre, l’avrei saputo anni dopo, fu giudicata “inabile al lavoro”, il che equivaleva ad una condanna a morte. Forse a causa del suo fisico minuto, forse perché aveva tentato di abbracciarmi. La portarono via insieme ad altre centocinquanta persone. Come può una madre lasciare sola sua figlia? Come può? I suoi capelli, il suo viso, le sue mani su di me. Nulla era più di tutto questo. “Non aver paura”. Il treno partì, sordo al dolore. Strideva, sfiatava, ondeggiava sui binari della follia.

Ravensbrück: un inferno mascherato da zoo. C’erano aiuole piene di fiori, c’erano animali: scimmie, pavoni, un pappagallo. Stranite, camminavamo lungo questo improbabile campo. Attraversammo un prato verde. Al di là del prato, coperto da grandi pini, il centro del lager, teatro degli orrori, ben occultato, lontano dagli occhi di possibili visitatori. Poi, quasi irraggiungibile, il muro di recinzione, su cui passava l’alta tensione.
Appena arrivate le guardie ci dissero subito che lì dentro non eravamo più nessuno: non avevamo più alcun diritto. Eravamo spoglie, indifese, umiliate. Chiunque avesse violato il regolamento avrebbe implorato di morire. Ora sapevo che la morte non era la cosa più brutta che può capitare. L’appello durò quattro ore. Dovevamo stare in piedi, senza azzardare la minima replica. Alcune, sfinite per il lungo ed estenuante tragitto, si accasciarono a terra. Furono prese a bastonate. Due morirono per la violenza dei colpi, le altre, con uno sforzo sovrumano, si rimisero in piedi. Una SS, come se niente fosse accaduto, lesse ad alta voce i punti del regolamento che dovevamo ficcarci in testa all’istante: “Chi assumeva un contegno ironico nei riguardi delle SS; chi volontariamente ometteva il saluto e chi rifiutava di sottomettersi alla disciplina; chi assaliva una guardia, chi rifiutava di lavorare; chi fomentava la rivolta; chi abbandonava una colonna o si allontanava da un luogo di lavoro; chi durante le attività scriveva, discuteva, o faceva qualsiasi cosa che non fosse prevista dal regolamento, era passibile delle più feroci punizioni, fino alla morte”.
La fredda voce della SS non lasciava nessuna speranza. Fummo portate in un baraccone. Qui subimmo forse la più pesante delle umiliazioni: la rasatura. Provammo un infinito ribrezzo a vedere le nostre teste che pian piano diventavano tonde, lucide. I capelli cascavano lentamente ai nostri piedi ciocca a ciocca, inesorabilmente, sotto i colpi della tosatrice, metallici e gelidi. La macchinetta emetteva un rumore sinistro, agghiacciante, che ancora oggi certe notti credo di sentire quando c’è tanto silenzio. I capelli che cadevano apparivano quasi metafore delle nostre vite, che poco a poco si spegnevano. Ma non era finita, il peggio doveva ancora arrivare. Ci rasarono anche nelle parti intime. I rasoi usati erano vecchi e avevano lame poco affilate, alcune mezzo arrugginite. È impossibile raccontare il senso di repulsione, di disgusto che si prova quando la propria intimità viene oltraggiata, derisa, violata. Ci marchiarono il braccio sinistro, indelebilmente. Ecco, adesso avevamo veramente cessato di esistere come donne, come esseri umani, per divenire quel segno sul braccio. Non – esseri senza alcun diritto.

Le nostre vite erano scandite dalla sirena del campo. A quel suono inumano dovevamo scattare. Veloci, mute. Le guardie ci urlavano contro di muoverci, ci insultavano, mentre i cani al guinzaglio latravano e ringhiavano. I nostri aguzzini li istigavano, si divertivano a terrorizzarci. Dovevamo metterci in fila e restare così per un’ora, due, tre. Fin quando le SS non dicevano che bastava. Allora ci incamminavamo verso i posti di lavoro.
Noi italiane siamo state le ultime ad arrivare al campo. All’inizio le detenute di altre nazionalità ci discriminarono. Era il prezzo da pagare come alleati e complici dei nazisti. Ma non era solo questo. Noi non parlavamo il tedesco e il polacco, le lingue del lager, e le altre, lì dentro, non conoscevano l’italiano. Nessuna ci avrebbe detto delle minacce che costantemente avremmo sentito addosso, di come evitarle o aggirarle. Avere amici nel campo equivaleva ad avere un appiglio cui aggrapparsi, una speranza di sopravvivenza. Tutte, indistintamente, soffrivamo in quel macello. Soffrivamo per la confusione, l’afflizione di sentirsi esseri subumani, oggetti nelle mani dei nazisti. Ma per noi, italiane, ree di connivenza coi tedeschi, c’era una pena in più: la vergogna del fascismo. Pochissimi a Ravensbrück e nei dintorni erano a conoscenza del rivolgimento della guerra, del passaggio dell’Italia dalla parte degli alleati. Nel lager le notizie non arrivavano, non potevano arrivare. L’astio nei nostri confronti durò poco. Là dentro o ci si aiutava tutte, o non tiravi avanti. Imparammo presto a intenderci a memoria, a difenderci, a farla in barba alle guardie, ad evitare di venir massacrate. La ripugnanza verso i nazisti e il desiderio di farcela fu il collante che tenne insieme noi internate. L’azione disumanizzante che i nazisti perpetravano su di noi, diretta, costante, maligna, ma che alle volte cercava di insinuarsi subdolamente nella testa, logorandoti, stava trovando un’avversaria potente: la voglia di libertà e di riscatto, nonostante tutto. Avevamo sviluppato una forza che non sapevamo di avere. E questo è difficile da capire, perché non passava giorno in cui non subivamo angherie, soprusi, violenze. Lo stesso cammino, uguale per tutte: fame, sfinimento fisico, morte. Non ci lasciammo andare alla voglia d’abbandono.

Nel campo si lavorava in turni di dodici ore, giorno e notte. Bisognava caricare pesi assurdi: legna, ferro, acciaio, pietre. Alle SS non importava se eri una bambina, bastava essere giovani e robuste. Io avevo quasi tredici anni, ma ero esile, minuta. Mi risparmiarono unicamente perché sapevo cucire e tagliare la stoffa. Fui impiegata in sartoria. Occorrevano sempre nuove uniformi per l’esercito tedesco. Le altre mi ritenevano fortunata e paracula a non dover sopportare i lavori estenuanti dei capannoni industriali, ed alcune erano invidiose. Me l’avevano fatto capire. Lo avvertivo nei loro sguardi, in certi loro commenti. Il lavoro durissimo, la mancanza di sonno, la malnutrizione, le pessime condizioni igieniche, il continuo terrore, distruggevano il fisico ma soprattutto la mente. Pian piano ti logoravano, ti uccidevano. Ecco scoppiare allora le piccole gelosie, le piccole meschinità. Nell’insopportabile tragedia umana che vivevamo, c’era anche questo. Potevo capirle, c’era da impazzire, più che per le SS, per le kapò, donne e ragazze come noi, detenute, internate. Nessun’altra ci disprezzava come loro. Nessun’altra ci odiava come loro. Forse perché in noi ritrovavano se stesse, la condizione infima, il peggio del peggio. Una lotta tra disperati. I simili si odiano a vicenda. Invece no. Quelle così erano solo tre in tutto il campo. Tra noi altre eravamo solidali, ci aiutavamo. E ci volevamo bene, ne ero sicura. Forse proprio in quell’inferno abbiamo iniziato ad intuire il senso della parola “democrazia”.
Alcune mi invidiavano, ma non c’era molto da invidiarmi. Avrei pagato un prezzo altissimo per questa mia situazione privilegiata.
Quel giorno dovevano pulirci. La disinfestazione: ci veniva passato dappertutto uno straccio intriso di petrolio. Era una mattinata gelida, e noi in fila, immobili, tremanti come foglie. Le SS godevano nell’umiliarci. Ridevano mentre ci guardavano come si guardano animali impotenti, con gli occhi colmi di disprezzo; ridevano mentre ci sputavano addosso, in faccia, sul collo, sul seno; ridevano mentre brucavano i nostri corpi nudi con i manganelli. Ridevano.
Un sottoufficiale chiamò per la visita. Le visite ci terrorizzavano più di ogni altra cosa. Il camice bianco dei dottori e degli infermieri era ingannevole. Non era il nero delle uniformi SS, ma dietro quel candore si nascondeva l’orrore, la cieca follia. Nude, infreddolite, schiacciate nelle nostre misere spalle, aspettavamo. Alcune furono scartate per delle insignificanti chiazze sulla pelle, nei, pustole, brufoli. Altre perché avevano le gambe storte o semplicemente perché erano strabiche. Le ragazze più carine, soprattutto quelle come noi, arrivate da poco e non ancora rovinate dalle condizioni estreme del lager, finivano nei bordelli. Anche le ragazze-divertimento dei bordelli suscitavano l’invidia di quelle che lavoravano pesante. Le “bamboline” ricevevano spesso regali, molto utili lì dentro: calzini, guanti, mantelline. Roba da niente, cose per lo più vecchie e mezze lacere, ma erano oro colato per chi non si poteva permettere nulla. Le bamboline a volte morivano per i maltrattamenti, le sevizie. Nessuno dava niente per niente. La bellezza poteva essere un’ulteriore maledizione là dentro. I regali costavano cari.
Alle sei del pomeriggio di quel giorno, il giorno della visita, avrei desiderato morire. Nel revier, l’infermeria, eravamo rimaste solo noi. Ci avevano lasciate per ultime. Dieci ragazze. Non andavamo a lavorare ai capannoni industriali, non ci toccava prostituirci nei bordelli, non ci facevano tornare alle nostre occupazioni, non ci avevano uccise. Un ufficiale medico ordinò alle SS che ci sorvegliavano di portargli due Krouki nella baracca posta dietro l’infermeria. La baracca era segnalata con la sigla NN. Nessuna di noi immaginava, neanche lontanamente, gli orrori che si celavano dietro quella scritta. NN, Nacht und Nebel: Notte e Nebbia. Là dentro i zelanti medici nazisti eseguivano esperimenti sulle fratture ossee. I medici frantumavano a colpi di martello le ossa delle gambe delle internate per poi ricomporne i frammenti. Una realtà spaventosa, raccapricciante. La ragazza entrata prima di me cacciò un urlo disumano, straziante. Si ribellò, iniziò a dimenarsi e tentò di divincolarsi. Due SS le furono subito addosso e la picchiarono selvaggiamente. Il medico intimò loro di farla sparire. Fu gassata l’indomani mattina. Toccava a me. Avrei potuto urlare anch’io, ribellarmi, insultarli magari. Non lo feci. Avevo razionalizzato: ero una Krouki, una cavia umana. Ma potevo vivere, forse. Di Lina, così si chiamava la ragazza che aveva tentato di reagire, non se ne è saputo più nulla. Dal momento in cui mise piede nel lager, e soprattutto dopo essere entrata nella baracca NN, le sue tracce sono andate disperse. Chi oltrepassava la soglia di quella baracca diventava invisibile, del suo destino nessuno doveva sapere più nulla. Di lei, è rimasta solo la sua vita antecedente quel giorno a Milano. Lina, inghiottita dalla Notte e dalla Nebbia. Il medico fece cenno di avvicinarmi. I miei passi erano impercettibili, felpati, come quelli di un gatto. L’uomo in camice bianco non aveva in mano il martello ma un tubetto di medicinale sul quale potevo scorgere una “B”. In piedi davanti a lui quasi non respiravo. Si fece scivolare sulla mano alcune compresse. Me ne diede una e mi disse di ingoiarla. Esitai, guardando con diffidenza la compressa che avevo in mano. Il medico mi rivolse uno sguardo di fuoco. Le due SS che erano appena dietro di me battevano il manganello sulle mani. Era inutile prendere tempo: dovevo mandare giù quella compressa. Ancora una volta pensavo che mi fosse toccata una sorte migliore delle altre, ancora una volta mi sbagliavo. Fu somministrata una compressa a ciascuna ragazza rimasta nella baracca NN. Appena finito il medico ordinò alle SS di ricondurci alle nostre baracche. Non ebbi modo di appoggiarmi alla branda, un dolore lancinante, incredibile mi prese l’addome. Ero piegata in due, non riuscivo nemmeno a gridare, il fiato mi si strozzava in gola. Così pure le due ragazze che come me avevano ingollato la compressa. Sudavamo freddo, mentre le altre non capivano il perché del nostro stato. Pian piano il dolore acutissimo lasciò il posto ad un intenso bruciore di stomaco. Avvertimmo un prurito alla pancia, mentre un sapore acido e dolciastro ci saliva in bocca. “Cosa vi hanno fatto” disse Emma, la più anziana della baracca. Ma noi non potevamo parlare, non ne eravamo capaci. E poi, tutte ricordavamo il monito del medico: chi avesse parlato delle cose che accadevano alla baracca NN sarebbe stato eliminato, se scoperto. “Qualcosa debbono pur avervi fatto” continuava Emma. Silenzio. Un mortale, innaturale silenzio. Le nostre pene andavano rispettate, fu questo una sorta di messaggio implicito che tutte le altre della baracca recepirono. Il mattino seguente notammo delle macchie rosse e delle piccole abrasioni su più parti del corpo. Fummo prese dal terrore. Ricordavamo bene che per delle cose così ti mandavano a morire. Abbiamo fatto di tutto per coprire quei segni, ma fu inutile. Una dottoressa SS comparve all’improvviso scortata da dieci guardie armate fino ai denti. “È una cosa che non deve riguardarvi” ci urlò contro “fate finta di niente”. Si riferiva a quei segni, che evidentemente erano le conseguenze di quel medicinale. Noi non aspettavamo altro, di far finta di niente. La dottoressa versò nelle caldaie dove preparavano la nostra schifosissima zuppa un prodotto chimico. Sul contenitore notai la stessa “B” del tubetto che avevo visto nella baracca NN. Una volta mangiata la zuppa abbiamo capito che era davvero lo stesso prodotto. Ci aveva causato uguali sintomi di malessere. Avremmo presto scoperto cos’era quel medicinale, serviva a sterilizzarci. L’orrore non aveva fine.
Ogni volta che pensavamo di non poter provare niente di più atroce, l’atrocità superava se stessa. Periodicamente, all’inizio di rado, poi sempre più di frequente, c’erano gli appelli per le visite. E c’erano donne che dovevano morire: malate, stremate, anziane, pazze e soprattutto ebree. Di tutte queste, erano quelle con problemi mentali che mi facevano più pena. Le pazze venivano denudate e chiuse in una piccola stanza, il numero viola dipinto sulla schiena. Tante donne e ragazze innocenti, ridotte a numeri color viola, morivano nella piccola camera a gas predisposta in una baracca degli attrezzi. La baracca aveva un’apertura nel tetto dalla quale immettevano il Cyclon B, un gas velenosissimo.
Istericamente, risi. Pensai che tutte le sigle che cominciavano per “B” erano legate alla morte. Molte di noi morirono in quel modo, oppure morirono di stenti, o fucilate, bastonate, picchiate a mani nude, impiccate. Altre morirono di fame o per gli esperimenti criminali di medici fanatici.

Il tempo passava, ma io non me ne accorgevo. Nel lager il tempo non aveva senso.
Ma qualcosa stava cambiando. Le guardie da qualche giorno erano più nervose e distratte. Iniziava a girare voce che la fine della guerra era vicina e che la Germania avrebbe perso. La cosa andò avanti così per due settimane, finché una mattina, alle prime luci dell’alba, le SS decisero di mettersi in marcia verso nord-ovest. Le donne che ne avevano la forza sarebbero state costrette a camminare. Quelle che invece non ce la facevano, perché come me erano in pessime condizioni di salute, rimasero nel campo. Le SS abbandonarono l’idea di ammazzarci per non sprecare munizioni e tempo. I russi erano vicini i nazisti avevano fretta di sbaraccare. Il 30 Aprile del 1945 fummo liberate dall’Armata Rossa. Eravamo circa tremila, tutte stremate, molte in fin di vita. Molte morirono alcune settimane dopo la Liberazione. Altre, come me, si portarono dietro i segni fisici e mentali della vita nel lager. Di quelle costrette a fare la “marcia della morte”, non abbiamo saputo più niente. Fu un’altra crudeltà, forse l’ultima, dei nazisti: costringere a marciare fino allo sfinimento, senza una meta, le deportate. Io le sento vicine, come solo chi ha provato quell’orrore può sentirle vicino. Non ricordo il nome di tutte, ma di molte ricordo i volti, le voci. Vi abbraccio tutte, vi stringo forte a me. Vi voglio bene, e sempre ve ne vorrò.

1984. Mia figlia Rosa sta ascoltando Forever young degli “Alphaville”, una band tedesca. È bastato un niente per farmi rivivere una vita. I ricordi si accavallano, senza rispettare il tempo, la logica. Appaiono confusi, poi chiari, poi si confondono di nuovo. Un flusso di memoria, infinito, mi sommerge togliendomi il respiro. Un vortice di emozioni, odori, suoni, immagini. Germania. Sono stata a Berlino con mio marito l’anno scorso. Ci siamo fermati proprio sotto la Porta di Brandeburgo. È lì che la celebrazione della follia nazista ha conosciuto l’apice e la fine. Piansi. Finalmente piansi. L’uomo dimentica presto. Forse per non impazzire. Io volevo dimenticare. Per tanto tempo l’ho voluto, cercato, implorato. Un oblio consolatore, oppure solo un modo come un altro per resistere, per rimanere in vita. Per rifarmi un vita, se mai possibile, dopo quell’orrore. Ma come si può dimenticare? Come…
Il miracolo della nascita. Sarebbe bastata un’altra volta, forse, un’altra volta prendere quel maledetto medicinale e non avrei più potuto avere figli. Mi monta la rabbia, una rabbia atroce. Questa volta sì, sono stata fortunata. Molte altre no. Centinaia, migliaia di donne, no. L’orrore è troppo grande per spiegarlo agli uomini. Senti che l’odio vuole appropriarsi di te, l’odio vuole la sua parte. È talmente facile odiare quando hai provato il male supremo. Eppure non odio, non posso odiare. Ancora una volta ho meraviglia della mia forza d’animo. Guardo negli occhi mia figlia e mi rivedo, adolescente. Prima, durante, dopo la prigionia. Non posso dimenticare, non voglio dimenticare. Nonostante tutto, nonostante l’orrore, ho conservato la mia dignità. Non voglio dimenticare, ma ricordare tutto e trarne forza. Si può. Posso farlo. Devo farlo. Voglio farlo. Per mia figlia, per me, per chi non c’è più. Ma non devo rimanere sola nel mio ricordo. La memoria, sì, la memoria di tutti. Non lasciatemi sola nel mio ricordo. Non dimenticate, vi prego. Non dimenticate.
Mia figlia ascolta lo stereo a volume troppo alto, glielo dico sempre.
“Il paradiso può aspettare, noi stiamo solo guardando il cielo, sperando il meglio ma aspettando il peggio, farai scoppiare la bomba o no?”

Posted in Senza categoriaComments (0)

L’Olocausto nella cultura cinematografica

Il 27 gennaio, come istituito durante la presidenza della Repubblica di Carlo Azeglio Ciampi, si ricorda il Giorno della Memoria. In questo giorno, nel 1945 infatti, le truppe dell’Armata Rossa entrarono a liberare Auschwitz, il campo di concentramento diventato simbolo dell’Olocausto degli ebrei, operato dal regime nazista, e che vediamo ritratto in questa bellissima immagine del fumettista Giuseppe De Luca. In quegli anni, furono uccisi circa sei milioni di ebrei, ma anche dissidenti, testimoni di Geova, rom, omosessuali, prostitute, comunisti. È stata la più grande persecuzione organizzata della storia, anche se non è stata la sola. Per bocca di Max von Sydow, Woody Allen dice nel film “Hannah e le sue sorelle”, che si parla tanto dell’Olocausto affinché non accada più, e invece si dovrebbe parlare di come questo si ripresenti, in forme più sottili. Un argomento simile che può essere caro agli idruntini è proprio quello della persecuzione italiana in Albania, quando, dopo la seconda guerra mondiale, molti ex soldati furono torturati, perseguitati e chiusi in campi di lavori forzati, riuscendo a tornare in patria solo nel 1991, in occasione dei primi sbarchi, restando comunque degli stranieri in patria e ispirando la piece teatrale “Italianesi”.

Tornando al cinema, sono tanti i film che parlano dell’Olocausto e del nazismo, in forme molto differenti. Citiamo soprattutto “Schindler’s list” e “La vita è bella”, ma per conoscere al meglio il fenomeno bisognerebbe guardare sia i film che hanno un approccio drammatico come “Il bambino con il pigiama a righe”, ma anche quelli che tendono ad avere uno sguardo ironico. “Il bambino con il pigiama a righe” parla di un’amicizia tra un bambino tedesco, figlio di un gerarca nazista, e un piccolo ebreo rinchiuso in un campo di concentramento: i bambini vedono solo le differenze fisiche e d’abbigliamento tra loro, ma non comprendono perché devono odiarsi solo per una stupida ripicca degli adulti.

Su un fronte maggiormente ironico è sicuramente da segnalare il film d’essai “Train de vie”, che racconta di un villaggio di ebrei, che guidati dallo scemo del paese si fingono tedeschi per sfuggire alla deportazione. Con tante risate e un finale assolutamente a sorpresa, che non sminuisce la portata drammatica del fatto storico.

Restando in ambito ironico, non si può non vedere “Mein Fuhrer – la veramente vera verità su Adolf Hitler”, che racconta del dittatore nazista in un periodo di introspezione. Hitler deve pronunciare un discorso, in un momento in cui la guerra sta dando contro ai nazisti, ma è demotivato e dovrà ricorrere a un attore ebreo per poter parlare di fronte al suo popolo. L’attore e il dittatore si ritroveranno faccia a faccia, a nudo, e scopriranno di essere fragili entrambi, ma questo non impedirà all’ebreo di meditare vendetta, in nome del suo di popolo.

Di una bizzarra vendetta parla anche “This must be the place” di Paolo Sorrentino. Un film di un anno fa che ritrae uno Sean Penn in versione rockstar, che deve vendicare il padre ebreo morto di vecchiaia e in gioventù torturato da un gerarca ora negli Stati Uniti. Il protagonista, annoiato e avulso dall’Olocausto, scoprirà il valore del contrappasso, conoscerà qualcosa di più sull’odio dalle parole della moglie dell’uomo che sta cercando (“Perché i nazisti perseguitavano gli ebrei?” “Non lo so” “Ma lei è un’insegnante, una storia, dovrebbe saperlo…” “Era per i loro soldi” “Ma non tutti gli ebrei erano ricchi” “Tutti possedevano qualcosa”), troverà se stesso, anche se è in New Mexico e non in India.

Infine, come non citare “Il grande dittatore”, nel cui monologo finale Charlie Chaplin invoca l’umanità e allo spettatore non può che sfuggire una lacrima e pensare se fosse andata davvero come nel film: “Mi dispiace – dice il protagonista – ma io non voglio fare l’imperatore: non è il mio mestiere, non voglio governare né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca, è sufficiente per tutti noi, la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca fra le cose più abbiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l’avidità ci ha resi duri e cattivi, pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità, più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà nell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità. Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente. A coloro che mi odono, io dico: non disperate! L’avidità che ci comanda è solamente un male passeggero, l’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori e il potere che hanno tolto al popolo ritornerà al popolo e, qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa. Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie. Non vi consegnate a questa gente senza un’anima, uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore. Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini!”.

C’è chi ritiene scorretto scherzare sull’Olocausto, perché è come cadere sul politicamente scorretto, ma di questi tempi non è una risata che ci seppellirà, piuttosto una risata ci salverà. Un grande regista ebreo come Woody Allen ci scherza sempre, in maniera estremamente autoironica, e se lo fa lui che è un genio…

Last but not least, consigliamo “The producers – Una gaia commedia nazista”, che racconta di due produttori che per arricchirsi decidono di portare un flop a Broadway, uno show tanto politicamente scorretto da suscitare lo sdegno di tutti. Ma ingaggiano un regista omosessuale, che rovescerà l’apologia di nazismo espressa nella commedia, trasformandolo in una macchietta sul genere “Il vizietto”, in cui Hitler sculetta mentre si autoproclama il migliore dittatore della terra.

La gazzella

Posted in Primo PianoComments (0)

Protesta tir alle battute finali: lento ritorno alla normalità

Ultime battute oggi per la protesta proclamata ormai quattro giorni fa in tutta la penisola, dopo le prime agitazioni del “Movimento dei Forconi” in Sicilia contro il rincaro dei prezzi di carburanti, ticket autostradali e tasse.

Nel Salento, tuttavia, già da ieri pomeriggio, segnali di distensione: rimossi del tutto anche gli ultimi blocchi di tir – nella mattinata di ieri era attivo solo il punto di osservazione nei pressi del quartiere fieristico di Galatina – i primi distributori di benzina cominciavano ad essere riforniti di carburante.

Infatti, dopo il provvedimento del prefetto di Taranto, che nelle prime ore dell’alba di ieri ordinava di spostare i tir all’ingresso della raffineria dell’Eni, pur tra le proteste dei manifestanti che provavano a resistere alle forze dell’ordine, molti distributori nel pomeriggio erano in grado di soddisfare la richiesta.

Dopo tre giorni di carburante praticamente esaurito, le stazioni di servizio sono state letteralmente prese d’assalto e si sono registrate lunghe code all’altezza dei distributori, con protezione civile e polizia municipale a regolare la circolazione.

Intanto si stima che i danni provocati al settore agricolo dallo sciopero siano ingenti, come ha sottolineato Coldiretti nei giorni scorsi, denunciando quintali di prodotti agricoli altamente deperibili, fiori e ortaggi soprattutto, destinati al macero.

Allo stesso tempo, molti i prodotti che scarseggiano o addirittura mancano nei negozi; i prezzi, in alcuni casi, sono aumentati anche del 40 per cento, anche se da Codacons Lecce, Piero Mongelli, sottolinea: “Non abbiamo dati precisi.

Questo sciopero ci ha colto di sorpresa e non abbiamo avuto il tempo di rilevare i prezzi prima del blocco dei tir, ma possiamo immaginare che i rincari che si stanno registrando in tutta l’Italia si stiano verificando anche nel Salento”.

A questo proposito, l’Adoc (Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori) di Lecce, tramite il coordinatore Alessandro Presicce, invita i consumatori a denunciare aumenti di prezzi spropositati scrivendo una e-mail a [email protected] o telefonando alla Guardia di Finanza o alla Polizia Municipale.

Antonella Cazzato

Posted in Attualità, Cronaca, Economia, Primo PianoComments (0)

Aiga – Lecce non sarà presente alla prossima inaugurazione dell’anno giudiziario

Sabato 28 gennaio verrà inaugurato l’anno giudiziario presso la Corte d’Appello di Lecce, ma a questo appuntamento l’AIGA, Associazione Italiana Giovani Avvocati, farà mancare la sua presenza. Questo, in sintesi, è quanto riportato nel comunicato diffuso e firmato dal presidente Paolo Gaballo e dal consigliere segretario, Luisa Carpentieri.

Le ragioni della protesta sono da ricercare nei continui attacchi sia all’autonomia dell’avvocatura che allo stesso “sistema Giustizia”. “Tutte le misure varate in questi anni – si legge nel comunicato – e da ultimo dal Governo Monti sono tutti attacchi gravissimi portati a una categoria che in alcun modo può essere ritenuta responsabile della crisi economica o della perenne lentezza del sistema giudiziario”.

In seguito alla decisione presa, l’AIGA consegnerà al presidente della Corte d’Appello un documento che spiega le ragioni della protesta.

Alessandro Conte

Posted in AttualitàComments (0)

Maglie si riprende la notte e apre un nuovo locale

Stasera apre a Maglie il Blow Up, un nuovo locale che si presenta differente dagli altri e si inserisce in un fenomeno-tendenza che a Maglie lascia un po’ stupiti. Da qualche anno, infatti, l’apertura di nuovi locali, in particolare in mano a giovani imprenditori, viene salutato sempre più spesso da una presenza massiva di magliesi, che stanno preferendo restare nel proprio comune, mentre in passato era molto difficile che questo accadesse: il magliese è per definizione “esterofilo”, intendendo per “esterofilia”, l’amore per i paesi come Corigliano, che abbondano di locali differenti. Stasera l’inaugurazione per invito al Blow Up, che si pone con due iniziative degne di rilievo, l’istituzione dell’aperitivo ogni pomeriggio alle 18,30 e dei dj set che definire innovativi sarebbe strano, eppure, è quello che sono. Tutti i djset di questo nuovo locale saranno esclusivamente in vinile: e dove sta l’innovazione, viene da chiedersi, non è invece un passo indietro il ritorno al vinile? In un mondo, in cui chiunque abbia un Mac si sente un dj, come testimonia un gruppo ironico su Facebook, il ritorno al vinile è un segno dei tempi, molto romantico, come il fruscio di qualcosa che non è tecnologico, ma richiama alla memoria bellissimi ricordi, quando la musica non aveva un significato tanto ampio e condiviso completamente da tutti. “Maglie si sta riprendendo la notte – spiega l’imprenditore e dj Stefano Fersini – quello cui vogliamo puntare è una musica diversa. Ai djset si affiancheranno anche jam session e live jazz, per ritornare all’amore per una musica rilassante e per fornire l’alternativa dell’aperitivo pomeridiano”.

Posted in Eventi e SpettacoliComments (0)

“Gli occhi di mia figlia” di Vittoria Coppola è libro dell’anno

Davvero un grande traguardo quello raggiunto dalla giovane scrittrice salentina Vittoria Coppola. Il suo romanzo d’esordio, “Gli occhi di mia figlia”, edito da Lupo Editore, è stato proclamato libro dell’anno dal concorso-sondaggio della rubrica “Billy, il vizio di leggere” del Tg1 Rai.

Il romanzo della Coppola si è cimentato in una sfida con opere di autori titolati del calibro di Carofiglio, Maraini e Pansa – per fare soltanto due nomi – e da questo confronto è uscita vincitrice. Intanto il volume verrà ripresentato a Maglie presso Libri & Musica sabato 28 gennaio alle 18,30, con la presenza di Francesca Rinaldi e Adele Maruccio.

“Un’avventura bellissima e inaspettata. Un’occasione importante in cui ho sentito il calore di centinaia di persone. Sono felice di aver vinto un concorso in cui sia stata la gente a decidere, perché il mio romanzo è nato da me, ma vive e cresce grazie a chi lo legge e lo accoglie”, dichiara a caldo l’autrice.

Molto interessante si è rivelata, di riflesso, l’altra sfida: quella tra una piccola realtà editoriale come Lupo Editore e i giganti dell’editoria italiana.

“Questo risultato rappresenta la realizzazione di un sogno ma anche il punto di partenza per allargare a un ambito più grande la nostra idea di casa editrice intesa come famiglia editoriale, dove ognuno dei componenti, pur con la sua diversità, concorre all’affermazione di tutti”, commenta l’editore Cosimo Lupo.

“Gli occhi di mia figlia”, il cui successo è ormai di portata nazionale, verrà a breve ripubblicato in coedizione “Lupo Editore” e “edizioni A Nordest”, distribuito sul territorio nazionale da Messaggerie Libri, con promozione Vivalibri e stampato presso Mondadori Printing.

Gianluca Conte

Posted in Attualità, CulturaComments (0)

Iscriviti alla Newsletter

Subscribe to our newsletter

You will receive an email with the confirmation link (check your spam folder if NOT)
Sendit Wordpress newsletter
Sendit Wordpress newsletter

Avvocato Risponde

    Paperback Writers

      Tag Cloud

      PHVsPjxsaT48c3Ryb25nPndvb19hZHNfcm90YXRlPC9zdHJvbmc+IC0gdHJ1ZTwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2FkX2ltYWdlXzE8L3N0cm9uZz4gLSBodHRwOi8vd3d3Lndvb3RoZW1lcy5jb20vYWRzLzEyNXgxMjVhLmpwZzwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2FkX2ltYWdlXzI8L3N0cm9uZz4gLSBodHRwOi8vd3d3Lndvb3RoZW1lcy5jb20vYWRzLzEyNXgxMjViLmpwZzwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2FkX2ltYWdlXzM8L3N0cm9uZz4gLSBodHRwOi8vd3d3Lndvb3RoZW1lcy5jb20vYWRzLzEyNXgxMjVjLmpwZzwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2FkX2ltYWdlXzQ8L3N0cm9uZz4gLSBodHRwOi8vd3d3Lndvb3RoZW1lcy5jb20vYWRzLzEyNXgxMjVkLmpwZzwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2FkX21wdV9hZHNlbnNlPC9zdHJvbmc+IC0gPHNjcmlwdCB0eXBlPVwidGV4dC9qYXZhc2NyaXB0XCIgbGFuZ3VhZ2U9XCJKYXZhU2NyaXB0XCI+DQo8IS0tDQoNCmZ1bmN0aW9uIHJhbmRvbV9pbWdsaW5rKCl7DQp2YXIgbXlpbWFnZXM9bmV3IEFycmF5KCkNCm15aW1hZ2VzWzFdPVwiL3dwLWNvbnRlbnQvdXBsb2Fkcy8yMDEyLzA1L2Jhbm5lci4tc2NoaXRvLmpwZ1wiDQoNCg0KDQoNCnZhciBpbWFnZWxpbmtzPW5ldyBBcnJheSgpDQppbWFnZWxpbmtzWzFdPVwiaHR0cDovL3d3dy5vdHJhbnRvb2dnaS5pdC8yMDEyLzA0LzMwL2FudG9uaW8tc2NoaXRvLWludGVydmlzdGEtZG9wcGlhL1wiDQoNCg0KDQp2YXIgcnk9TWF0aC5mbG9vcihNYXRoLnJhbmRvbSgpKm15aW1hZ2VzLmxlbmd0aCkNCmlmIChyeT09MCkNCnJ5PTENCmRvY3VtZW50LndyaXRlKFwnPGEgaHJlZj1cJytcJ1wiXCcraW1hZ2VsaW5rc1tyeV0rXCdcIlwnK1wnIFRBUkdFVD1cIl9ibGFua1wiPjxpbWcgc3JjPVwiXCcrbXlpbWFnZXNbcnldK1wnXCIgPjwvYT5cJykNCn0NCnJhbmRvbV9pbWdsaW5rKCkNCi8vLS0+DQo8L3NjcmlwdD48L2xpPjxsaT48c3Ryb25nPndvb19hZF9tcHVfZGlzYWJsZTwvc3Ryb25nPiAtIHRydWU8L2xpPjxsaT48c3Ryb25nPndvb19hZF9tcHVfaW1hZ2U8L3N0cm9uZz4gLSBodHRwOi8vd3d3Lndvb3RoZW1lcy5jb20vYWRzLzMwMHgyNTBhLmpwZzwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2FkX21wdV91cmw8L3N0cm9uZz4gLSBodHRwOi8vd3d3Lndvb3RoZW1lcy5jb208L2xpPjxsaT48c3Ryb25nPndvb19hZF90b3BfYWRzZW5zZTwvc3Ryb25nPiAtIDwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2FkX3RvcF9kaXNhYmxlPC9zdHJvbmc+IC0gdHJ1ZTwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2FkX3RvcF9pbWFnZTwvc3Ryb25nPiAtIGh0dHA6Ly9vdHJhbnRvLmlub25kYS5sZS5pdC93cC1jb250ZW50L3RoZW1lcy9wb3J0YWwvYWRzLzQ2OHg2MC9ubTQ2OHg2MC5naWY8L2xpPjxsaT48c3Ryb25nPndvb19hZF90b3BfdXJsPC9zdHJvbmc+IC0gaHR0cDovL290cmFudG8uaW5vbmRhLmxlLml0Lz9wPTk5MTwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2FkX3VybF8xPC9zdHJvbmc+IC0gaHR0cDovL3d3dy53b290aGVtZXMuY29tPC9saT48bGk+PHN0cm9uZz53b29fYWRfdXJsXzI8L3N0cm9uZz4gLSBodHRwOi8vd3d3Lndvb3RoZW1lcy5jb208L2xpPjxsaT48c3Ryb25nPndvb19hZF91cmxfMzwvc3Ryb25nPiAtIGh0dHA6Ly93d3cud29vdGhlbWVzLmNvbTwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2FkX3VybF80PC9zdHJvbmc+IC0gaHR0cDovL3d3dy53b290aGVtZXMuY29tPC9saT48bGk+PHN0cm9uZz53b29fYWx0X3N0eWxlc2hlZXQ8L3N0cm9uZz4gLSBsaWdodGJsdWUuY3NzPC9saT48bGk+PHN0cm9uZz53b29fYXV0aG9yPC9zdHJvbmc+IC0gdHJ1ZTwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2F1dG9faW1nPC9zdHJvbmc+IC0gdHJ1ZTwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2N1c3RvbV9jc3M8L3N0cm9uZz4gLSA8L2xpPjxsaT48c3Ryb25nPndvb19jdXN0b21fZmF2aWNvbjwvc3Ryb25nPiAtIDwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2ZlYXR1cmVkX2NhdGVnb3J5PC9zdHJvbmc+IC0gUHJpbW8gUGlhbm88L2xpPjxsaT48c3Ryb25nPndvb19mZWF0X2VudHJpZXM8L3N0cm9uZz4gLSA0PC9saT48bGk+PHN0cm9uZz53b29fZmVlZGJ1cm5lcl9pZDwvc3Ryb25nPiAtIDwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2ZlZWRidXJuZXJfdXJsPC9zdHJvbmc+IC0gaHR0cDovL3d3dy5vdHJhbnRvb2dnaS5pdC8/ZmVlZD1yc3MyPC9saT48bGk+PHN0cm9uZz53b29fZ29vZ2xlX2FuYWx5dGljczwvc3Ryb25nPiAtIDxzY3JpcHQ+DQogIChmdW5jdGlvbihpLHMsbyxnLHIsYSxtKXtpW1wnR29vZ2xlQW5hbHl0aWNzT2JqZWN0XCddPXI7aVtyXT1pW3JdfHxmdW5jdGlvbigpew0KICAoaVtyXS5xPWlbcl0ucXx8W10pLnB1c2goYXJndW1lbnRzKX0saVtyXS5sPTEqbmV3IERhdGUoKTthPXMuY3JlYXRlRWxlbWVudChvKSwNCiAgbT1zLmdldEVsZW1lbnRzQnlUYWdOYW1lKG8pWzBdO2EuYXN5bmM9MTthLnNyYz1nO20ucGFyZW50Tm9kZS5pbnNlcnRCZWZvcmUoYSxtKQ0KICB9KSh3aW5kb3csZG9jdW1lbnQsXCdzY3JpcHRcJyxcJy8vd3d3Lmdvb2dsZS1hbmFseXRpY3MuY29tL2FuYWx5dGljcy5qc1wnLFwnZ2FcJyk7DQoNCiAgZ2EoXCdjcmVhdGVcJywgXCdVQS0yMDQ3MTcwNC0xXCcsIFwnYXV0b1wnKTsNCmdhKFwnc2V0XCcsIFwnYW5vbnltaXplSXBcJywgdHJ1ZSk7DQogIGdhKFwnc2VuZFwnLCBcJ3BhZ2V2aWV3XCcpOw0KDQo8L3NjcmlwdD4NCg0KPHNjcmlwdD4NCiAgKGZ1bmN0aW9uKGkscyxvLGcscixhLG0pe2lbXCdHb29nbGVBbmFseXRpY3NPYmplY3RcJ109cjtpW3JdPWlbcl18fGZ1bmN0aW9uKCl7DQogIChpW3JdLnE9aVtyXS5xfHxbXSkucHVzaChhcmd1bWVudHMpfSxpW3JdLmw9MSpuZXcgRGF0ZSgpO2E9cy5jcmVhdGVFbGVtZW50KG8pLA0KICBtPXMuZ2V0RWxlbWVudHNCeVRhZ05hbWUobylbMF07YS5hc3luYz0xO2Euc3JjPWc7bS5wYXJlbnROb2RlLmluc2VydEJlZm9yZShhLG0pDQogIH0pKHdpbmRvdyxkb2N1bWVudCxcJ3NjcmlwdFwnLFwnLy93d3cuZ29vZ2xlLWFuYWx5dGljcy5jb20vYW5hbHl0aWNzLmpzXCcsXCdnYVwnKTsNCg0KICBnYShcJ2NyZWF0ZVwnLCBcJ1VBLTIwNDk2ODEzLTFcJywgXCdhdXRvXCcpOw0KZ2EoXCdzZXRcJywgXCdhbm9ueW1pemVJcFwnLCB0cnVlKTsNCiAgZ2EoXCdzZW5kXCcsIFwncGFnZXZpZXdcJyk7DQoNCjwvc2NyaXB0Pg0KPC9saT48bGk+PHN0cm9uZz53b29faG9tZTwvc3Ryb25nPiAtIGZhbHNlPC9saT48bGk+PHN0cm9uZz53b29faG9tZV90aHVtYl9oZWlnaHQ8L3N0cm9uZz4gLSA1NzwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2hvbWVfdGh1bWJfd2lkdGg8L3N0cm9uZz4gLSAxMDA8L2xpPjxsaT48c3Ryb25nPndvb19pbWFnZV9zaW5nbGU8L3N0cm9uZz4gLSBmYWxzZTwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX2xvZ288L3N0cm9uZz4gLSBodHRwOi8vd3d3Lm90cmFudG9vZ2dpLml0L3dwLWNvbnRlbnQvd29vX3VwbG9hZHMvMTAtbG9nbzQuanBnPC9saT48bGk+PHN0cm9uZz53b29fbWFudWFsPC9zdHJvbmc+IC0gaHR0cDovL3d3dy53b290aGVtZXMuY29tL3N1cHBvcnQvdGhlbWUtZG9jdW1lbnRhdGlvbi9nYXpldHRlLWVkaXRpb24vPC9saT48bGk+PHN0cm9uZz53b29fcmVzaXplPC9zdHJvbmc+IC0gdHJ1ZTwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX3Nob3J0bmFtZTwvc3Ryb25nPiAtIHdvbzwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX3Nob3dfY2Fyb3VzZWw8L3N0cm9uZz4gLSBmYWxzZTwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX3Nob3dfdmlkZW88L3N0cm9uZz4gLSB0cnVlPC9saT48bGk+PHN0cm9uZz53b29fc2luZ2xlX2hlaWdodDwvc3Ryb25nPiAtIDIwMDwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX3NpbmdsZV93aWR0aDwvc3Ryb25nPiAtIDIwMDwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX3RhYnM8L3N0cm9uZz4gLSB0cnVlPC9saT48bGk+PHN0cm9uZz53b29fdGhlbWVuYW1lPC9zdHJvbmc+IC0gR2F6ZXR0ZTwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX3VwbG9hZHM8L3N0cm9uZz4gLSBhOjg6e2k6MDtzOjYxOiJodHRwOi8vd3d3Lm90cmFudG9vZ2dpLml0L3dwLWNvbnRlbnQvd29vX3VwbG9hZHMvMTAtbG9nbzQuanBnIjtpOjE7czo2MDoiaHR0cDovL3d3dy5vdHJhbnRvb2dnaS5pdC93cC1jb250ZW50L3dvb191cGxvYWRzLzktbG9nbzQuanBnIjtpOjI7czo2MDoiaHR0cDovL3d3dy5vdHJhbnRvb2dnaS5pdC93cC1jb250ZW50L3dvb191cGxvYWRzLzgtbG9nbzMuanBnIjtpOjM7czo2MDoiaHR0cDovL3d3dy5vdHJhbnRvb2dnaS5pdC93cC1jb250ZW50L3dvb191cGxvYWRzLzctbG9nbzMuanBnIjtpOjQ7czo2MDoiaHR0cDovL3d3dy5vdHJhbnRvb2dnaS5pdC93cC1jb250ZW50L3dvb191cGxvYWRzLzYtbG9nbzMuanBnIjtpOjU7czo2MDoiaHR0cDovL3d3dy5vdHJhbnRvb2dnaS5pdC93cC1jb250ZW50L3dvb191cGxvYWRzLzUtbG9nbzIuanBnIjtpOjY7czo1OToiaHR0cDovL3d3dy5vdHJhbnRvb2dnaS5pdC93cC1jb250ZW50L3dvb191cGxvYWRzLzQtbG9nby5qcGciO2k6NztzOjU5OiJodHRwOi8vd3d3Lm90cmFudG9vZ2dpLml0L3dwLWNvbnRlbnQvd29vX3VwbG9hZHMvMy1sb2dvLmpwZyI7fTwvbGk+PGxpPjxzdHJvbmc+d29vX3ZpZGVvX2NhdGVnb3J5PC9zdHJvbmc+IC0gVmlkZW88L2xpPjwvdWw+