United Food of Salento

Art’etica e Donpasta

presentano

UNITED FOOD OF SALENTO

Sottotitolo: cibi, luci, suoni, canti e racconti del Salento

Regia, testi, cucina e voce: Daniele de Michele – Donpasta

Direzione Musicale: Raffaele Casarano e Marco Bardoscia

19 agosto – Side 1. Electronic con Claudio Cavallo Giagnotti e Alessio Amato

20 agosto – Side 2. Acoustic con Alessia Tondo e Cesare Dell’Anna

Formazione base

Raffaele Casarano alto & soprano sax, live electron ics

Marco Bardoscia, contrabbasso e basso , live electron ics

Benjamin Sauzerau, chitarra e live electron ics

Vito De Lorenzi, batteria – etnic percussions

Immagini: Ziblab

Venerdì 19 e sabato 20 agosto (ore 21.30 – ingresso gratuito) il Lungomare degli eroi di Otranto ospita la prima assoluta dello spettacolo United Food of Salento di Donpasta, una produzione curata da Art’etica con il sostegno e la collaborazione di Unione Europea, Regione Puglia, Bollenti Spiriti, Comune di Otranto, Azienda di promozione turistica della Provincia di Lecce. Art’etica è un’associazione di promozione sociale, impegnata nell’ideazione e organizzazione di progetti ed eventi culurali, vincitrice del bando Bollenti spiriti, che gestisce il Laboratorio Urbano multimediale, teatrale e musicale di Otranto che in questi mesi ha ospitato corsi di formazione, laboratori, stage ed eventi.

Dall’incontro tra l’associazione e l’idruntino Donpasta è nata questa due giorni di racconti, canzoni della tradizione salentina, ricette, immagini di archivio in uno spettacolo multimediale in cui si uniscono cibo, cinema e musica. Donpasta amalgama, come è suo solito, i mezzi di espressione artistica come fossero ingredienti di una ricetta. Una grande cucina a cielo aperto al centro della scena, un’arena cinematografica, una jazz band composta da Raffaele Casarano, Marco Bardoscia, Benjamin Sauzerau e Vito De Lorenzi) con la partecipazione di alcuni ospiti divisi nelle due serate (Claudio Cavallo Giagnotti e Alessio Amato il 19 agosto e Alessia Tondo e Cesare Dell’Anna il 20 agosto) che incontrano la tradizione musicale salentina. La storia del Salento è la storia della sua cucina, della sua gente attorno ad un tavolo, delle sue campagne, delle migrazioni con scatole di cartone, delle resistenze contadine, degli sbarchi, delle accoglienze, dei canti, del tarantismo, della povertà, dei paganesimi. Questi temi sono da sempre trattati dalle canzoni tradizionali salentine, fatte di genialità irriverenza, poesia e armonia. A cantare e suonare alcune tra le figure più rilevanti della scena musicale salentina attuale, cercando di aprire il suono verso orizzonti folk, rock e jazz. Ma il Salento è stato anche crocevia di culture, ed il suo cibo frutto di influenze secolari. Donpasta racconta la storia attraverso le fave e cicorie, i pezzetti di cavallo, i turcinieddhri, la scapece, i ciciri e tria. La cucina salentina è povera ma ha la genialità che solo un popolo con nulla in tasca può avere, inventando piatti meravigliosi dal nulla, esorcizzando la fame cantando la fame. In un’epoca in cui i luoghi, le identità tendono a recintarsi, la cucina e la musica salentina, salvaguardate e allo stesso tempo meticce, rappresentano un antidoto ad ogni steccato ed ad ogni cancellazione della memoria. Questo spettacolo è un omaggio ai contadini, alle donne in cucina, alle raccoglitrici di tabacco, ai pescatori, alle tarantate, ai musicanti, base fondamentale di questo popolo.

Sul Lungomare, che ospiterà anche un mercatino allestito con prodotti tipici locali, venerdì 19 alle ore 20.30 si terrà inoltre la presentazione del libro “Salento amore mio” del giornalista Pierfrancesco Pacoda edito da Kowalski. In Europa c’è un luogo che da qualche anno a questa parte ha espresso una incredibile successione di suoni, stili, artisti, esperimenti e contaminazioni culturali. Questo luogo è il Salento. La Terra del Rimorso – come lo definì Ernesto de Martino – si è trasformato nella Terra dell’Edonismo. Riportando con forza la cultura popolare, l’attenzione per le radici, al centro dell’immaginario giovanile e del consumo pop, il Salento si è imposto come meta irrinunciabile. A cinquanta anni dal viaggio della troupe di Ernesto de Martino nel Salento, Pierfrancesco Pacoda torna quei luoghi per ricostruirne gli ultimi vent’anni: dalla nascita delle dance hall del Sud Sound System, all’irruzione sulla scena della pizzica, sottratta da un lato al folklore, dall’altro all’accademia; dal più grande world music festival del mondo, la Notte della Taranta, agli scontri tra chi spinge per un turismo selvaggio e chi lotta per la difesa del territorio; dai set cinematografici di serie tv di successo, e per film famosi, da Ozpetek a Monica Bellucci, passando per il lavori di Edoardo Winsperare e della Fluid Video Crew. Pierfrancesco Pacoda fotografa una realtà in costante movimento verso il futuro che non ha mai smesso di fare i conti con il passato, il “cattivo passato che ritorna”, il rimorso di De Martino.

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Salento in treno, lavori in corso e ritardi

“Sì, lì c’è scritto che in stazione c’è fermata. Ma fermata non c’è. Qui Salento. Niente funziona”. Parole eloquenti di un nordafricano nei pressi della stazione di Lecce, in questi giorni, all’arrivo di un treno a lunga percorrenza. Il gabbiotto di Salento in Bus è chiuso causa siesta pomeridiana, e si viene indirizzati verso un gazebo affollatissimo nei pressi della questura, dove c’è il capolinea, inusuale per il centro, dei pullman. È la radiografia di una situazione, di un servizio che funziona a momenti, ma che forse dovrebbe funzionare meglio per ovviare a un problema annoso, quello del servizio di trasporto pubblico in provincia di Lecce. Perché in estate le littorine della Sud-Est che vanno verso il capo di Leuca, quando arriva il Freccia Argento da Roma Termini alle 14,30 o giù di lì, sono già partite, e si deve aspettare fino alle 17 circa. Niente di nuovo in realtà, dato che perfino su Wikipedia, alla pagina del nostro trasporto privato su binari, si legge: “Permangono orari non tarati sugli arrivi dei treni nazionali e si verificano improvvise sospensioni o modifiche di servizi”. Anche a causa dell’ammodernamento che coinvolge la linea Gagliano-Lecce, che interessa due centri strategici come Maglie e Poggiardo, ma che si avvale di treni che in determinati orari sono perennemente in ritardo per via dei rilievi che si stanno effettuando sulla tratta, e che costituiscono le giuste premesse per questo ammodernamento che dovrebbe essere avviato a breve, e si spera termini presto. Perché sì, molti salentini si spostano in automobile, ma forse l’estate non basta. E prima di parlare di destagionalizzazione, bisognerebbe migliorare la stagionalizzazione offrendo servizi adeguati al pubblico. Anche locale: resta infatti la frase del nordafricano, che rincara dopo aver saputo che chi ha di fronte è un salentino doc: “Ah, allora sai che qui funziona niente”.

Angela Leucci

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Il dub degli Insintesi si veste delle sonorità occitaniche di Papet Jali

Gli Insintesi arricchiscono il loro repertorio musicale. E per farlo spostano il loro sguardo verso i suoni popolari della musica occitanica. Dopo aver rivisitato la musica salentina in chiave dub, dando un tocco di contemporaneità e di freschezza ai vecchi canti popolari con “Salento in dub”, progetto firmato da Alessandro Lorusso e Francesco Andriani De Vito, gli Insintesi hanno superato le frontiere e sono giunti fino a Marsiglia per stringere una collaborazione con Jali Mazzarino, meglio conosciuto come Papet Jali, storica voce del gruppo marsigliese Massilia Sound System.

Dall’incontro dei suoni salentini, e di tutta la loro tradizione, con le sonorità occitaniche e dall’elemento di congiunzione del dub, nasce un nuovo progetto che prende il nome di “Salento vs Marsiglia in dub”, e con esso l’idea di un tour che vedrà anche la partecipazione di altre voci del panorama musicale salentino.

A dare il la sarà la serata al Fico d’India, sul lungomare degli Alimini, che si terrà giovedì 18 agosto, con la partecipazione di Raffaella Aprile. Il tour proseguirà il 20 presso il Porticciolo Bar, a Sant’Andrea, un vero e proprio evento che sancirà l’incontro tra Papet Jali e la voce storica dei Sud Sound System con il gruppo Cool Stepper Band. Il palcoscenico successivo sarà quello del Rerum Apuliae a San Gregorio il 22 agosto per un dj set degli Insitesi feat Papet Jali, per poi concludere al Mediterraneo a San Foca il 24 agosto con un altro dj set targato Insintesi feat Papet Jali, alla presenza di diversi ospiti, tra cui Papa Ricky.

Alessandra Ragusa

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La Notte Rossa di Botrugno con la Cisco Band e i Crifiu

Le notti dell’estate salentina si dipingono di tutti i colori. Dopo la Notte bianca e quella rosa, per il secondo anno a Botrugno si festeggi, giovedì 18 agosto, la Notte rossa, un evento dedicato soprattutto alla musica, al quale fanno da cornice installazioni pittoriche e stand vari; l’ennesimo elemento del grande arcobaleno del dinamismo culturale e artistico del Salento. Protagonisti della serata saranno la Cisco band, la nuova formazione del cantante emiliano Cisco Bellotti, ex leader dei Modena City Ramblers, accompagnato da musicisti come Francesco Magnelli, ex CCCP-CSI, preceduta dagli ormai notissimi e salentinissimi Crifiu.

Alle 20.30 il via della serata, che si svolgerà presso la Zona Commerciale, in Via Calipari, con la proiezione del film “L’uomo flessibile” con Antonio Albanese, con la presenza del regista Stefano Consiglio. “Piu lavoro, piu talenti. Giovani, donne, Sud, le risposte alla crisi” è il titolo del libro che alle 21 verrà presentato dall’autore Gianfranco Viesti, docente universitario e Presidente dell’ente Fiera del Levante. Subito dopo saliranno sul palco i Crifiu, i quali presenteranno in anteprima alcuni brani inediti del nuovo album di prossima uscita. Un live scatenato e tutto da ballare in cui non mancheranno le sorprese per chi ama la musica della band e la segue da molti anni. Si continuerà a ballare con la Cisco band, alla Notte rossa per l’unica data in Puglia del loro tour de “Il Gigante”. Quella di Cisco è la voce più rappresentativa del folk rock suonato in Italia. Da sempre attento alle radici della sua terra, che ha ricostruito attraverso i racconti dei nonni e degli anziani della sua famiglia, il suo è un folk che incrocia quello irlandese e britannico a quello balcanico e a quello del mondo latino. Dal 1992 al 2005 l’intensa esperienza con i Modena City Ramplers lo ha reso famoso grazie a brani come Cento Passi, Contessa e In un giorno di Pioggia. Brani intramontabili che propone con la sua band in questo nuovo tour. A seguire e per concludere la serata, dance fino all’alba con la dance hall di The Dream Fire Project.

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Agorà Cinefest, tre giorni di grande cinema a Martano

Da martedì 23 a giovedì 25 agosto, nei giardini del palazzo ducale di Martano, va in scena la quarta edizione di Agorà Cinefest. Si tratta di un evento organizzato da Zero Project e Orama, con il sostegno di Regione Puglia – Principi Attivi, in collaborazione con il Comune di Martano. Quest’anno la rassegna proporrà quattro sezioni: proiezioni e presentazioni di lungometraggi italiani nei giardini del palazzo, “Cortonotte”, sezione dedicata cortometraggio, al videoclip musicale, al backstage cinematografico, un’esposizione di fotografie di scena, focalizzando l’attenzione sui set ambientati in Puglia, “Kinosound”, classici del cinema muto e di filmati storici, musicati dal vivo. Potremo assistere a grandi capolavori rivisitati, doverosamente live, da giovani artisti, musicisti e dj. Martedì 23 agosto alle 20,30 l’inaugurazione è affidata al concerto bandistico “Città di Casarano”, con colonne sonore di molti film che hanno fatto la storia del cinema internazionale. Alle 21 si parte con la prima proiezione. Il regista foggiano Giovanni Albanese presenterà “Senza arte né parte”, film girato nel Salento che parla della crisi economica. Mercoledì 24 agosto si parte alle 21 con il corto “Ice Cream” dei due giovani registi pugliesi Roberto De Feo e Vito Palumbo: ispirato a una storia vera accaduta in provincia di Bari nel 2008, il corto racconta la vicenda di Micky (Damiano Russo), un ventenne dall’aspetto pulito e insicuro nei modi, che entra in un bar per comprare un gelato, ma si imbatte in due bulletti suoi conoscenti, Brando (Davide Paganini) e Alex (Alessandro Bardani). È solo l’inizio di una giornata che non dimenticherà mai. A seguire il film della fortunata serie di Sky “Boris” di Luca Vendruscolo, Mattia Torre e Giacomo Ciarrapico con Francesco Pannofino, Caterina Guzzanti, Pietro Sermonti, Alessandro Tiberi, Antonino Bruschetta e molti altri ospiti. La serata si chiuderà con la proiezione della docu-fiction “Il genio – The fakestage” di Gianni De Blasi. Conclusione della rassegna giovedì 25 agosto con la presentazione e proiezione del film “Il primo incarico”, esordio di Giorgia Cecere con Isabella Ragonese e Francesco Chiarello. Nella pellicola Nena, una ragazza del Sud Italia, deve andare a vivere lontano da casa per il suo primo incarico come maestra. A seguire per la sezione Kinosound, sonorizzazione dei Voyage Trio del film “Histoire(s) du cinéma” di Jean Luc Godard. Tutte le sere inoltre saranno allestite le mostre con le foto di scena di “È stato il figlio” (Daniele Ciprì) e “Senza arte né parte” (Giovanni Albanese). L’ingresso è gratuito.

Fabio Tarantino

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Il Trio d’Eau “riveste” la musica italiana

Rivestiti rappresenta il piacere della riscoperta della “vecchia” musica italiana. Si chiama così il primo cd del Trio d’eau, inizialmente composto dalla voce di Valentina Negro, il pianoforte e le tastiere di Salvatore d’Alba e il contrabbasso, il sassofono e il violoncello di Angelo Urso, poi diventato quartetto con l’aggiunta del cajon e delle percussioni di Ovidio Venturoso. La band, dopo essersi esibita per circa due anni nei locali e nelle piazze del Salento, ha selezionato sei delle canzoni più belle tra i classici proposti, come Ma che freddo fa, Bang bang e Impressioni di settembre, raccogliendole in questo cd e “rivestendole” di un nuovo abito. Alla base c’è un importante lavoro di arrangiamenti che differenziano le nuove versioni da quelle precedenti e da quelle originali; basta ascoltare la prima variante rokkeggiante di Bang bang cantata da Cher e quella “leggera” di Dalida. Caratteristici dell’album sono il minimalismo, che rende l’ascolto estremamente piacevole, e il costante interplay tra gli strumenti. Una sorta di controtendenza, si può dire rispetto alle mode musicali del momento di far confluire suoni e generi dissimili nello stesso album, producendo talvolta lavori dall’ascolto complesso. Ma c’è nello stesso tempo uno sperimentalismo che risente del vivace clima culturale che domina il Salento negli ultimi anni: Ovidio Venturoso, percussionista della band, in seguito alle sue ricerche sul e con il cajon, strumento di origini peruviane approdato in Italia da pochi anni, ha dato origine a un nuovo modo di interpretare lo strumento con un approccio ibrido tra percussioni e batteria. Non si può etichettare il genere cui la band è approdata in questo disco, ma certamente si possono rintracciare le varie influenze: vengono dai Balcani i ritmi incalzanti della tessitura musicale, e dagli anni Settanta i suoni prodotti con synth, organo e rhodes. L’ossessivo archetto del contrabbasso e i suoni elettronici delle tastiere conducono a tempi più recenti, in particolar modo nell’intro di Guarda che luna. Lascia il segno l’interpretazione vocale.

Luana Campa

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Gustavo, il ranocchio rosso, che aveva un amore rosso, più rosso di lui

di Valentina Luberto

C’era una volta, e forse c’è ancora, un ranocchio rosso che si

chiamava Gustavo. Gustavo era un ranocchio con gli occhiali e

la cravatta blu. Era sempre solo perché era un po’ strano. Era

strano perché, tutte le volte che doveva fare un passo avanti,

prima faceva la ruota e, quando si trovava in situazioni

imbarazzanti, balbettava e alzava la zampina.

A Gustavo era successa una cosa bellissima: si era innamorato!

Amava, con tutto il cuore e nonostante il suo sangue freddo,

una giraffa di nome Guendalina.

La giraffa si chiamava così perché i suoi genitori erano indecisi

tra Guenda e Lina. In verità, speravano nella nascita di un

maschietto, in quel caso, l’avrebbero chiamato Astrolabio,

nome molto comune tra le giraffe. Nonostante i vari rituali,

allestiti dalle streghe giraffe del posto, per far nascere un

giraffo, nacque una femminuccia e, dopo una intensa contesa

tra il papà giraffo e la mamma giraffa, il giudice, perché

dovette intervenire lui per definire la questione, decise per

Guendalina.

Gustavo amava segretamente Guendalina. Si appostava

sull’albero più alto per riuscire a guardarla negli occhi e, con

tutti i problemi di timidezza che aveva, era difficile riuscire a

stare in equilibrio, per non parlare di quel fastidioso

inconveniente di balbuzie che gli impediva di fare discorsi

d’amore in tempi ragionevolmente rapidi.

Più di una volta, infatti, era successo che la ruota o l’alzata di

zampa l’avessero fatto precipitare giù.

“Non ci riuscirai mai a conquistarla!”, gli dicevano gli

scoiattoli che, nonostante l’aspetto inoffensivo, erano parecchio

antipatici!

Gustavo, però, era sicuro del suo grande amore per Guendalina.

Sapeva d’amarla d’un amore rosso, più rosso di lui, talmente

rosso che quasi s’imbarazzava anche solo a pensarlo.

Guendalina, dal canto suo, non l’aveva mai neppure notato e

continuava a vivere serena anche senza sapere dell’intenso

sentimento rosso che ardeva nel cuore di Gustavo.

Un giorno Gustavo, nel tentativo di scorgere i meravigliosi

occhi di Guendalina, si arrampicò, come sempre, sull’albero

più alto, cercando di stare in equilibrio per evitare i soliti

ruzzoloni.

Tutto sembrava tranquillo, anche un po’ troppo tranquillo, così

tranquillo che gli scoiattolini antipatici decisero di rompere

questo stato di calma e non solo!

“Ehi, Gustavo! Ranocchio rosso e fesso, perché non la fai finita

e ti dichiari?”, dissero gli scoiattoli canzonando, irrispettosi, il ranocchio rosso.

Gustavo, nonostante fosse timido, non era fesso, come

pensavano gli scoiattolini antipatici. Così, senza dire una

parola, soprattutto per non perder tempo, e

decisione di cui era capace, prese un ramo, lo tirò verso di sé,

più forte che potesse, e lo lasciò in direzione degli scoiattoli

che, a seguito del colpo, stramazzarono al suolo ammutoliti.

Il caso volle che Guendalina si trovasse a passare da quelle

parti e, dopo aver assistito alla prodezza di Gustavo, esclamò:

“Che forza! Chi sei? Come mai non ti ho mai visto?”.

Gustavo sembrava aver dimenticato tutti i suoi problemi di

timidezza. Il duro colpo inferto agli odiosi scoiattolini gli

aveva dato una tale sicurezza che, adesso, era perfettamente in

equilibrio e a suo agio sul ramo dell’albero e guardava

Guendalina dritto negli occhi.

Era tanto sicuro che non esitò neppure un minuto a risponderle,

senza più balbettare: “Sono Gustavo, il ranocchio rosso, e ti amo

d’un amore rosso più rosso di me. Tu mi piaci e vorrei che ci

fidanzassimo. Anzi no, vorrei ci sposassimo e avessimo dieci

girafforospi. Che ne dici? Ci stai?”

Guendalina, senza pensarci un secondo rispose: “Sì! Eccome se

ti voglio sposare!”.

A Gustavo non sembrò vero. Solo a lui, perché tutto il resto

degli animaletti conosceva bene Guendalina e sapeva come si

innamorasse facilmente di chiunque.

Tutti vissero felici e contenti: gli scoiattolini riuscirono a

rimettersi in poco tempo tornando a essere, con loro grande

soddisfazione, più antipatici che mai; Gustavo superò per

sempre i suoi problemi di timidezza vivendo, finalmente, il suo

amore rosso più rosso di lui e Guendalina non pianse più al

pensiero che non avrebbe mai trovato qualcuno disposto a

sposarla e passar sopra alla sua facilità a innamorarsi.

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Torre Saracena, “il villaggio scivola sempre più nel degrado”

Vacanze all’insegna di disagi e malumori per i residenti estivi del villaggio Torre Saracena, da alcuni anni incamminato sulla strada di un lento ed inesorabile declino. Sporcizia, randagismo e mancanza dei servizi essenziali: questi solo alcuni dei problemi che stanno causando il malcontento tra i villeggianti. Il piccolo centro turistico sorge a pochi chilometri dalla costa di Torre dell’Orso, nel territorio di Melendugno. La sua caratteristica è sempre stata una folta vegetazione, palme e fiori colorati che lo rendevano un luogo accogliente e romantico, ideale per trascorrere le vacanze.

Ma ora non è più così, così un gruppo di residenti, stanchi della situazione e spinti dall’amore e dalla passione che li lega a questo territorio, si è fatto promotore di un incontro con le istituzioni. “Torre Saracena è destinata a divenire un triste e desolato “quartiere dormitorio”, con tutti i rischi economici che ne conseguono. Tutto ciò nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi due anni dall’amministrazione comunale di Melendugno, che ha fatto registrare un lieve miglioramento della situazione generale”, afferma Michele Ceglie, residente del villaggio e portavoce del gruppo.

Per affrontare questo tema, Ceglie ha organizzato un incontro con l’amministrazione comunale. La riunione, da lui coordinata, si è tenuta mercoledì 10 agosto ed è intervenuto Mauro Russo, vicesindaco del comune di Melendugno. Nel corso dell’incontro sono stati discussi i problemi del villaggio, tra cui la lenta e graduale diminuzione delle presenze turistiche, la riduzione drastica delle realtà commerciali, la carenza dei controlli dei vigili urbani, dei luoghi d’incontro per i giovani e incuria degli spazi verdi per i bambini. Il vicesindaco, dopo aver ascoltato i problemi esposti ed aver preso atto della situazione, ha deciso di fissare un incontro, per la settimana subito dopo Ferragosto, per stilare un primo elenco degli interventi da fare, e per rendere nei prossimi mesi Torre Saracena vivibile e sicura.

Serena Cappello

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Intervista a don Pietro Marti: “I Beati, esempio da seguire”

Otranto e la sua comunità si preparano ad accogliere l’evento più importante dell’anno, la festa dei Beati Martiri. Un appuntamento annuale che prende il via il 13 agosto, ma come da tradizione già dal 31 luglio ha inizio la cosiddetta tredicina, con l’esposizione dell’urna dei Beati, una teca in argento contenente una piccola parte dei resti dei Martiri. Sul valore della festa dal punto di vista religioso abbiamo chiesto un parere autorevole, quello del parroco della Cattedrale di Otranto, don Pietro Marti.

Da quanto tempo lei è a capo di questa importante parrocchia?

“Venti anni. Il 14 agosto del 1991. Scade quest’anno il ventennio come parroco qui a Otranto. Anche se prima lavoravo insieme con don Grazio che, pur avendo lasciato la responsabilità di parroco, tuttavia era una preziosissima presenza qui in Cattedrale, non soltanto nella divulgazione degli elementi culturali, ma anche nell’accoglienza dei numerosi turisti. Perché poi l’estate questa diviene una parrocchia molto allargata ed è una esperienza veramente bella, perché ti accorgi che al di là di quello che appare, del turismo come fenomeno di massa, c’è una ricerca religiosa incredibile, un bisogno di Dio forte nelle persone. E molte volte proprio da chi meno te lo aspetti. Oppure da gente che, visitando la Cattedrale, si sente attraversare da problemi esistenziali e da problemi di fede, perché poi in fondo, vita e fede sono legatissimi”.

Secondo lei cos’è cambiato dall’inizio del suo insediamento a oggi, in merito a questi festeggiamenti?

“Ѐ un appuntamento annuale. Si cerca di ridimensionare, nel senso che bisogna fare spese non più lunghe della propria gamba. Quindi, ovviamente, si risente anche delle varie crisi che attanagliano tutti. Però l’appuntamento rimane importante, al di là dell’ampiezza o meno dei programmi nei festeggiamenti. E si è cercato sempre di accontentare tutti. Si è cercato soprattutto di creare, nell’ambito della tredicina in particolare, sempre questa comunione tra le varie parrocchie, tra i vari vicariati. Per cui ogni anno, durante questo periodo, vengono anche commentati documenti importanti emanati dal Papa oppure dall’Episcopato italiano. Quest’anno, in particolare, si presta attenzione agli orientamenti che riguardano l’educare alla vita buona nel Vangelo e che accompagneranno la Chiesa italiana nei prossimi dieci anni”.

Quindi questa festa, nonostante il benessere diffuso e la cosiddetta modernità, ha ancora la valenza spirituale di un tempo?

“C’è sempre da distinguere i due aspetti. Perché quando parliamo di modernità ci riferiamo a tutti quei mezzi di comunicazione di massa che creano l’industria del divertimento. Però nello spirito della festa va sempre salvaguardato l’aspetto profondo, spirituale. Certo, tutte le feste hanno un doppio aspetto, e molte volte bisogna armonizzare e cercare di rendere proporzionati entrambi, in modo tale che l’uno non sovrasti l’altro. Per cui, se per esempio prevale l’aspetto commerciale o quello consumistico, ciò può essere a detrimento anche dell’aspetto spirituale. L’uomo è fatto di corpo e di spirito. Questo è un punto fondamentale, e anche la dimensione sociale che hanno sempre avuto le feste patronali parte sempre da lì. Occorre sempre equilibrare bene, perché non sempre uno spreco di risorse è segno di fede. Molte volte può anche essere segno di fanatismo o di altro che non ha niente da spartire con la fede. Qui a Otranto i due aspetti sono tenuti abbastanza in equilibrio o per lo meno, per quanto mi riguarda, in riferimento al comitato della festa”.

Sempre in merito ai festeggiamenti, cosa manca secondo lei e cosa, invece, dovrebbe essere più sentito in occasioni come questa?

“Noi siamo un po’ prigionieri della cultura che ci circonda, prevalentemente consumistica e secolarizzata, e laddove l’aspetto spirituale è soffocato tu devi sforzarti di liberarti dagli orpelli in eccesso attraverso il tuo senso critico. Lo vedo anche nel fenomeno turistico, soprattutto nel mese di agosto, quando c’è un turismo un po’ più caotico e superficiale. Certamente c’è anche chi viene in chiesa e prega, ma poi ci sono persone alle quali bisogna ricordare le norme più semplici, come ad esempio l’avere un abbigliamento più consono e decoroso quando entrano in chiesa”.

A quando risalgono i primi festeggiamenti in onore degli 800 Martiri?

“Mi ricordo di aver letto anche una stampa di un manifesto del 1880, quando venne celebrato il quarto centenario. I Martiri sono stati festeggiati sempre, ovviamente con i mezzi dell’epoca. Anzi, un elemento particolare per la beatificazione, proclamata nel 1771, è stato proprio questo culto continuo, ininterrotto. Una volta forse era prevalente l’aspetto esterno, chiassoso e un po’ meno accentuato. Ma, come dicevo prima, le feste portano sempre un bisogno di esprimere questo segno della gioia collettiva attraverso vari mezzi, dall’abito che indossi fino alla mensa più ricca. Non dimentichiamo poi che questi anniversari sono un momento di incontro e unione all’interno della famiglia, specialmente con il fenomeno della migrazione. Quindi, le feste patronali sono un’occasione di riscoperta della propria identità anche dal punto di vista sociale, oltre che spirituale. E questo è un aspetto essenziale cui la Chiesa è attenta, perché nessun aspetto della vita dell’uomo è estraneo alla vita della Chiesa stessa”.

Non tutti sanno che una parte delle reliquie è presente nelle chiese di varie città italiane come Napoli, Milano, Salerno, Bari e anche all’estero. Questo ci fa capire come i Martiri siano venerati altre i confini della Terra d’Otranto.

“Certamente, e una parte di reliquie la possiamo ritrovare anche all’estero, come ad esempio a Panama, in Brasile, in Africa e dovunque ci siano stati missionari o dei nunzi apostolici. Consideriamo che le reliquie vengono richieste da comunità e da chiese. Oggi la tendenza anche da parte del vescovo è quella di distribuire le reliquie non tanto a singole persone, quanto a comunità, parrocchie o chiese. Bisogna tener presente che il martirio proietta la persona che lo ha subìto e affrontato con coraggio e fede a un livello che travalica i confini del luogo e del tempo. E ciò ci mostra l’umanità nella sua massima realizzazione, perché l’uomo si realizza amando e l’amore, a sua volta, si realizza donando, e non c’è amore più grande di chi dà la vita. Questo è indipendente dal livello religioso o culturale che uno ha. E la testimonianza di chi dà la vita per qualcuno, con la lettera maiuscola, ha una risonanza universale. Quindi la venerazione delle reliquie tende proprio a unire, a dare forza e coraggio, perché c’è un martirio quotidiano da affrontare, ed è quello individuale e lento che molte volte non fa notizia, ma che non è meno prezioso dell’altro”.

Alessandro Conte

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Tra riti e gusto, Otranto in festa ricorda i Beati Ottocento

Clima di festa, ma anche di devozione e fede. Otranto si appresta a celebrare i Beati Martiri, compatroni della città, con manifestazioni religiose e civili che dal 13 al 15 agosto riporteranno alla memoria di otrantini e non l’eccidio dei loro antenati per opera dei Turchi, nel lontano 1480. Le celebrazioni religiose hanno preso il via già il 31 luglio: la tradizione vuole che nei tredici giorni subito antecedenti al dì della strage, che ricorre il 14 agosto, venga esposta in cattedrale l’urna dei Martiri, per poi chiudere la tredicina alle ore 22 di giorno 13 con una veglia diocesana di preghiera presieduta dall’arcivescovo, per ricordare il messaggio di fede, speranza e impegno civile degli Ottocento. I riti civili partiranno con il tradizionale percorso del sindaco che, accompagnato dall’arcivescovo e dalle autorità civili, militari e religiose, dal palazzo comunale si recherà presso il monumento ai Martiri, in piazza degli Eroi, e dopo aver deposto una corona di fiori terrà il discorso commemorativo insieme al professore Salvatore Palese. Il giorno successivo si entrerà nel vivo della commemorazione: alle 11 si terrà nelle mura della Cattedrale la solenne concelebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Donato Negro, e a partire dalle 19,30 con la partecipazione del sindaco Luciano Cariddi e delle autorità civili e militari, lo stesso arcivescovo guiderà la processione con l’urna delle reliquie dei Beati Martiri, recata a spalle dai presbiteri diocesani, coinvolgendo le vie principali del borgo idruntino. Luminarie maestose a vestire il borgo di giochi di luci e colori suggestivi, come ogni festa patronale che si rispetti non mancheranno le tradizionali bancherelle e come ogni anno fiumi di gente che dopo la mezzanotte saranno tutti con il naso all’insù per godersi lo sfavillio di colori e scintille dei fuochi pirotecnici della ditta Mega di Scorrano. Musica, e per tutti i gusti, sarà presente l’Orchestra di fiati della Città di Noci e già dalla mattina del 14 per i rioni cittadini passerà il concerto bandistico Città di Cutrofiano, la serata successiva sarà animata da uno spettacolo musicale curato da Gruppi Musicali – associazione culturale e musicale – e dalla band Overdose, che delizierà i presenti con le sonorità blues di un big della musica italiana e internazionale, Zucchero. E quest’anno proprio dal comitato festa dei Beati Martiri e dal Comune di Otranto, con la collaborazione di Mediamorfosi – Strategie di Comunicazione, arriva una novità tutta gastronomica, i “Sentieri del Gusto”. Passeggiando per la città nei tre giorni dedicati ai festeggiamenti sarà possibile apprezzare le eccellenze delle produzioni enogastronomiche pugliesi, per scoprire il Salento deliziando il palato e la vista attraverso raffinati stand espositivi, ricchi anche di manufatti di artigianato locale. Una prima edizione, questa, che ha tutte le caratteristiche per divenire un appuntamento imperdibile dell’estate otrantina.

Alessandra Ragusa

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Weekend di Ferragosto a tutta musica. Ovunque

Come ogni estate il Parco Gondar di Gallipoli ospita grandi manifestazioni musicali. Venerdì 12 agosto è la volta del Cube Festival, che vedrà salire sul palco i grandi Afterhours, preceduti da Il Sogno e Deluded By Lesbians e seguiti dal djset Ellen Allien e dal rock djset Ballaròck & Carlo Chicco. Sabato 13 il Festival Live 80, dedicato ai miti della musica degli anni ottanta con Donatella Rettore, Alberto Camerini e Viola Valentino; special guest Eleonora Magnifico. A seguire dj Violet Tear e Contro dj’s. Domenica 14 prosegue il Cube Festival con il concerto dei Subsonica, che sarà aperto dai Serpenti, e a seguire rock djset Ballaròck & Carlo Chicco. Serata jazz il 12 agosto a partire dalle 21,30 alla Pineta Belvedere di Santa Cesarea Terme, con il trio composto da Fabrizio Savino alla chitarra, Igor Legari double bass e Aldo Bagnoni alla batteria. Indie pop al circolo Arci Rubik di Guagnano con un doppio concerto: Non voglio che Clara e i Dolcemente. Serata indie rock invece a Martano con il concerto triplo di Cosmica, LeCarte e Playontape. Sempre venerdì i Blu Cianfano tributano i più grandi artisti della storia della musica arrangiandone in nuove vesti i brani più belli. Con Maurizio Cianfano alla chitarra, Alessio Gaballo al basso e Paolo Colazzo alle percussioni. Presso La Vecchia Lanterna di Copertino. Per chi ama la musica d’autore made in Italy, domenica 14 il Cafè Melissa di Gagliano del Capo ospita il concerto di La Compagnia di Battisti, band tributo al leggendario Lucio Battisti.

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A chi spetta l’eredità?

Domanda posta agli avvocati dal Sig. Fabrizio:

Avrei una domanda cortesemente: la zia lascia in testamento ad una nipote (che ha un figlio) un appartamento, muore prima la nipote poi la zia a chi spetta l’eredità? Al figlio della nipote oppure agli eredi naturali che sono le sorelle della zia? Grazie

L’Avvocato Risponde:

Egregio signore,

il quesito in materia di successioni da Lei proposto, e che apprezzo per sinteticità e chiarezza espositiva, richiama le due diverse ipotesi di successioni a causa di morte che il nostro ordinamento giuridico contempla.

La successione testamentaria da una parte e quella c.d. legittima dall’altra.

Il primo tipo di succssione si ha quando una persona dispone delle proprie sostanze ( c.d. patrimonio mobiliare e immobiliare) mediante un atto volontario chiamato contenuto in un atto scritto che prende il nome di testamento. La seconda opera quando non vi è alcun atto di disposizione volontario, e quindi i soggetti legittimati e le relative quote sono prestabilite dalla legge, e precisamente negli artt. del codice civile 565 e seguenti.

Nello specifico Sua zia aveva redatto testamento, lasciando in eredità l’appartamento alla nipote, ma la stessa è pre-morta alla testatrice lasciando un figlio quale proprio erede.

Si deve però premettere che, per poter essere capaci a succedere, ossia per essere eredi testamentari, è necessario essere in vita nel momento della morte della testatrice.

Nel caso di specie la nipote è morta prima e, quindi, l’eredità non è mai entrata nel patrimonio di quest’ultima.

Ciò vuol dire che non avendo la nipote mai acquisito l’eredità al porprio patriminio, il figlio di quest’ultima nulla potrà pretendere in ragione di quella specifica disposizione testamentaria.

Da ciò discende che, nel caso in cui il testamento avesse quella sola disposizione, ed essendo venuta meno l’erede, lo stesso dovrà considerarsi privo di effetti ed opererà la successione legittima, e quindi saranno eredi le sorelle, ove anche gli altri legittimati siano già deceduti (genitori, coniuge o figli della zia defunta).

La materia delle successioni è sicuramente un argomento ostico per tutti, pertanto nel caso in cui i chiarimenti non Le siano sufficientemente chiari, Le consiglio di rivolgersi ad un collega di Sua fiducia che la potrà sicuramente assistere con la perizia che il caso richiede.

Distinti saluti

Avv. Andrea Conte

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